Cannes 29026. LA VENUS ELECTRIQUE di Pierre Salvadori: recensione del film di apertura

La Vénus électrique (The Electric Kiss) di Pierre Salvadori. Con Pio Marmaï, Anaïs Demoustier, Gilles Lellouche, Vimala Pons, Gustave Kervern. Fuori concorso. Voto 5 e mezzo
Variety un paio di giorni fa ha stilato un elenco dei fiulm di apertura degli ultiomi dieci anni di Cannes. Non proprio esaltante. Anzi la tradizione, perché ormai tale la possiamo definire, tende al segno meno, con titoli che si collocanio tra l’appena discreto e il pessimo. Tra i disastri: Jeanne du Barry con un Johnny Depp già in piena decadenza e Cut!, imbarazzante remake di uno scult jap firmato da un Hazanavicious riovinoso. Anche i bravissimi hanno deluso quando Cannes li ha scelti per l’opening: in The Dead Don’t Die Jim Jarmusch fha dato il so peggio di sempre, lo stesso Asghar Farhadi con la trasferta spanola di Everybody Knows.
La Venere elettrica del francese (corso) Pierre Salvadori non smentisce la tradizione. Non proprio un disastro, ma un film che, pur di ricca e sicra mesisnecna “d’epoca” e con attori impeccabili, e con un innesco di narrazione intressante, non ce la a convincere e a coinvolgere. Involuto, cavilloso, lambiccato, macchinoso. Senza quella meravigliosa fluidità dei grandi maestri della commedia americana – da Lubitsch a Blake Edwards passando per Billy Wilder – e pure della scuola del taetro boulevardier parigino cui mi pare che Salvadolri guardi. Dialoghi benissimo scritti e di grande finezza e sottigliezza, ma quanta fatica per chi guarda seguire gle ingorghi narrativi e le deviazioni, i twist e i capovolgimenti continui, in un film che ansima a ogni sequenza e dà l’idea di non sapersi mai sollevare da terra, di non farcela a volare. Una commedia degli equivoci, degli infanni, delle maschera, dei doppi che ancora una volta vuol farci la lezione su quanto siano sottili i confini tra il vero e la menzogna,  su come si abita tutti noi in una zona grigia dove lo scambio tra simulazioine e reale è continuo.
Siamo nella Parigi degli anni Venti. Il pittore di gran successo Antoine, prevcipitato nella depressione dopo la scomparsa dell’adorata moglie e musa, si lascia irretire dalla (presunta) choaroveggente di un baraccone da fiera che gli lascia credere di poterla rimettere in contatto con la defunta. L’inganno riesce perfettamente, il povero Antoline si convince che a parlargli attraverso la (finta)pmediumn sia la moglie e, confortato da quel ritrovato rapporto, torna a mettersi al lavoro con pennelli e cavalletto: per la ghia del suo mercante, Armand, che arriva a pagare lautamente la bugiarda perché continui a manipolare Antoine e lo induca a dipingere sempre di tele e sempre più grandi e remunerative. Ma le dinamiche scatentae dalla messinscena porteranno a esiti imprevedibili, dove niente e nessuno sarà più come prima. Dove si arriverà a dubitare dei colpevoli e degli innocenti. Un dispositivo marrativo assai intelligente, ma anche cerebrale, al servizio di una tesi fin troppo evidente ed esplicità sulla finzione come verità (e viceversa) e sul potere di redenzione dell’arte. È tutto impeccabile, ma inesorabilmente glaciale. Manca la leggerezza, manca la capacità che era dei maestri di nascondere gli ingranaggi del meccanismo narrativo dietro una superficie levigata. Va però riconoscuo a Salvadori il coraggio e l’ambizione di osare oltre i canoni della commedia più appetibile.

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