Close di Lukas Dhont, 2022. ♦️♦️
Rai 5, ore 21:20, lunedì 10 agosto 2026.

Il belga Lukas Dhont a soli 35 anni è ormai un beniamino di Cannes. Il suo primo lungometraggio, Girl, presentato a Un certain regard, rastrellò nel 2018 una quantità di premi impressionante, al festival e fuori. Sarebbe ritornato alla Croisette dopo la pandemia, nel 2022, promosso nel concorso maggiore con questo Close, e anche lì deliri di pubblico e critica e premi a raffica. E Palma sfiorata. Poi, lo scorso maggio, lo si è rivisto, ancora in competizione, con Coward (arriverà di sicuro in Italia): solito gran successo e premio ex-aequo come migliori attori ai due giovani interpreti. Un autore con cui ho un rapporto diciamo ambivalente. Ne riconosco lo smalto, la capacità di elaborare un suo riconoscibilissimo universo estetico e tematico, ma mi infastidiscono certi eccessivi languori formali e certe indulgenze sentimentaliste e la ricerca del facile consenso. Anche un cinema, il suo, che tende a arrotondare ogni spigolosità, pur nella durezza delle cose raccontate. E cinema sempre, inequivocabilmente, di impronta e vocazione lgbtqi+, cionema-manifesto fino alla militanza gay; sempre con l’omosessualità maschile al centro del discorso e di una rappresentazione fastidiosamente affollata di stereotipi fisici – fenotipi direbbero i millenial – biondi e un po’ troppo per così dire ariani.
Dei tre suoi lavori il miglior secondo me è l’ultimo, Coward (non l’ho ancora recensito, spero di farcela prima o poi). Il meno riuscito invece è questo secondo Close, stasera su Rai 5. Dive si entra nell’amicizia stretta di due ragazzini belgi, nella loro spontanea, naturale condivisione di giochi e scuola, malvista però dai compagni di scuola che bullizzano il più fragile dei due in quanto non adeguato al modello maschile richiesto anche a un preadolescente come lui. Sarà la spinta verso un dramma che è meglio non dire. Film girato con sommo mestiere, gusto, sensibilità, ma troppo ricattatorio, troppo larmoyant. Troppo esemplare e monodimensionale nel suo deunciare la violenza di un mondo che espelle la differenza. Preparate i fazzoletti o voi che vi accingete alla visione.
Nel ruolo di madre c’è la rimpianta, troppo presto scomparsa, Émilie Dequenne, la mai dimenticata Rosetta dei Dardenne. E c’è anche la grande Léa Drucker, oggi forse la migliore attrice del cinema francofono insieme a Virginie Efira.
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