Cannes 2026. LA VIE D’UNE FEMME di Charline Bourgeois-Tacquet: recensione. Un grande film a metà (la prima)

La vie d’une femme (La vita di una donna) di Charline Bourgeois-Tacquet. Copn Léa Drucker, Mélamie Thierry, Charles Berling, Laurent Capelluto,  Marie- Christine Barrault. Concorso. Voto tra il 6 e il 7
Un grande film a metà (anche qualcosa meno). Fino al minuto quaranta, di fronte al ritratto sincopato e accelerato (uso di camera a mano ultramobile) di una donna che un tempo si sarebbe detta in carriera e però senza arrivismi, semplicemente dedicata con passione pura al suo lavoro di chirurgo maxilo-facciale in un ospedale pubblico di Parigi, si ha la sensazione di aver trovato il titolo-rivelazione di questo Cannes. Gabrielle è volitiva, determinata, rigorosa. Antepone il suo dovere professionale a tutto: alla vita privata, al tempo libero, ai piacieri. Dura con se stessa e con i suoi collaboratori ai quali chiede tutto. Ai ragazzi he stanno facendo l’internat nel reparto da lei diretto con polso fermissimo “fa il cazziatone” perché non disposti a sacrificare weekend e vacanze a quella che lei ritiene sia una missione. È sui cinquanta, ha un marito, non ha figli suoi, di cui non ha mai sentito il bisogno, coabita non granché soddisfatta con i tre figli adolescenti del marito. Madre in Alzheimer (un tema assai presente, quello del degrado cognitivo. in questo Cannes), sorella abastanza assente dalla gestione degli affari di famiglia.
Una femmina alfa dominanta, ma solo per amore del suo lavoro. Un’eccezione luminosa, col suo doverismo esasperato, col suo senso di responsabilità spinto al masochismo, nella nostra contemporaneità connotata dal narcisismo e dal principio del piacere e dall’orrore per ogni senso di colpa o limite ai propri desideri. Per me, un’eroina. Un personaggio finalmente, fieramente avverso allo Zeitgeist, difficile da incontrare – nel suo darsi agli altri piuttostio che a sé – nelle narrazioni di oggi tese perlopiù all’elogio dell’Io e della volontà di potenza del soggetto.
Strutturato in undici (o dodici, non ricordo bene) capitoli – ognuno con il suo titolo – La vie d’une femme (titolo didascalico, forse troppo) rinuncia alla linearità narrativa per una struttura ad affresco, a mosaico, accostando diversi momenti e “situazioni”come su una lavagna. Scelta felice da parte della regista (francese) Charline Bourgeois-Tacquet. Che, ho scoperto per caso, essere la moglie (la seconda o la terza, non ricordo) di Emmanuel Carrère, citata anche più volte nel nuovo libro dell’eminente consorte – scrittore grandissimo seciondo me, e leggibissimo – Kolkhoz appena uscito in Italia da Adelphi. Qua e là si percepiscono consonanze tra il film di lei e il libro di lui. Soprattutto quando Bourgeois-Tacquet racconta di Gabrielle e di sua madre in Alzheimer (una Marie-Christine Barrault ultraottantenne, e si pensa a lei sfolgorante al tempo di La mia notte con Maud di Eric Rohmer). Anche Carrère affronta il tema del declino dei genitori in Kolkhoz, della malattia della madre e della patologia neurodegenerativa del padre.
Guardando La vie d’une femme ho avuto una specie di allucinazione. E in questo ritratto puramente osservativo e fattuale (almeno nella prima parte) di una donna alle prese con sé stessa e il mondo, in questo mostrare senza giudizi e pregiudizi un’esistenza come puro svolgersi di fatti e di atti, mi è sembrato di intravedere una versione contemporaneizzata di un’altra vita di donna, Jeanne Dielmann di Chantal Akerman. Anche se là l’impronta stilistica era data dall’inquadratura fissa e frontale, dalla camera posizionata per dirla alla Ozu ad altezzaa di tatami mentre qui si ricorre com’è ormai un’attitudine del cinema odierno la macchina prensile, a mano o a spalla, mobile a catturare e inseguire-perseguitare il personaggio. Insomma, per un bel po’ ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un gesto cinematografico memorabile, grazie anche alla straordinaria performance di Léa Ducker che davvero si meriterebbe il premio per la migliore interpretazione sfuggitole l’anno scorso per Dossier 137 (ma dovrà fare i conti con la Virginie Efira di Soudain di Hamaguchi).
Poi però, dopo una quarantina di minuti entusiasmanti, il film si affloscia. L’eroina dedita al culto del lavoro, così inattuale e proprio per questo figura memorabile, lascia il posto ai donna alle prese con i problemi e anche problemucci del privato. Si profila una storia smancerosa – di cui non ci importa niente – con una scrittrice che vorrebbe scrivere un libro ispirato a Gabrielle, si approda a un finale (a Torino) di una banalità imbarazzante. È che delle storie d’amore di Léa e dei (blandi) conflitti con il marito non ci importa niente, molto invece del suo lavoro, della sua dedizione ai malati, dei rapprti complicati con colleghi e manager dell’ospedale. C’è anche, esarebbe stato meglio evitare, un weekend con la quasi-fidanzata in montagna a casa di un Eri De Luca, più che mai sapienziale, nella parte di sé stesso. La regista, sopo le straordinarie intuizioni inizali, finisce col sabotare il suo stesso lavoro. Peccato. Ma La vie d’une femme resta un film da vedere.

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