Il film imperdibile stasera in tv è I DELFINI di Francesco Maselli/ sab. 11/7/2026

I delfini di Francesco Maselli, 1960. Rai Storia, ore 21:10, sabato 11 luglio 2026. Da domani si spera su RaiPlay.Che anni quegli anni. Il 1960 e dintorni sono la stagione aurea del nostro cinema, il suo vertice di sempre. Non sarebbe mai più stato così grande. Da Cinecittà e da altri cantieri uscivano capolavori come La dolce vita e Otto e mezzo di Fellini, Rocco e i suoi fratelli e Il gattopardo di Visconti, L’avventura e La notte di Antonioni. E intorno tutto un brulicare di esordi, opere seconde e terze, opere mature di grandi registi rigenerati dal nuovo clima di effervescenza creativa: un elenco impressionante  di titoli e autori per quantità e qualità (non solo nel cinema alto, ma anche di genere, vedi Mario Bava, Vittorio Cottafavi, Riccardo Freda). Che a scorrerlo oggi si rimane basiti, oggi che non siamo più, e da un pezzo, la superpotenza cinematografica di allora e neanche una subpotenza regionale. Solo una periferia dell’impero già di celluloide (e sarebbe utile andare oltre il lamento e analizzare lucidamente e senza autoindulgenze perché tutto questo sia successo).
A quel tempo di meraviglie appartiene I delfini, opera numero tre, siamo nel 1960, di un Francesco Maselli ventottenne che aveva già girato il notevole Gli sbandati (da riscoprire) e La donna del giorno (ci rendiamo conto?). A spiegarlo in breve, a farne la sinossi, sembra di pecipitare in un racconto moraviano. Difatti, Alberto Moravia compare tra gli sceneggiatori, insieme alo stesso Maselli e a Aggeo Savioli, critico teatrale e cinematografico dell’Unità. Il clima di disfacimento morale della mediocre borghesia italiana, stavolta della provincia marchigiana, non è lontano da quello degli Indifferenti. Che, tutto si tiene, diventerà un film di lì a poco, nel 1964, proprio sotto la direzione di Francesco Maselli.
In realtà, come racconta bene Massimiliano Schiavoni in un suo informatissmo pezzo su Quinlan, le origini dei Delfini stanno in una sceneggiatura di Antonio Pietrangeli, Le ragazze chiacchierate, che stava per entrare in produzione – era già pronto un cast stellare: Rosanna Schiaffino, Gabriele Ferzetti, Virna Lisi, Carla Gravina, Valentina Cortese e Antonio Cifariello – con i capitali di Franco Cristaldi, ma venne da questi sospeso all’ultimo minuto. Sicché Pietrangeli, deluso, vendette a Cristaldi lo script che poi, affidato a Maselli e Moravia, e con profondi cambiamenti, sarebbe diventato nel 1960 il film che Rai Storia oggi giustamente ripesca dagli archivi (si spera nella versione restaurata di qualche anno fa).
Il titolo richiama i felliniani Vitelloni e non per caso. Anche qui siamo in provincia: si tratta, anche se è mai detto esplicitamente, di Ascoli Piceno. Anche qui un gruppo di giovani uomini (e donne) sull’orla dell’inconcludenza e della noia di vivere (più accentuata rispetto a Fellini, riecheggiando italicamente certi modelli stranieri tra gioventù bruciate e fumosi esistenzialismi francesi, e però senza grandezza, solo mediocrità). Sono tutti ragazzi bene come si diceva allora, rampolli di una borghesia gretta e meschina che cercano di ammazzare il tempo, di ritardare il più possibile con i giochi dell’età giovane (amori, macchine, bevute) il confronto con il mondo e l’ingresso nell’adultità. Piccole debosce. E grandi nevrosi soprattutto ma non solo sul lato femminile di questo giro di enfanta gâtés. C’è chi si compiace della propria stronzaggine e vacuità e chi si pone a lato in posizione critica senza però incidere davvero su quel microcosmo, senza riuscire a cambiarlo. Alberto l’insopportabile maschietto alfa. Giuglielmo che gioca la carta del cinico dandismo di provincia. Marina, che attraverso l’alcol tiene lontane le sue insoddisfazioni. Mario, il giovane medico venuto da fuori e non ancora corrotto. E altre figure, a comporre una commedia umana su cui regna la contessa Cheriè, con il suo orgoglio ariosticrato che nasconde in realtà un fallimento sociale. A spezzare gli equilibri arriva una ragazza del popolo, Fedora (Claudia Cardinale) che riuscirà a sposare Alberto, il capobranco, senza però riuscire davvero a farsi accettare da quel mondo blindato nei suoi privilegi. Ed è nel personaggio della proletaria disprezzata che ritroviamo in pieno Antonio Pietrangeli e qualcosa della povera Adriana del suo Io la conoscevo bene (che è del 1965, cinque anni dopo I delfini). Vedere e rivedere il grandc bianco e nero di Gianni Di Venanzio, la classe della messinscena del pur giovane Maselli. E che cast: Tomas Milian approdato da poco in Italia, bellissimo, adorato dal cinema d’autore di quegli anni (dopo Maselli anche Bolognini e Visconti), ancora lontano dalla sua stagione monnezzara. Il nouvellevaguista Gérard Blain (allora per via delle coproduzioni si usavano molot gli attori francesi). Sergio Fantoni prima degli sceneggiati televisivi che ne avrebbero fatto un divo. Claudio Gora. Le bellissime e brave Anna Maria Ferrero e Antonella Lualdi. L’americana Betsy Blair di Marty in una delle sue trasferte europee. E Tina Lattanzi, stranamente doppiata, lei che aveva dato la sua voce e il suo inconfondibile birignao a tante attrici straniere. Prsentato a Venezia nel 1960, non fu granché apprezzato dai nostri critici. Si sarebbe rifatto diventando nel tempo un classico.

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