
Asteroid City di Wes Anderson, 2023. Iris, ore 21:10, mercoledì 15 luglio 2026.
Ho molto amato Wes Anderson fino a Grand Budapest Hotel e L’isola dei cani, poi il suo cinema autoriferito e come autorecluso in una bolla narcistica mi ha progressivamente deluso. Soprattutto l’ultimo titolo, La trama fenicia, forse il suo più stanco, manierato e meno riuscito in assoluto. Nella produzione più recente però si salva, e si salva abbondantemente, questo Asteroid City, in cui Anderson oltre che compiacersi della propria ablità nel creare figurine e mondi e sfondi bidimensionali di inarrivabile perfezion estetica, cerca di andare oltre, di costruire se non una narrazione compatta almeno dei personaggi interessanti con una storia dentro, che siano essi stessi una storia in grado di perforare la quarta parete e arrivare in platea senza fermarsi nell’al di qua dello schermo. Non solo, struttura questo film del 2023 (che da allora non ha smesso di crescere, almeno nella mia testa) su tre piani distinti, tre livelli di racconto che poi in corso d’opera conversano tra di loro, si confrontano, comunicano, stabiliscono connessioni. In un gioco di rifrazione e rispecchiamento tra scena e fuori scena che rimanda pur sempre a lui, Pirandello, il gran teorico e burattinaio della vita non come sogno ma come rappresentazione, gioco di maschere, dialettica tra finzione e realtà. A spingere Anderson a questa complessa costruzione è stata, ha detto lui stesso, l’amore per il la Broadway anni Cinquanta il teatro dei Clifford Odets, Eugene O’Neill, Tennesseee Williams con i loro drammi ora realisti ora incandecscenti per turgore passionale. Ma anche per il lavoro teorico-pratico di quel tempo sull’attore e il recitare, tra Lee Strasberg e Elia Kazan.
All’inizio ecco uno speaker (Bryan Cranston, uno dei nomi dell’anche stavolta sontuoso cast da cinema wesandersoniano) annunciare in tv un documentario su un commediografo e l’ideazione e messinscena di una sua pièce chiamata Asteroid City. E a rimarcare i differenti piani questa parte “interna”, questa pièce, è girata a colori, con quella sapienza cromatica così squisitamente andersoniano che ben conosciamo (e stavolta la palette è ispirata ai panorami desertici, bruciati, di New Mexico, Texas, Arizona), mentre è in bianco e nero la cornice composta dal documentario tv. Nella soluzione Anderson Asteroid City più che una pièce sembra una striscia a fumetti che srotola su grande schermo la consueta galleria di personaggi maggiori e minori, silhouette ritagliate che si agitano su una specie di storyboard da era predigitale. Nella piccola città (anche questa un riferimento a drammaturgie da Broadway d’epoca?), che così si chiama per la voragine lasciata da un asteroide diventata attrazione turistica, intanto vediamo tra gli altri: una serie di piccoli geni lì radunati per un concorso fisico-scientifico. Un ancora giovane fotografo neovedovo (Jason Schwartzmann) con il figlio maggiore che partecipa al contest e altre tre figlie, ai quali non ha ancora avuto il coraggio di rivelare che la loro madre è morta. Il padre della defunta (Tom Hanks) che cerca di raggiungere il genero che non ha mai stimato e i nipoti. Un’attrice di Hollywood, forse in declino e certo in crisi personale e professionale, lì di passaggio. L’ossessiva responsabile del locale museo-centro scientifico (Tilda Swinton).
Tra il neovedovo e l’attrice disillusa si stabilisce una specie di amore che forse è un reciproco sorreggersi. Arriva un alieno (non minaccioso) sicché il governo deciderà di mettere in quarantena abitanti e turisti di Asteroid City. E in lontananza si alza l’inconfondibile fumo a forma di fungo degli esperimenti atomici. Ma dalla piccola città Wes Anderson esce spesso per mostrarci la crisi di ispirazione e esistenziale del drammaturgo (Edward Norton), l’intervento decisivo di un regista alla Elia Kazan (Arien Brody), la stanchezza di alcuni attori. Si staglia su tutto il personaggo di Midge, l’attrice di Hollywood, che Scarlett Johansson (quanto sia brava lo si è appena visto anche a Cannes 2026 in Paper Tiger di James Gray) è capace di sottrarre al processo di iper estetizzazione e bi-dimensionalizzazione wesandersoniano per farne una creatura pulsante, a tre dimensioni, di anima e sangue. Ma la sequenza più alta è quella che vede due attori fuori dalla pièce, Jason Schwartzmann (il fotografo vedovo) e Margot Robbie che avrebbe dovuto interpretare la moglie ma la cui parte è stata poi tagliata, confrontarsi e dialogare sull’assenza, il vuoto, la delusione, la perdita. Su ciò che sarebbe potuto essere (l’amore tra di loro in scena e forse anche fuori scena) e non è stato e che è, credo, il senso del film. Che difatti ha come mantra la frase “You can’t wake up if you don’t fall asleep.”, Non puoi svegliarti se prima non ti addormenti.
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