Perfect Days di Wim Wenders, 2023.
Rai Movie, ore 23:00, mercoledì 19 agosto 2026.


Uno dei successi arthouse più incredibili di questi anni Venti, cominciato a Cannes 2023 dove l’esito su pubblico e critici fu subito, senza esagerare, trionfale e poi continuato nei circuiti diciamo d’essai di tutto il mondo. Compresi quelli italiani dove, distribuito da Lucky Red, ha incamerato svariati milioni (ed è stato l’apice storico della casa di produzione e distribuzione di Andrea Occhipinti). Perfect Days ha anche segnato in quel Cannes il ritorno nel grande gioco di un Wim Wender da tempo in disparte, autore rispettato e rispettabile ma anche considerato un po’ polveroso e old fashioned, troppo anni Ottanta-Novanta. Non se lo aspettava nessuno un simile riscontro (ricordo la crew in attesa di salire la Monté de marches per la proiezione mista pubblico-stampa, Wenders elegantissimo in nero Yoji Yamamoto e il suo attore, che poi avrebbe vinto il premio per la migliore interpretazione maschile in un eccentrico ma sempre impeccabile outfit stile jap contemporaneo). Invece in sala scoppiò un applauso che non finiva più. Molti già da allora in estasi a esclamare: capolavoro! Non ero d’accordo, non lo sono nemmeno adesso. Penso che Perfect Days sia un prodotto esemplarmente arty, di quella categoria in cui l’aspirazione all’elevato e al sublime è scopertamente dichiarata e ancora più scopertamente perseguita secondo tecniche e anche atutzie del cinema d’autore più consolidato e ovvio. Wenders, che è stato davvero grande nei suoi anni belli con film come Nel corso del tempo e Lo stato delle cose, qui sembra invece rifare manieristicamente sé stesso ricorrendo ai vezzi e agli stilemi del wenderismo più logoro. Dunque narrativa assai blanda e invcece focalizzazione sulla forma, sul respiro interno del film, sulla ricerca di una bellezza in minore fatta di rigore, sottrazione, svuotamento dell’immagine: in omaggio qui anche al paese, alla città in cui il film si ambienta (il Giappone, Tokyo), a quell’universo di eleganze astratte e stilizzate che Roland Barthes aveva chiamato Impero dei segni. Ma la vera forza del film sta nel suo personaggio e nella professione da lui oraticata, quella, insolita per il cinema, di pulitore e manutentore di cessi pubblici. Scelta conraggiosissima e anticonvenzionale da parte di Wenders, che pochi al posto suo avrebbero fatto. Ma siamo in Giappone, nell’impero dei segni per l’appunto e della rarefazione, e siamo nel cinema di Wenders, sicché anche i cessi qui sono eleganti, puliti, inodori, di incredibile nitore dentro e fuori, prodotti architettonici di perentoria perfezione. Se ricordo bene era stata la municipalità di Tokyo che, dopo aver commissionato a rinomati studi di design una serie di toilette di nuova generazione da installare in città, aveva poi chiamato Wenders (che in Giappone aveva già lavorato più volte) perché di quel progetto facesse materia di un film. Ed ecco Perfect Days. Che non è un docu, ma racconto, film finzionale. Con al centro questo pulitore di cessi che affronta il suo lavoro quotidiano come una missione, con una devozione e dedizione da asceta zen. Tutto è trasparenza e clarté in quello che fa. Ma sta in questo la sottile operazione di manipolazione del reale operata da Wemers. Ch ci mostra un pulitore di toilette all’opera e una serie di mirabili toilette pubbliche, ma pialla via ogni sospetto di sporco, di lordura, di sconveniente. Non c’è mai la minima traccia, il minimo segno di corporalità, di fisicità. Tutto è astratto e asettico. Finto e, soprattutto, improbabile e inverosimile. È questo il limite del film e il motivo per cui non mi ha mai convinto. Ma è anche la ragione del suo immenso successo questo suo misurarsi con il basso e lo sporco del mondo per poi sottoporlo a un processo di rarefazione e sublimazione. Ci sono anche delle storie nel film, il confronto tra il protagonista e una giovane collaboratrice. C’è il confronto con la sorfella da cui è rimasto lontano a lungo e che stenta a capire la sua scelta di vita. Ma sono solo trame laterali al servizio del protagonista che giganteggia come un guerriero zen, come un asceta che osserva il mondo dalla sua solitudine. Un personaggio che non si può non amare (lo interpreta Kōji Yakusho che dopo il premio a Cannes è stato nominato all’Oscar). Non altrettanto si può dire del film.
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