Green Zone di Paul Greengrass, 2010. Iris, ore 21:17, giovedì 30 luglio 2026.

Un altro Iraq-movie (questo è del 2010) e un altro insuccesso di pubblico. L’unico film sulla guerra di Baghdad e dintorni che sia andato abbastanza bene è The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, e anche quello, nonostante gli Oscar guadagnati, non ha certo fatto esplodere il box office. Il pubblico non ne vuole sapere, forse quella guerra remota, in un paese estraneo, è troppo impopolare o forse, al contrario, l’anti-interventismo e perfino l’autodenigrazione e l’autiflagellazione di certi film americani sull’Iraq hanno alla fine irritato. Fatto sta che non hanno sfondato con questo Green Zone (il riferimento è alla zona protetta di Baghdad dove ci sono le istituzioni e i vari headquarters) nemmeno il regista Paul Greengrass e un divo come Matt Damon. Eppure dal loro collaudato sodalizio erano già nati successi come il secondo e il terzo Bourne. Damon è un probo ufficiale – ennesima reincarnazione del Good American – che nella Baghdad del 2003 è incaricato di indagare sulle più che mai misteriose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Si renderà conto però strada facendo che c’è dell’altro in ballo, che varie forze stanno giocando sulla sua testa e sulla sua pelle una sporca partita. Benissimo girato, avvincente (Greengrass è regista tra i milgiori su piazza per spy e action con un pensiero dentro), ma anche inafferrabile. Con un eccesso di autocritica che finisce con lo spiazzare e disorientare lo spettatore facendogli perdere i riferimenti bene-male.
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