Film stasera in tv: LE CINQUE GIORNATE di Dario Argento/ lun. 20/7/26

Le cinque giornate di Dario Argento, 1973. Rai Movie, ore 0:20, notte tra lunedì 20 e martedì 21 luglio 2026.
Ripubblico un articolo che ho scritto per il numero della rivista INLAND dedicato a Dario Argento:
“Rivisto oggi  Le cinque giornate  appare ancora più alieno di quando (malamente accolto) uscì in sala nel remoto dicembre 1973, ancora più dissonante rispetto al canone argentiano. Un’anomalia all’interno di una parabola tra le più coerenti nel cinema del secondo Novecento, un’incursione rimasta unica per il suo autore nel film storico a tema risorgimentale. Come se potesse esserci una qualche improbabile affinità tra Dario Argento e il Mario Soldati di  Piccolo mondo antico o il Visconti di  Senso. Ma basta ruotare il punto di osservazione e inforcare altre lenti per scorgere dentro  Le cinque giornate  i segni inequivocabili del suo regista, a conferma di ciò che è intuitivo fino all’ovvio: nessuno fuoriesce mai dalle proprie ossessioni. Un film che non possiamo espungere come tanto spesso s’è fatto dal tragitto di Argento, anche perché si conficca nella sua stagione più splendente, incuneato dopo la Trilogia animale e prima dei capolavori  Profondo rosso  e  Suspiria, dunque nel passaggio cruciale dall’obbedienza alle regole del thriller all’estetica ribelle del sangue e del puro orrore.  Quello di  Le cinque giornate  è un Dario Argento imprescindibile, la tappa di chi, prima della conversione definitiva, sente la necessità di scappare altrove, in un limbo neutrale per capire e mettere alla prova la propria vocazione. La traversata del deserto prima dell’ostensione del vero sé alle folle. Si resta stupefatti per come  Le cinque giornate, viaggio in quel pezzo di Risorgimento che vide la ribellione di Milano al dominio austriaco nel marzo 1848, non somigli a nessun altro film storico, ma sia riconducibile solo all’universo del suo autore. Che si muove qui con una libertà perfino oltraggiosa, secondo linee ardite di sperimentazione da cui non sempre esce indenne (ci sono segmenti oggi insostenibili, in primis quello dell’aristocratica invasata di corpi rivoluzionari maschili che dopo gli scontri si concede a  tutti  i suoi patrioti, ma ce ne sono altri vertiginosi per come il regista inventa cinema: le masse che si muovono ai ritmi sincopati dello slapstick o la straordinaria sequenza dei piedi aristocratici ‘parlanti’ sotto la tavola imbandita). In quest’opera pulsionale come una jacquerie o un assalto sanculotto, che adotta come propria la lingua corporale dei suoi due protagonisti e delle masse che si muovono selvaggiamente nello spazio della  storia, Argento resta fedele a quanto ha sempre fatto e farà: raccontare per immagini l’inconscio, il rimosso, secondo una mai rinnegata lezione freudiana (“è la mia passione, Freud. Ogni volta che passo da Vienna vado a rivedere la sua casa”: così D.A. in un’intervista) (1). Se a spingere il padre Salvatore Argento a produrre il film era stato il colossale successo di  Nell’anno del Signore  di Luigi Magni, film risorgimental-papalino deviato verso la commedia, quello che ne esce qui si discosta parecchio da quel capostipite. A partire dai ‘contenuti’, improntati a un revisionismo (anti)risorgimentale assai diffuso a quel tempo nella sinistra più radicale. In una presentazione a Roma del 2008 del film (2), Argento ricostruisce la genesi ideologica di  Le cinque giornate  dilungandosi sulla propria vicinanza allora a Potere operaio, sulla sceneggiatura condivisa con Nanni Balestrini che, dopo la stagione sperimentalista con il Guppo ’63, si era votato a una letteratura militante, sulla sua intenzione di raccontare l’insurrezione della Milano quarantottesca come una delle tante rivoluzioni nazionali tradite (“come la Resistenza, come il ’68”: sempre Argento). Dove il tradimento, ovvio, sarebbe da parte delle élite ai danni del proletariato. O del sottoproletariato. O del  popolo. Secondo una scuola storiografica che aveva trovato in quegli anni ’70 in  Proletari senza rivoluzione  di Renzo Del Carria il proprio testo sacro e che oggi ci appare quantomeno settaria.Sorprende, in un autore considerato tra i massimi del cinema come pura forma e immagine, tanta attenzione ai famigerati ‘contents’. Eppure non c’è traccia in  Le cinque giornate  di realismo storico: Argento imbocca deciso ben altre strade fin dalla clamorosa prima inquadratura, quasi un manifesto teorico del suo cinema, quel cannone smaccatamente fallico (ancora Freud!) che, ruotando su stesso, punta la bocca di fuoco sullo spettatore. A intimidirlo, a inchiodarlo al ruolo di vittima-complice di uno spettacolo cruento. Il resto del film è disseminato di segni argentiani. Sul vagabondare senza meta né salvezza dei due povericristi al centro della storia, il ladro Cainazzo e il fornaretto Romolo, piovono pallottole, fiotti di sangue, umori corporali di cui avverti l’odore e la vischiosità, secondo una pienamente argentiana degradazione e martirizzazione dei corpi. Il topo gettato in bocca a un prigioniero. Il sangue a ornare come un collier il décolleté della nobile barricadiera. I giustiziati penzolanti dalle forche. I combattenti squarciati dalle lame. Le donne violate. L’orrore è già qui, in anticipo su Suspiria. Del tutto coerente con il suo autore è anche la geografia re-immaginata, una Milano che non è Milano se non in quache scorcio irriconoscibie (ed ecco il Duomo segmentato, fatto visivamente a pezzi da una raffica di zoom sui suoi  gargoyle, i doccioni mostruosi che ci ricordano come il gotico, in ogni senso, sia una delle cifre del film). Il regista ha spiegato l’impossibilità di trovare location adatte a Milano e la necessità di spostare il set altrove, soprattutto a Pavia. Ottimo pretesto per sfuggire ai vincoli della geografia oggettiva e ricrearne un’altra del tutto visionaria e impossibile. Con la solita predilezione per le strade strette e tortuose dove lo stalking della vittima da parte dell’assassino (qui di volta in volta le forze austriache o quelle dei ribelli) può dispiegarsi come nelle pagine più efferate di  L’uccello dalle piume di cristallo  o  Il gatto a nove code.  
L’epifania definitiva per l’attonito spettatore arriva in uno degli episodi cruciali di questo film privo di un centro, disseminato in una molteplicità di luoghi e personaggi lonnessi solo dal muoversi frenetico dei due caratteri principali: quando capitati Cainazzo e Romolo in un palazzo si ritrovano al cospetto di una coppia composta da un maturo signore (zio? padre? padrone?) e una losca ragazzetta. Ma è Fellini, si esclama sbalorditi, è il  Satyricon. Quel corpo gonfio da eunuco, quell’adolescente lupesca sembrano usciti dal film più estremo e lisergico del Gran Sciamano riminese. Non la sola analogia. Come nel  Satyricon  anche in  Le cinque giornate  due giovani uomini vagano in un mondo al collasso e in una città che non è che una somma di angoli lerci, ammassi orgiastici, depravazioni. Non così sorprendente, visto che Argento si è sempre detto ammiratore di Fellini. Ulteriore indizio: lo sceneggiatore del  Satyricon, Bernardino Zapponi, verrà chiamato da Argento di lì a poco a scrivere  Profondo rosso. E se la connessione non si fermasse qui, se ci fossero altre interferenze tutte da riportare alla luce tra i due titani del nostro cinema non-realista?”.

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