Il mio giardino persiano (titolo originale: Keyke Mahboobe Man; titolo internazionale: My Favourite Cake) di Maryam Moghaddam, Behtash Sanaeeha, 2024. Rai 3, ore 21:15, venerdì 3 luglio 2026.
Ripubblico la recensione scritta alla Berlinale 2024 dopo la presentazione in concorso del film.
Dopo un paio di titoli punitivi (Small Thing Like These, La Cocina), è arrivato in concorso il primo film diciamo friendly, e difatti applausi convinti alla fine del press screening. Cinema popolare nel senso migliore, questo iraniano My Favourite Cake (spoiler, la preferita dalla protagonista è all’arancia), che, se prendesse l’abbrivio giusto, potrebbe andare lontano e diventare un successo internazionale di nicchia e portare grandi soddisfazioni alla sua attrice-mattatrice, Lily Farhadpour: una signora più vicina ai 70 che ai 60.
Una commedia dai sapori decisi con due personaggi a cui non si può non voler bene, ottimamente scritta, anche se non priva di qualche forzatura in sede di sceneggiatura (diciamo che il corteggiamento tra la protagonista Mahin e il tassista suo coetaneo si svolge in tempi fin troppo rapidi). Ci si diverte, si sorride, non ci si annoia un secondo, ma, come avverte il mio amico Claudio C., siamo pur sempre nel cinema iraniano, pensate che possa finire come una qualsiasi rom-com americana? Ovvio che no, anche se non è il caso di dire una parola in più.
Come spesso succede agli autori iraniani, pure la coppia registica di My Favourite Cake, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, ha avuto e sta avendo noie con il regime degli imam: passaporto ritirato a entrambi, quindi impossibilità a uscire dal paese e di accompagnare il film qui a Berlino. Non bastasse, Moghaddam e Sanaeeha dovranno pure affrontare un processo “in relazione al loro lavoro di filmmaker”. Storia non nuova purtroppo, è successa a Jafar Panahi e a Mohammad Rasouloff, entrambi vinitori di Orso d’oro nel recente passato, è capitato lo stessoa Ali Azmadeh, regista del film vincitore di Locarno 2023 Critical Zone. Che era, è, un atto di accusa feroce all’Iran attuale e alla sua nomenclatura, il racconto concitato e dark intorno a uno spacciatore di Teheran che ha fatto, prevedibilmente, scattare la reazione della casta al potere. Ma perché prendersela con My Favorite Cake, assai meno corrosivo di Critical Zone? Certo non risparmia frecciate a signori e signorotti degli alti scranni iraniani e alla polizia morale (che vediamo in una sequenza esemplare prendersela con una ragazza con qualche ciuffo di capelli non adegutamente coperto dal velo), certo osa mettere in scena una figura femminile non convenzionale, decisa a ritagliarsi la sua fetta di felicità affettiva e pure erotica. Ma francamente la persecuzione dei due autori ha un che di sproporzionato e rivela tutta l’ottusità e la ferocia del regime.
La storia: Mahin è una vedova settantenne, infermiera da tempo in pensione, che vive sola in una bella casa con un giardino da lei amatissimo. Incontri e pranzi e caffè con le amiche, a fare pettegolezzi, a parlare di uomini, a ironizzare sui bigottismi del regime, loro che hanno conosciuto l’Iran senza chador prima di Khomeini. Mahin si rende conto di desiderare un compagno dopo tanti ani di solitudine. E quando in un ristorante per pensionati (“vengo qui perché mi danno i buoni”) intravede a un tavolo vicino un uomo, single come lei, decide di seguirlo e di approcciarlo. I suoi maneggi hanno successo, il brav’uomo, un tassista in pensione, ex militare duramente provato dalla lunga guerra Iran-Iraq (che sta nella memoria collettiva iraniana come il Vietnam in quella americana), cede presto e volentieri, e la accompagna a casa. Cenano, aprono una proibitissima bottiglia di vino, cantano e ballano. Poi un colpo di scena che non si può dire.
Il film ne ricorda un altro, lanciato proprio Berlinale una decina di anni fa, il cileno Gloria di Sebastian Lelio poi diventato un successo globale. Anche là una signora oltre la piena maturità cercava il suo pezzo di felicità e compagnia maschile. Solo che in My Favourite Cake a fare la differenza è che siamo in Iran e una storia come quella di Mahin può risuonare in patria come oltraggiosa e perfino sovversiva. Con il rischio che il regima metta ulteriori inciampi alla libera circolazione del film all’estero impedendogli di ripetere il successo di Gloria. Momento italian pride: la protagonista, parlande della dolcezza di vivere a Teheran prima della rivoluzione, ricorda “quando si andava nei grandi alberghi eleganti a sentire i concerti delle star internazionali: una volta vennero pure Albano e Romina”. E noi (dico noi critichini della Berlinale e altri festival) che consideriamo Felicità una vergogna nazionale..
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