Cannes 2026. NAGI NOTES (Quelques Jours à Nagi) di Koji Fukada: recensione. Il minimalismo elegante made in Japan stavolta non basta

Nagi Notes (Quelques jours à Nagi) di Koji Fukada. Con Takako Matsu, Shizuka Ishibashi, Kenichi Matsuyama. Concorso. Voto 5 e mezzo
Il primo film del concorso viene dal Giappone, a firma di un regista appartato e mai finito davvero sotto i riflettori, anche se tutt’altro che sconosciuto ai cine-ossessi da festival (il suo Harmonium è stato premiato come migliore film a Cannes-Un certain regard 2016. Con A Girl Missing Koji Fukada è riapparso poi a Locarno 2019, a Venezia 2022 in concorso con Love Life e, l’anno scorso qui a Cannes fuori concorso con Love on Trial. Sempre accolto con grande rispetto, mai con entusiasmo). Nagi Notes è un film squisito e educato, nitido, irreprensibile. Troppo. Di quel minimalismo profondo-giapponese assai elegante tra miniature e origami, haiku e giardini zen di Kyoto. Di quell’intimismo che va da Ozu fino ad Hamaguchi e però senza l’afflato umanistico del primo e la densità emotiva e narrativa (e anche etica) del secondo. Un cinema talmente pacato da rischiare l’inerzia, l’opacità, l’assenza di ogni slancio vitale. O, forse, così sottile e sfumato da esigere un’attenzione che lo spettatore da festival, travolto dall’ipertrofia offerta di cinema e dal ritmo insostenibile delle visioni, non sempre riesce garantire.
In un villaggio del Giappone rurale, lontano dalle di Tokyo, Yoriko ospita per qualche giorno Yuri, la ex moglie del fratello cui è rimasta legata anche dopo che la coppia ha divorziato. Yuriko è scultrice, il suo materiale-feticcio è il legno. Ma è anche, per necessità, allevatrice-coltivatrice come la gran parte degli abitanti del villaggio. Intorno alla lei e alla sua ospite (di cui intende realizzare un busto in legno) si muovono altre figure. Un adolescente inquieto, figlio della donna, morta prematuramente, che Yoriko ha amato in silenzio fin da ragazza. Il padre di lui. Un altro adolescente.
Da una base militare vicina si sentono spari e scoppi. Una radio locale informa gli abitanti sul pochissimo che succede nel villaggio. Nessun conflitto clamoroso, tutto sembra pacificato. Ma l’intreccio delle relazioni tra i vari personaggi finisce col configurare progressivamente fratture psichiche, disagi, illusioni e delusioni che affiorano ma senza mai incrinare l’immagina di (forzata?) armonia. Yoriko rivede nella sua ospita la donna che ha sempre  desiderato (e siamo per l’ennesima volta dalle parti della Donna che visse due volte, film che ritorna anche nel titolo di partenza del festival La Vénus électrique). Yuri è divisa tra la voglia di partire, di tornare a vivere e lavorate con il marito trasferitosi a Taiwan, e quella di restare. Il giovane vedovo si innamora di lei, ci sarà un quasi-incendio che avvicinerà i due.
Un cinema dei sentimenti e delle sensibilità che Koji Fukada mette in scena con pudore. Ma Nagi Notes non ce la fa mai a rintracciare, nella sue rarefazione, una linea narrativa di un qualche interesse (operazione che invece gli era riuscita nei suoi film precedenti, almeno nei tre, decisamente più robusti, che avevo visto prima di questo).

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