DISCLOSURE DAY di Steven Spielberg: recensione. Delle cose nascoste dall’origine del mondo

Disclosure Day di Steven Spielberg (2026). Con Josh O’Connor, Emily Blunt, Colin Firth, Colman Domingo, Eve Hewson, Wyatt Russell.
Prima parte (inseguimenti, fughe, trasmissioni telepatiche) quasi irricevibile, con inverosimiglianze oltre la quantità consentita. Migliora quando si apre al mistero e si trasforma in parabola mistico-messianico-spiritualista. Peccato che poi il film non persegua radicalmente questa linea e si autoconfini nel genere. E però nonostante tutto Spielberg ce la fa a imporre ancora una volta il suo cinema fanciullo e incantatore. Voto 6 e mezzo
Allora com’è?, mi chiedono. Mah, sto più sul versante dei perplessi che degli entusiasti. Prima parte francamente irricevibile. Sembra di riprecipitare in un paranoid movie anni Settanta su servizi segreti deviati e roba del genere, però senza la classe né il mordente né tantomeno la convinzione del Sydney Pollack di Tre giorni del Condor o dell’Alan J. Pakula di Perché un assassinio (titolo made in Italy del cultistico The Parallax View).
Il ricercatore Daniel Kellner – l’adorato Josh O’Connor purtroppo qui piuttosto spento e al di sotto del suo standard prestazionale – che scappa con ua borsone di chiavette piene di file secretati dal governo Usa, sembra solo prendere tempo perché il Dio del cinema finalmente si decida ad agire e avviare una qualche traccia narrativa interessante. Che poi, fin da quando, cioè prestissimo, si rievoca in flashback il famoso incidente di Roswell – 1947, oggetto volante schiantatosi nel deserto del New Mexico – si capisce che ci sono di mezzo creature non conosciute sul pianeta Terra. E aspettare ancora un’ora e mezza per la famosa Rivelazione, la Disclosure del titolo, che tale non è, pare davvero troppo. Avvertiamo intanto il malsano sentore dei complottismi peggiori, di quei ‘non ce lo dicono’ da ufologi svalvolati e terrapiattisti da bar di provincia. Script di un David Koepp non proprio in forma; ma forse c’entra anche Spielberg che, evidentemente roso da robusti dubbi, ha fatto riscrivere la sceneggiatura una quarantina di volte e il risultato di tanto rovello è questo: plot lacunoso e pieno di buchi neri, sconnessioni narrative, banalità da Z-movie. Diciamolo, quel villain triste e imbranato interpretato da un Colin Firth mai così fuori parte che ha le convulsioni da abbassamento energetico quando cerca di infilarsi a distanza, telepaticamente, nella testa di chi vuole condizionare è, semplicemente, ridicolo in un cinema che invece si pretende, e in effetti a tratti riesce a essere, superiore. E poi, personaggi superflui o mal disegnati: a che serve ai fini dell’intreccio la fidanzatina di John O’Connor, già novizia in monastero e poi tornata nel mondo, se non a proporci la soave presenza di Eve Hewson (che non sapevo essere la figlia di Bono)?
Cerchiamo a questo punto di mettere un po’ d’ordine: il ricercatore Daniel Kellner ha deciso che ‘il mondo deve sapere’ quel che invece da 70 anni è tenuto nascosto dal governo e dall’agenzia Wardex Corporation, capitanata da Colin Firth/Scanlon, che per conto del governo custodisce il segreto (e fa, quando occorre, il lavoro sporco). Dunque Kellner ruba i file classificati, scappa, cerca di raggiungere altri dissidenti-transfughi della Wardex. La verità è rivoluzionaria e deve essere democraticamente condivisa, sembrano gridare i buoni del film, come se fossero rimasti agli anni Settanta. Mentre i cattivi della Wardex vogliono che tutto resti confinato nelle stanze del potere e cercano a ogni costo di impedire la Disclosure. Tutto poco coinvolgente e molto déjà-vu, almeno fino a quando non scende in campo (cinematografico) il personaggio di Margaret Fairchild, di professione meteorologa in un’emittente di Kansas City, la quale, in diretta, si imbambola, come posseduta da chissà cosa, e comincia a emettere strani suoni gutturali di fronte agli allibiti spettatori e ai colleghi dello studio televisivo. Capiremo che lei (una Emily Blunt assai efficace) e Kellner sono dei ‘passeggeri’, portatori di messaggi, mediatori tra una realtà sovrannaturale e extraterrena e il nostro mondo qui e adesso. E in questo cambio di passo dal B-movie di caccia e fuga (dove però va salvata almeno la gran sequenza del treno, una lezione di cinema che il signor Spielberg impartisce a tutti, spettatori e addetti ai cinelavori) a un racconto proteso verso un’altra e superiore dimensione. Verso una fiaba, anzi verso la parabola spiritualista, messsianica, religiosa, perfino cristologica: a trattare delle cose nascoste sin dall’origine del mondo, per dirlo con un titolo dell’antropologo e filosofo cattolico René Girard (edizioni Adelphi) preso da un passo del Vangelo di Matteo. Il film decolla solo quando, nella seconda parte e forse troppo tardi, si apre al mistero – non tanto di ciò che banalmente viene occultato dal governo e dai cattivissimi della Wardex Corporation – ma di quanto resta inesplorato, indicibile, inspiegabile, irriducibile alla piatta ragion pratica nelle nostre vite (apparentemente) laicizzate e secolarizzate. Spielberg intercetta qui, come già in E.T., in Incontrri ravvicinati del terzo tipo e ancor più in I predatori dell’arca perduta (Disclosure Day si configura anche come una ricapitolazione e summa del suo cinema, della sua visione), il bisogno collettivo latente e mai scomparso del sacro. E sembra farsi – farci – la stessa domanda che si pone René Girard nel libro di cui sopra: «Perché la credenza nel sacro? Perché non vi è stato un ordine sociale che non appaia dominato da un’entità soprannaturale?». Sta in questo il potere incantatorio che nonostante una prima parte ai limiti dell’inguardabile il film sprigiona. È nel territorie dell’oltreumano, del numinoso, della possessione mistica che Disclosure Day dà il meglio di sé. Quella processione degli animali-messaggeri verso la casa nel bosco, quei momenti in cui la meteorologa grazie ai suoi superpoteri entra nell’anima di chi incontra incoraggiando, lenendo il dolore, consolando, ridando la speranza. Come una santa trasportata in un nostro assai prossimo futuro. Intuizioni grandiose cui purtroppo Spielberg e David Koepp non danno un seguito coerente, che restano embrioni del film che Disclosure Day sarebbe potuto essere e purtroppo non è. Sarebbe stato bello che, potenziando quell’intuizione, si fosse fatto di Margaret/Emily Blunt una sorta di profetessa, di testimone in terra del divino. Che si accentuassero quegli aspetti che pure in Disclosure Day sono germinalmente già presenti e sembrano farne in alcuni momenti una riscrittura del racconto cristiano di Fatima, con le apparizioni sovrannaturali, il terribile segreto da rivelare al mondo, la presenza dei messaggeri (che in Fatima sono i pastori-bambini e qui la coppia Margaret-Daniel)). Potevamo avere un film potente sul nostro bisogno di credere (e lo dico da laico), ma la coppia Spielberg-Koepp di fronte a questa prospettiva si ritrae per restare nel perimetro rassicurante dell’ennesimo film del genere alieni. Ma al di là dei suoi limiti e delle promesse non mantenute Disclosure Day resta un’esibizione muscolare di regia da parte di Spielberg, a partire dalla sequenza iniziale, tutta in soggettiva, dell’incontro di wrestling che sembra dire ai Safdie e agli altri rampanti giovanotti che il cinema ipercinetico e modernamente destrutturato lo sa fare pure lui, il classicista di Hollywood. E una lezione di cinema, oltre alla sequenza del treno già citata, è anche la parte finale della Rivelazione sugli schermi globali. Spielberg per fortuna non smette di credere nell missione salvifica del fare film e riesce a comunicarlo anche allo spettatore più scettico e meno bendisposto. Il suo cinema fanciullo ancora una volta finisce per colpire al cuore, salvando Disclosure Day dai suoi stessi errori.

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