El Ser Querido (Beloved – L’essere amato) di Rodrigo Sorogoyen. Con Javier Bardem (Esteban Martinez), Victoria Luengo (Emilia), Raul Arevalo, Marina Foïs. Concorso. Voto tra il 5 e il 6
Acclamato dagli italiani presenti a Cannes nonché dal resto del mondo. Dissento, purtroppo. Perché sono sempre stato un sincero estimatore di Sorogoyen fin dai tempi del suo mirabile thriller politico Il regno quando, diciamolo, dalle nostre parti recensorie tricolori se lo filavano in pochi. Adesso – sarà l’effetto As Bestas che tutti ha conquistato al culto Sorogoyen? – si urlano meraviglie per questo suo Beloved, anzi, traducendo l’originale El Ser Querido: l’essere amato. Che è sì il suo primo film in concorso a Cannes dopo tanta anticamera nelle altre sezioni e in alri festival, ma non la sua cosa migliore. Autore dal segno netto e deciso anche quando si inoltra nelle terre di mezzo dell’ambiguo, più tendente all’epico o almeno al racconto forte che ai minimalismi emozionali, fatica a restituire un piccolo e piuttosto mediocre dramma borghese com’è questo El Ser Querido dove si confrontano e affrontano un padre regista famoso e la figlia avuta in anni lontani da una sua attrice e mai davvero amata, mai davvero accettata. Molte le analogie, ma più di contenuto che di forma e stile, con Sentimental Value, trionfo dell’anno scorso a Cannes. Quello dell’abisso che separa padre e figlia è però ormai una cineossessione che ritorne in questa edizionr, oltre che in El Ser Querido, in in almeno altri due film tra quelli che ho visto, Full Phil di Quentin Dupieux (fuori concorso) e Quelques most d’amour di Rudi Rosenberg (Un certain regard). Naturalmente, come vuole la sensibilità oggi egemone, questi padri – film di Dupieux a parte – sono tutti carogne, maschi tossici, mostri di egocentrismo mentre le figlie son anciulle addolorate e interiormente massacrate dall’abbandono paterno. Uno schema riproposto da Sorogoyen pedissequamente, senza la minima sfumatura, pure con una certa rozzezza. Siamo nel wokismo più schematico. Per carità, mica si vogliono minimizzare i disastri del patriarcato e però, come ha scritto un critico italiano, tra i pochi a andare controcrrente (riassumo assai liberamente), va bene ragazze mie, abbiamo capito, c’avete anche ragione però almeno al cinema la firmiamo una tregua?
A un certo punto il padre regista racconta alla figlia, da lui ricontattata perché, pur non essendo attrice professionista, le vuole affidare il ruolo protagonista del film che va a girare (sarà il senso di colpa? un specie di tardivo risarcimento?), quanto ha detto o scritto una volta la musa bergmaniana Liv Ullman: più la macchina da presa di avvicina al volto, più l’attore deve calare la maschera.
Credo sia anche una dichiarazione di intenti da parte di Sorogoyen, la sua idea-guida per El Ser Querido. Che difatti, parte con un dialogo tra genitore già fuggitivo e la figlia ritrovata che è una tacita ma serrata battaglia dialettica, con camera addosso alle facce, perfino a frantumare quelle facce in dettagli ravvicinatissimi. Esibizione di maestria registica e però, anche, quanta freddezza programmatica. Ed è il segnale che Sorogoyen condurrà il film come una continua lotta tra i due. Il che è cifra a lui assai più congeniale di quanto non lo siano i codici del cinema psicologico e intimista.
Si chiama Deserto, il film che Emilia ha accettato di interpretare. Un melodramma a sfondo coloniale ambientato nel Marocco spagnolo nei primi anni Trenta, in un fortino ai bordi del Sahara tipo quelli del cinema legionario alla Morocco di von Sternberg o La bandera di Julien Duvivier. All’inizio tutto sembra andare nel migliore dei modi tra Esteban Martinez e la figlia Emilia, ma l’idillio si incrina quando sul set arriva la famiglia attuale di lui, moglie biondissima e assai più giovane e due figli ancora più biondi.
A dominare è un monumentale Javier Bardem, che fa di Esteban il suo personaggio più oscuro e temibile dopo il killer psicopaticop di Non è un paese per vecchi. Se nella prima parte il suo Esteban ci mostra una faccia da maschio patriarcale addomesticato e pentito, man mano che la storia prende corpo la maschera cade ed emerge tutta lal forza minacciosa e animalesca del padre-regista. Nella scena culminante, l’unica davvero efficace di El Ser Querido e l’unica, credo, che resterà nella memoria, un Esteban Martinez inferocito con gli attori, figlia compresa, fa ripetere ossessivamente più e più volte una ripresa rivelando la sua essenza di padre-padrone, di maschio dominante, di tiranno. Una performance grandiosasamente selvaggia che potrebbe fargli vincere qui il premio come migliore attore e poi portarlo agli Oscar, sempre che il film, piuttosto debole di suo, riesca a fargli efficacemente da veicolo. Questa parte di cinema sul cinema, sul making off, alla Effetto notte, è perlomeno più interessante dell’altra, quella tutta focalizzata sulla relazione padre-figlia che non ce la fa mai a andare oltre una drammaturgia basica e prevedibile. Insomma, molto meglio le baruffe sul set e le rabbie del regista-demiurgo-sovrano assoluto (e si pensa a certi despoti del set tipo Otto Preminger) con quel sapore di cinema pre-wokista, delle turbe della figlia abbandonata da piccina. Anche perché l’attrice Victoria Luengo (è anche nel purtroppo modesto film di Almodovar Amarga Navidad) non brilla né per empatia né per sottigliezze interpretative.
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