Querelle de Brest di Rainer Werner Fassbinder, 1982. Rai Movie, ore 23:10, mercoledì 5 agosto 2026.



10 giugno 1982: muore prematuramente, aveva solo 37 anni!, quel genio maudit chiamato Rainer Werner Fassbinder. Un titano, la cui statura da allora non ha mai smesso di crescere nella memoria dei cinefili. Muore probabilmente di overdose, e basti così.
1° settembre dello stesso anno, neanche tre mesi dopo: alla Mostra del cinema di Venezia viene proiettato, postumo, in prima mondiale e in concorso, il suo ultimo film, Querelle de Brest, tratto dal Jean Genet maestro di omoerotismi assai sconvenienti (soprattutto per i gusti perbene di oggi). Un progetto rimasto in cantiere a lungo: si era pensato di affidarlo, si dice, a Sam Peckinpah (maddài, non ci posso credere: certo che dal regista macho di un film di carni e anime dilaniate come La croce di ferro chissà cosa ne sarebbe venuto fuori), poi a John Schlesinger (nome già più credibile), poi a Werner Schroeter (molto credibile), ma per un motivo o per l’altro non si era mai riusciti a passare alla fase realizzativa. Finché la proposta arriva a Fassbinder e il progetto trova con lui il suo perfetto compimento. Ne esce quello che sappiamo e abbiamo visto (e conviene vedere e rivedere stasera su RaiMovie), un capolavoro indiscutibile. Lurido, buio, sordido, un film cimiteriale e davvero testamentario del grande tedesco. E però immane, smisurato. Un rito di carne e sangue dove l’Eros più che cedere il posto a Thanatos ne viene imbevuto e ingoiato. Dove l’omosessualità è via nello stesso tempo al piacere e alla dissoluzione (del corpo, della morale). Mentre su tutto domina il senso del peccato, di una effrazione necessaria e distruttiva. La morte di Fsssbinder dopo aver chiuso il set di Querelle sembra (sembra) certificare simbolicamente quel clima di oppressione che si respira in ogni anfratto, in ogni ansito e fremito che traspira dal film. In una visione della gaytudine difficile da capire oggi, in questi nostri tempi di trionfi della queerness, della cultura lgbtqi+ e di espulsione dall’universo omo di ogni elemento davvero perturbante. E Genet perturbante lo è, e lo è questo film che lo ricalca e ne moltiplica l’aura sepolcrale.
La nave militare Le Vengeur (e già questo) arriva da Marsiglia nel porto di Brest al comando del tenente Sablon. Un hombre vertical, ma percorso da inconfessabile desiderio verso uno dei suoi marinai, Querelle. Il quale, come molti dei suoi compagni, si reca a La Feria, bar e bordello dell’angiporto retto dalla coppia composta da Nono e dalla sua compagna nonché prima delle prostitute Lysiane. Le correnti di desiderio, omoerotico e non, attraversano La Feria, le persone che ci vanno e quelle che ci vivono, creando cortocircuiti e gometrie erotiche di volta in volta variabili. Tutti vogliono Lysiane (una Jeanne Moreau genialmente recuperata e rilanciata quale gay queen da Fassbinder), ma prima di poterci fare l’amore il pretendente di turno deve sfidare a dadi il suo uomo, Nono. Se vince, avrà il via libera, se perde, dovrà darsi a Nono e farsi sodomizzare da lui. E Nono non perde mai. Ma, anche, tutti vogliono Querelle. Incombe la tragedia, evocata da Fassbinder attraverso una messinscena claustrofobica, soffocante, immersa nel buio, in una scenografia espressionista e barocca disseminata di simboli fallici. Il molo di Brest e La Feria sono rigorosamente ricostruiti in studio, dichiarando la propria aria posticcia, il proprio essere una quinta e contenitore di una celebrazione, di una cerimonia sacra e insieme profana. Dove ci sono santi, martiri, assassini, carogne, angeli e demoni, amanti leali e amanti traditi. A rivederlo oggi si resta esterrefatti dal coraggio e dal rigore di Fasssbinder che niente concede a nessuno, se non a sé stesso e ai propri fantasmi. Forse il capolavoro assoluto di un regista che pure ne ha realizzati tanti. Franco Nero è Sablon, Brad Davis (che morirà giovane di lì a qualche anno) è Querelle oggetto del desiderio di tutti, Jeanne Moreau-Lysiane, indimenticabile, canta Each Man Kills The Thing He Loves, Ogni uomo uccide ciò che ama (il titolo viene da Oscar Wilde): il pezzo diventerà un classico.
A Venezia (era l’ultima edizione di Lizzani) l’accoglienza fu malmostosa, soprattutto da parte degli italiani. Il Leone lo vinse un altro tedesco, Wim Wenders, con Lo stato delle cose, peraltro film magnifico. Ma Querelle era di più. il presidente della giuria Marcel Carné, una leggenda del cinema, aveva fatto di tutto per far vincere Fassbinder. Inutilmente. Srisse una lettera diventata famosa in cui si dissociava dalla scelta fatta: “Pur essendo presidente della giuria, vorrei esprimere la mia delusione per non essere riuscito a convincere i miei colleghi a inserire Querelle di R.W. Fassbinder tra i vincitori. In effetti, mi sono trovato solo a difendere il film. Tuttavia, continuo a pensare che, per quanto controverso, l’ultimo film di R.W. Fassbinder, che lo si voglia o no, lo si ami o lo si odi, un giorno troverà il suo posto nella storia del cinema». Oggi lo possiamo dire con certezza: Carné aveva ragione.
CERCA UN FILM
ISCRIVITI AI POST VIA MAIL
-
-
ARTICOLI RECENTI
- Al cinema. FATHERLAND di Pawel Pawlikowski: recensione. Thomas Mann e la Germania anno zero
- Cinema stasera in tv: SPARTACUS di Stanley Kubrick – giovedì 24 settembre 2026
- Venezia 2026. LOOK BACK di Hirokazu Kore-eda: recensione
- Venezia 2026. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso
- Venezia 2026. WOMAN UNKNOWN di May el-Toukhy – recensione
Iscriviti al blog tramite email