Al cinema. IL PRIGIONIERO di Alejandro Amenabar: recensione. Cervantes alla corte del Bey

Il prigioniero (El Cautivo). Regia, sceneggiatura, musica: Alejandro Amenábar.Con Julio Peña (Miguel de Cervantes), Alessandro Borghi (Hasan Pascià), Fernando Tejero, Roberto Álamo, José Manuel Poga, Luis Callejo, Julien Paschal, Albert Salazar, Juanma Muniagurria, Miguel Rellán, César Sarachu, Luna Berroa, Thomas King.
Cinque anni nella vita di Cervantes raccontati come se fossimo in Angelica e il Gran Sultano (film ultracamp degli anni Sessanta). Il giovane scrittore prigioniero ad Algeri dei Mori incanta con i suoi racconti i compagni di sventura ma pure il Bey (Alessandro Borghi!) che sta lassù, nascosto dietro le grate. Tra i due saranno sospiri e languori. Una fantasia queer sfacciata e divertente, basta non indignarsi per come vien trattato un padre delle patrie lettere (spagnole). E basta non scambiare questa libera interpretazione per una rigorosa ricostruzione storica. Voto 6 e mezzo
C’è stato un tempo in cui con The Others, Mare dentro, Ipazia il cileno ma professionalmente spagnolo Alejandro Amanebar era riuscito a collocarsi nel sancta sancrotum degli autori riconosciuti. Premi dappertutto e uno status, nel cinema iberico, secondo solo a quello dell’irraggiungibile Almodovar. Poi la parabola discendente, almeno secondo il sentire comune tra i critici, che ha coinciso però anche con l’apertura a un cinema meno convenzionale e signorilmente classico, più libero, spregiudicato, oltraggioso, più fuori posto e meno bon ton di quello che lo aveva consacrato autore da sciure delle sale già d’essai. Prima Regression, un psycho-horror in lingua inglese con Ethan Hawke che flirtava con il più esagitato cinema di genere, poi il secondo me assai bello ma anche politicamente controverso Lettera a Franco intorno a una gloria nazionale, lo scrittore-pensatore Miguel de Unamuno, e alla sua complessa  relazione di adesione-e-rifiuto nei confronti del franchismo nascente. Un film di zone d’ombra senza facili schematismi, lontano da un cinema accomodante e agiografico e destinato a suscitare, com’è difatti successo, più polemiche che consensi.
Adesso questo El Cautivo, da noi Il prigioniero (ma in spagnolo suona meglio), che si confronta con un totem nazionale come il Miguel de Cervantes del Don Quixote e lo fa a modo suo, attraverso un approccio sfrenatamente queer e camp. Per umanizzare Cervantes, dicono i fan di Amenabar, per demolirlo, dicono i detrattori (il film all’uscita in Spagna ha comunque incassato la discreta cifra di 6 milioni di euro, sempre pochi però a confonto dei 15 investiti). Amenabar si diverte a mettere i baffi alla Gioconda-Cervantes, si lancia con sommo godimento nel gay-kitsch senza curarsi tropp di restare fedele al dato strettamente biografico del suo protagonista. O meglio, riempiendo con l’invenzione un periodo nella vita del giovane Cervantes mai del tutto chiarito. Cervantes peraltro fu uomo meno austero di quanto il canone letterario ci abbia trasmesso. Una vita avventurosa, irregolare, disallineata con sconfinamenti nell’illegalità. Da giovane scappa dalla Spagna dove stanno per punirlo con il taglio della mano per aver ferito gravemente un uomo, tale almeno l’accusa. Scappa e arriva in Italia, a Roma, dove si mette al servizio di un aristocratico per poi arruolarsi come mercenario nella milizia di un professionista delle armi. E siamo nel 1571, quando sulla galea Moncada patecipa alla fondamentale battaglia di Lepanto contro i turchi riportandone una ferita d’archibugio che gli paralizzerà per sempre la mano sinistra. Continua, nostante la menomazione, a esercitare il mestiere delle armi. Fino a quando nel 1575 viene catturato in mare, su un nave che lo sta portando da Napoli in Spagna, da corsari saraceni: finirà prigioniero, in condizioni di schiavitù, nel palazzo del Bey di Algeri (o Bajá, come viene chiamato nel film), dove resterà per cinque anni fino a che non verrà riscattato e potrà tornare in patria. Ed è questo il periodo che Amenabar ricostruisce con  molta libertà e gran divertimento (suo e nostro).
Vita straordinaria insomma quella dell’autore del Chisciotte, così diversa dalle probe esistenze, anche quando tormentatissime, di tanti padri delle nostre lettere (per trovare qualcuno affine a Cervantes dobbiamo spostarci nella pittura verso figure come  Caravaggio). Ve lo immaginate un nostro eminente letterato alla mercè dei capricci e delle voglie di un Bey moresco, com’è capitato a Cervantes o, almeno, come ci racconta Amenabar, neanche fosse Angelica alla corte del Sultano?
Angelica, appunto, la bionda avventuriera inventata dai coniugi Golon specializzati in bestseller popolari e poi portata al cinema negli anni Sessanta con enorme successo in ben cinque film da Benard Borderie attraverso il “corpo” di Michèle Mercier. Cresciuta nella Francia del Re Sole, Angelica si muove attraverso Europa e Mediterraneo concupita da maschi di ogni latitudine, rango sociale e religione. Il prigioniero sembra esserne un inconscio ricalco. Come nella saga di Golon-Borderie ecco l’Europa in perenne guerra di frizione con i Mori, ecco il mondo arabo-islamico nello stesso tempo minaccioso e irresistibilmente saturo di sessualità e desiderio. Nella quarta delle sue avventure, L’indomabile Angelica, la protagonista, venduta al mercato degli schiavi di Creta, teme di finire in qualche harem. In modo analogo, il Miguel de Cervantes di Amenabar viene catturato, schiavizzato, venduto al temutissimo Bajá di Algeri insieme a un gruppo di connazionali. Tutti sottoposti a un duro regime di detenzione, vittime degli sgherri del Bajá
, tenuti in vita solo dalla speranza che qualcuno li riscatti. In tale desolazione il giovane Cerrvantes cerca di arrangiarsi come può finché, come Sheherazade (l’allusione è fin troppo scoperta), troverà nel raccontare storie il suo strumento di sopravvivenzae. Inventa, affabula, incanta, conquista l’attenzione dei suoi compagni di prigionia, li avvince e li consola. La sua voce arriva fin oltre le grate – le tipiche grate arabe intrecciate, le mashrabiyya – dietro alle quali sta nascosto  il Bey o Bajá, il padrone da cui tutto dipende. Non lo vediamo, ma percepiamo che tra lui e il giovane narratore si è stabilita una connessione. Arriva il giorno in cui Cervantes viene scortato su fino agli appartamentei del Bajá, che si rivela fichissimo, sguardo bistrato, sete fruscianti a vestirlo, il turbante malandrino in testa. È Alessandro Borghi, perfetto in questa escursione algerina quale reuccio dei Mori. E qui sovviene un altro episodio della saga di Borderie, il quinto, Angelica e il gran Sultano, lei prima ad Algeri (come Cervantes!) poi a Fes, concupita dal padrone dell’harem cui non cederà venendo financo torturata. La minaccia di bruttissime cose incombe pur sempre anche sul giovane Cervantes, benché il Bajá Borghi sia ammaliato da lui e dai suoi racconti. È tutto un languore omoerotico, non solo tra le mura e i broccati dell’appartamento del Bajá ma in tutto il film (finiscono a letto il reuccio e il futuro scrittore nonché padre delle patrie lettere? dirlo sarebbe spoiler). Del resto è il desiderio tra uomini la cifra dell’operazione tra mélo e Storia (più il primo) messa in piedi da Amenabar, desiderio che sta dappertutto, ora mascherato ora esplicitamente mostrato. Le figure femminili sono totalmente assenti (tranne un paio di comparsate): questo è un film di soli uomini. Per le strade e gli antri di Algeri, ricostruita secondo i codici dell’orientalismo (quella fascinazione estetica e sentimentale per il mondo arabo-islamico che ha colpito tanti europei, da Delacroix a Matisse a Flaubert; e sull’Orientalismo chiaro che vada letto l’omonimo e fondamentale ancorché ideologico saggio di Edward Said), gli sguardi e i sospiri sono tutti tra maschi. Per non dire dell’alcova del Bajá Alessandro Borghi che spiega a Miguel come a lui piacciano i “garzoni” (così nei sottotitoli) e difatti eccone lì tre che si rotolano avvinghiati pronti ad accogliere il padrone. Ma l’apice è in un bordello omosessuale tenuto da un cristiano che ad Algeri ha fatto fortuna dove tutti baciano tutti e dove Cervantes può constatare che quanto nella patria Spagna è proibito lì viene allegramente praticato.
Ci si diverte a questa improbabile messinscena di un Amenabar lanciatosi a capofitto nel cliché orientalista di un mondo arabo nel quale tutto è proibito ma, sotto il velo, tutto può goduriosamente succedere. E Il prigioniero finisce con il configurarsi come una fantasia gay sul (presunto) “impero dei sensi” sud-mediterraneo nel quale il dato biografico di Cervantes è solo un pretesto.
Certo c’è anche dell’altro . L’elemento del narrare come strumento salvifico. Lo sguardo talvolta genuinamente curioso e empatico sull’Islam. E precise annotazioni su aspetti non così noti dello ‘scontro di civiltà’ Cristiani vs Mori: gli europei catturati e fatti schiavi, il loro possibile riscatto attraverso il denaro e il ricorso a speciali mediatori (una diplomazia nascosta ma efficiente), le conversioni forzate dei prigionieri, le chance di una vita libera e di carriere anche prestigiose offerte ai convertiti (lo stesso Bajà, scopriamo in corso d’opera, è un veneziano che dopo la prigionia ha ripudiato il cristianesimo). Al di là dei suoi aspetti strettamente filmici (trattasi di un prodotto realizzato secondo codici molto classici e senza ubbie sperimentaliste), Il prigioniero resta una sontuosa rappresentazione di quanto desiderio e paura passino attraverso il cultural clash tra Nord e Sud del mare non solo nostro. Julio Peña, pescato da quel laboratorio di successi che sono le serie spagnole, ha la faccia giusta per il giovane Cervantes (assomiglia parecchio al Joseph Fiennes di Shakespeare in love).

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