
Yuli – Danza e libertà di Iciar Bollain, 2018. Tv 2000, ore 21:09, venerdì 10 luglio 2026.
Non amo i biopic, ancora meno quelli di ballerini classici (un genere di spettacolo, il loro, non in cima al mio gradimento). Eppure questo Yuli, storia di Carlos Acosta, cubano di nascita e diventato poi una stella del Royal Ballet di Londra, un po’ di attenzione se la merita. Acosta è il primo ragazzo di pelle non chiara a trionfare sui palcoscenici inglesi e a interpretare Romeo in forma di danza nella patria di chi il personaggio lo ha inventato, William Shakespeare. Una rottura culturale. Con alle spalle un curriculum non proprio da enfant prodige allevato in impeccabili accademie. Un figlio del popolo, nato e cresciuto in una famiglia dell’Avana, con padre camionista che – incredibilmente e contro ogni cliché del macho proletario che di fronte alla danza classica inorridisce sospettandovi deboscia omosessuale – non solo intuisce il talento del figlio ma, contro la sua stessa volontà (il giovane Carlos non mostra entusiasmo per il ballo), lo iscrive a una scuola e gli impone quella dura disciplina. Così il ragazzo di strada Carlos compie il primo passo di un iter che lo porterà a diventare la star planetaria Acosta (ma in mezzo c’è chi a Cuba lo nota e lo porta a Londra). Dal niente al tutto, secondo la parabola di riscatto del povero cui si dischiudono, grazie alle sua capacità, gloria e successo. Ma Yuli è anche esemplare racconto di redenzione di un giovane ribelle che attraverso una pratica artistica (o sportiva, religiosa, meditativa ecc.) ingabbia le proprie pulsioni distruttive e le incanale verso un progetto di costruzione personale. In Yuli c’è qualcosa di speciale ed è la presenza alla sceneggiatura di Paul Laverty, colui che ha scritto per Ken Loach una lista interminabili di film meravigliosi e che stavolta trasforma l’ascesa di Acosta – ispirandosi alla sua autobiografia No Way Home – in una storia working class di fierezza e resistenza alle avversità e di emancipazione sociale (Paul Laverty è riapparso lo scorso maggio al festival di Cannes come giurato del concorso, per dire quale sia il suo status internazionale). Dietro alla macchina da presa Iciar Bollain, una regista-attrice spagnola (dal nome direi basca) che ha recitato anche per Loach e Victor Erice. Ce n’è abbastanza per non liquidare questo film come il solito insulso ritrattino agiografico. Yuli è il nome di una divinità Yoruba (una delle tracce culturali africane portate nel nuovo mondo dagli schiavi) con cui il padre chiamava il giovane Carlos.
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