Film stasera in tv: BLOW-UP di Michelangelo Antonioni. Capolavoro assoluto – giov. 20/08/2026

Blow-up di Michelangelo Antonioni, 1966/67. ♦️♦️♦️♦️♦️
Rai Movie, ore 21:13, giovedì 20 agosto 2026. È il primo di tre film sul mondo della forografia programmati da Rai Movie in occasione della Giornata Mondiale della Fotografia di ieri 19 agosto. Seguono Femme fatale di Brian De Palma alle 23:07 e Occhi di Laura Mars di Irving Kershner alla 1:05.

Pura storia del cinema. Film vincitore a Cannes 1967. Ritratto definitivo della Swinging London e dei pazzi Sixties, con le loro minigonne e trasgressioni di sesso e droga. E a dirigere c’è un italiano, uno dei nostri autori massimi, Michelangelo Antonioni che, lasciatasi alle spalle la stagione del cinema dell’alienazione, espatria, si internazionalizza, gira in inglese, fugge da ogni cliché italiano e centra clamorosamente l’obiettivo di un titolo epocale. Oggi, per capire una stagione, quella stagione, si riguarda Blow-up (e qualcosa di Richard Lester).
Un fotografo mentre scatta in un parco londinese vede una coppia discutere, forse litigare. Ingrandendo nel suo laboratorio quella serie di foto scoprirà la sagoma di un corpo dietro un cespuglio: lì si è consumato un omicidio. Ma quando torna, non troverà il cadavere, e l’incontro con la ragazza non chiarirà il mistero, anzi lo intorbiderà ulteriormente.
Tra realtà e apparenza Antonioni (che si ispira a Julio Cortazar) non sceglie e lascia anche noi sospesi, senza una risposta. Immagini di bellezza abbacinante, assolute. La photo-session di moda con il fotografo e il suo obiettivo fallico hanno creato il mito della professione, mito che tutt’oggi resiste, e sono passati sessant’anni. David Hemmings nel ruolo della vita e una meravigliosa, ambigua Vanessa Redgrave (quel nudo frontale, più fiero che sexy, come dimenticarlo?). Jane Birkin quale ninfetta si conquistò la fama, e c’è pure Veruschka. Può bastare?
Film che si/ci interroga sullo statuto ontologico dell’immagine (fotografica ma non solo), su quanto sia riproduzione fedele del reale o lo alteri o se ne renda indipendente. Tema che diventerà centrale nella nostra tarda ipermodernità grazie alla proliferazione e onnipervasività dei nuovi media. Tra l’altro, ed è coincidenza significativa, lo stesso anno in cui Antonione vince a Cannes Guy Debord dà alle stampe in Francia La società dello spettacolo, testo fondamentale che tematizza profeticamente la prevalenza dell’apparire e dell’immagine nel capitalismo maturo. Ma Blow-up si spinge oltre, fino a dubitare della stessa presunta oggettività del reale, riflessione fin troppo esplicitata dalla leggendaria sequenza della partita a tennis senza la pallina cui lo stesso protagonista, ormai rassegnato e deluso dalla vana ricerca della verità, partecipa. Il che insinua un qualche sospetto di kitsch altoculturale nella valutazione, oggi, di Blow-up, non intaccandone però la grandezza che non si gioca tanto sul suo pensiero e contenuto quanto, soprattutto, sulla forma. E qui Antonioni non ha rivali. Film che continua a ispirare e influenzare. Solo tre mesi fa a Cannes 2026 s’è visto in concorso il bellissimo e purtroppo sottovalutato L’inconnue di Arthur Harari dove l’omaggio alla scene nel parco di Blow-up è evidente e voluto. La lista dei titoli che dall’epocale film di Antonioni discendono è infinita, basti citare La conversaazione di Francis Coppola, Blow-out di Brian De Palma, Tre volti di Jafar Panahi.
Notarelle. Per il main character prima di Hemmings era stato interpellato, si sa, Terence Stamp, ma anche, e questo è meno noto, Sean Connery. Che secondo alcune fonti rifiutò perché il regista non volle mostrargli lo script, secondo altre perché – pare abbia detto lo stesso Connery – “non riuscivo a capire di cosa parlasse Antonioni”.
Tra gli homeless fotografati dal protagonista (figura ispirata chiarissimamente a Richard Avedon che alternava i set di moda a incursioni fotografiche iperrealiste nei bassifondi) c’è anche Julio Cortazar, autore del racconto-matrice di Blow-up.
Insoddisfatto della resa cromatica del prato di Maryon Park, Antonioni lo fece colorare di verde. Non era nuovo a simili imprese: per Deserto rosso aveva ridipinto in grigio le strade di Ravenna per accentuare le atmosfere livide del film.

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