Fatherland di Pawel Pawlikowski. Con Hanns Zischler, Sandra Hüller, August Dieh, Davod Striesow. Concorso. Voto 8

Cinema, questo Fatherland – ma il working title è stato per parecchio 1949, e lo avrei preferito come definitivo – per vecchi signori e signore? (A proposito: il Signore e signori di Pietro Germi, a suo tempo vincitore ex aequo qui a Cannes, è in questi giorni proiettato nella sezione Classici). Sì, puro cinema da boomer. Da quanto ho potuto vedere e capire, sono uscite perplesse dalla visione le legioni di Gen Z e millennial che solo qualche ora prima avevano delirato per il superqueer e ovviamente supercamp Teenahe Sex and Death at Camp Miasma, horror citazionista e queer-wokista promosso immediatamente a culto. A me, che cerco di avvicinarmi ai films enza pregiuzizi o bias, ho apprezzato l’uno e l’altro. Il cinema classico e bien fait come quello giovanottesco-decostruzionista.
Dopo i già notevoli Ida e Cold War stavolta il polacco ma inglese ormai a tutti gli effetti Pawel Palikowski riesce a suoierarsiu e realizza la sua cosa migliore candidandosi alla Palma d’oro. Anche se il presidente di giuria Park Chan-wook si situa per estetica e visioni al suo esatto opposto. Stiamo a vedere.
Il regista torna (ossessivamente?) al suo luogo cinematografico di elezione, l’‘Europa appena uscita dalla guerra, la seconda mondiale, in particolare quell’area tra centro e Est Europa che lo storico Timothy Snyder ha definito in un suo libro ‘terre di sangue’. Terre dilaniate, distrutte, divise. Travolte dai totalitarismi. Massacri, Traumi collettivi e individuali da elaborare, coscienze sporche da ripulire e coscienze immacolate. Vincitori e vinti. Eroi e vigliacchi, Vittume e carnefici. Rovine ovunque.
Ispirandosi, mi è parso di capire, a quanto ricostruito da Colm Tóibín nel suo (bellissimo ) Il mago, biografia narrativizzata di Thomas Mann, Pavel Pawlikowski racconta con la meticolosità dell’archivista un episodio cruciale nella vita dell’autore della Montagna incantata (o magica), il primo viaggio in patria dopo l’autoesilio con moglie e figli scelto nel 1933. Esilio per gran parte vissuto negli Stati Uniti, in California. Adesso Mann incarna agli occhi del mondo l’altitudine del pensiero tedesco e quanto di nobile esta dell’anima della sua nazione dopo il disastro del nazismo. Già premiato con il Nobel, al momento della presa di potere da parte di Hitler ha saputo fare la scelta giusta, senza cedere ai richiami nazional-patrilttici, anche se i due figli suoi più pugnaci e celebri, Erica e Klaus, lo hanno sempre accusato di non aver combattuto con maggior decisione contro il regime. Adesso torna in Germania, da vecchio e pieno di gloria, per ricevere a Francoforte il premio Goethe. E ad accompagnarlo c’è Erika (una perfetta as usual Sandra Hüller), riconciliata con lui ma sempre ostinatamente alla sinistra di tanto padre. Aspettano che a Francoforte li raggiunga il ribelle Klaus, il bohemian di famiglia, scrittore, polemista, omosessuale dichiafrato, soprattutto dissipatore del suo stesso talento. Ma Klaus non verrà (meglio non dire di più, anche se basta un clic su Google per sapere come si è conclusa la sua parabola artistica e esistenziale). La tappa successiva è nella città di Goethe, Weimar, adesso nella zona di influenza sovietica e parte della nascente DDR. Lo accolgono i potenti del nuovo regime, che cercano di cooptarlo offrendogli una carica cultural-politica. Per loro sarebbe l’ennesionmo trofeo da esibire davanti alla pubblica opinione globale (già il musicista Hans Eisler ha scelto la parte socialista della Germania, come Bertolt Brecht del resto). Blindato nel suo olimpico distacco, il grande vecchio rifiuta pur nei suoi medi felpati da altoborghese l’offerta.
La nouvelle critique di carta e soprattutto di web ha bollato il film, come c’era da aspettarsi, di accademismo, di essere un muffito esemplare del conservatorismo schermico più vetirsto: quel cinema che un critico radicale ha recentemente bollato come “nato norto”. Mi permetto di dissentire. Fatherland è un film che, sotto la confezione apparentemente gelida e il tocco chirurgico della mise en scène, riesce benissimo a restituire il senso della tragedia di una nazione (e di un continente) e tutte le ambiguità della ricostruzione. Le colpe non espiate, il camaleontismo delle classi dirigenti che non hanno pagato e si sono riciclate nelle due Germanie allo statu nascenti. Si pensi solo alla sequenza del discorso di Mann davanti alla nomenklatura della DDR che, nella sua fissità da tableaux vivant, riesce a comunicarci tutto il conformismo obbligatorio e l’oppressione si ogni dissenso della Germania Est. Intanto, gli equilibri della famiglia Mann si incrinanosotto i colpi di un lutto insostenibile.
Gran film. Cinema, e stavolta non è retorica dirlo, necessario.
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