Cannes 2026. MINOTAUR di Andreï Zviaguintsev. Recensione

Minotaur di Andreï Zviaguintsev. Con Iris Lebedeva (Galina), Dimitriy Mazurov (Gleb). Concorso. Voto 7 e mezzo
Vincitore del Grand Prix della giuria

Un ordinario dramma della gelosia ispirato, stando allo stesso autore, a La femme infidèle di Chabrol di cui è un remake solo in parte fedele. Dramma che però Andreï Zviaguintsev (già in concorso a Cannes anni fa prima con Leviathan e poi con Loveless, entrambi belli e possenti, mai premiati con Palma d’oro benché lo meritassero) rende straordinario interconnettendo quanto succede all’interno della coppia – o meglio del triangolo – protagonista a quanto c’è là fuori. Vale a dire la Russia del 2022 surriscaldata dal nazionalismo che ha appena dato inizio alla famigerata operazione speciale contro l’Ucraina.
Non solo Zviaguintsev si pone in posizione critica verso l’intervento, ma trasforma il suo film in un lucido atto d’accusa contro la deriva autoritaria-autocratica del boss del Cremlino. Scelta coraggiosa. Da quelle parti, si sa, il dissenso non è contemplato né permesso. Tanto che per girare Minotaur Z. se n’è dovuto andare in Lettonia e non è affatto detto che in patria ci ritorni (diciamo che negli ultimi anni Zviaguintsev non ha avuto vita facile, prima un Covid pesante che l’ha mandato in coma costringendolo a una lunga riabilitazione per recuperare mobilità e uso della parola, poi i rapporti complicati con il potere).
I fatti e i misfatt di Minotaur: Gleb, imprenditore in una non precisata città di provincia della grande Russia, titolare di un’azienda di autotrasporti, fa parte di quegli oligarchi di seconda o terza fascia che le loro fortune le hanno costruite grazie a rapporti stabiliti con il potere politico locale, rapporti in cui l’imprenditore fornisce supporto e soldi a chi comanda in cambio di protezione nella gestione del proprio business. Un patto mafioso. Ha una grande casa da neoricco in cerca di legittimazione sociale, una moglie bellissima, annoiata e insoddisfatta, un figlio ragazzino assai sveglio ma che non corrisponde del tutto al modello maschile dominante (sapendolo bullizzato da un compagno di classe, Greg lo accusa tacitamente di pavidità consigliandogli di rispondere alla violenza nei modi più spicci, con altrettanta violenza). Un quadro di famiglia benestante tratteggiato da Zviaguintsev con la meticolosità e il distacco osservativo di un antropologo. O di un entomologo. Finché in quell’ordine si apre una crepa. Gleb sospetta che Galina lo tradisca, ingaggia un uomo della sicurezza della sua azienda perché la segua e arriva la conferma: sì, lei ha un altro, un giovane fotografo ovviamente assai sexy e assai diverso dal rozzo Gleb.
Non è tanto interessante in sé questa storia di un’infedeltà borghese da parte di una Bovary stanca di un marito troppo qualunque, quanto il modo con cui il regista la trasforma in un referto sui rapporti di dominio nella Russia attuale: tre le mura domestiche (con il pater familias ancora padre-padrone cui sono sottomessi moglie e prole) e nella dimensione sociale (dove il potere politico letteralmente si impadronisce dei corpi dei suoi sudditi e ne dispone vita e morte). Il Minotauro del titolo, richiamo alla creatura mitologica messa a guardia del labirinto di Creta, diventa qui, esplicitamente, la Russia putiniana che obbliga la sua “meglio goventù” ad andare a morire in una guerra spacciata dalla propaganda come atto di difesa antifascista. A Gleb, come agli altri imprenditori di regime, che dal regime sono stati creati e che ne dipendono, è richiesto di fornire una quota dei propri dipendenti – quattordici – da mandare al fronte ed è, la selezione dei morituri, uno dei momenti più agghiaccianti del film.
Il teorema sotteso al racconto non lascia dubbi. C’è una continuità, suggerisce l’autore, una perfetta omologia tra sfera pubblica e privata (come, del resto, gridavano le femministe già negli anni Settanta, le prime a capire che il potere si esercita anche sul vivente, sul biologico, sullo psichico ). La struttura interna della famiglia rispecchia quella del regime autoritario che sta fuori e pervade tutti gli spazi sociali e esistenziali, sono anzi entrambe il precipitato delle stesse logiche di sopraffazione, centralizzazione, dominio. Gleb non è solo un uomo morso dalla gelosia, è anche il perfetto uomo post-sovietico che non ammette intorno a sé spazi di libertà, è il prodotto esemplare di una visione totalitaria. Forse Zviaguintsev è troppo esplicito nel dircelo, forse la messa in scena è fin troppo didattica. Ma è difficile restare insensibili di fronte a un film come questo che, dietro alla glacialità della rappresentazione di un universo distorto, sa come muoverci a una (sacrosanta) indignazione. C’è qualche lungaggine di troppo nella prima parte preparatoria agli eventi cruciali che verranno, le scene d’amore tra Galina e il suo giovane amante non riescono a evitare qualche goffaggine (Zviaguintsev non è a suo agio nel registro romantico-sentimentale). Però che film. Grand Prix della giuria e Palma d’oro sfiorata.
Nota. Nel discorso di ringraziamento per il premio ricevuto Zviaguintsev ha fatto corposi cenni alla situazione attuale della Russia chiedendo a Putin, pur senza farne il nome – ha usato la locuzione “presidente della Federazione russa” – di porre fine all’attacco armato contro l’Ucraina. Difficile a questo punto che possa rientrare in patria, più probabilmente continuerà a vivere e lavorare a Parigi dove risiede da tempo.

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