Venezia 2026. LA RAGAZZA CON LA LEICA di Alina Marazzi: recensione

La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, dall’omonimo libro premio Strega di Helena Janeczek. Con Emilia Schüle, Aaron Altaras, Luna Wedler, Lucas Englander, Thomas Schubert, Sebastian Schneider, Idan Weiss, Lia von Blarer, Hans-Christian Hegewald, Jeremy Mockridge, Joel Basman. Orizzonti.
Una discreta sorpresa, questo film che ha aperto la sezione Orizzonti. Tratto dal libro premio Strega di Helena Janeczek, La ragazza con la Leica è il biopic poco convenzionale della fotoreporter di guerra (ma non solo) Gerda Taro. Dai suoi primi anni a Lipsia all’esilio a Parigi alla guerra di Spagna con il compagno Robert Capa. Film su una donna in anticipo sui tempi. Su una generazione di tedeschi spazzati via dal nazismo. Su un sogno negato di libertà. La regista Alina Marazzi spezza ogni linearità narrativa e ibrida messinscena con materiale (benissimo scelto) tratto da archivi pubblici e privati. Qui molti hanno storto il naso per qualche leziosaggine di troppo, na il film è buono e potrebbe diventare un successo arthouse. Voto 6 e mezzo

Il mio primo film di questa Mostra del cinema di Venezia edizione 83 (non avendo visto martedì sera il titolo di preapertura, il restaurato e dimenticato Col cuore in gola di Tinto Brass: non ero riuscito a trovare il biglietto online e avrei quindi dovuto tentare la rushline dei senza ticket. Ho rinunciato. Anche perché questo Brass in versione pop-Swinging London con una Ewa Aulin allora piccola star in ascesa e oggi suocera del Giuseppe Conte già bipresidente del consiglio l’avevo visto ai suoi bei dì e un po’ me lo ricordavo). Ieri (mercoledì) mattina sono andato invece come buona parte degli accreditati stampa alla sala Darsena, la sala regina di Venezia, la più amata dagli appassionati per vastità di schermo e resa sonora, per il pess screening di La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, film di apertura della sezione Orizzonti, meno istituzionale del concorso, più aperta a qualche brezza di sperimentazione e scoperta (anche se non siamo al livello di Un Certain Regard, che di Orizzonti è il corrispettivo a Cannes).
Il titolo La ragazza con la Leica giungerà familiare a parecchi, essendo lo stesso di un libro biografico – ma con qualche reinvenzione letteraria – che ha procurato qualche anno fa alla sua autrice Hekena Janeczek il premio Strega. Ritratto di Gerda Taro, fotografa anzi fotoreporter (di guerra perlopiù), compagna e collaboratrice di Robert Capa, autrice di molti degli scatti a lui attribuiti (il marchio Capa, almeno sostiene il film, copriva spesso anche il lavoro di lei). Un film-ritratto per niente lineare anzi piuttosto cubista e sincopato di scomposizioni e ricomposizioni, slittamenti e andirivieni spazio-temporali, a percorrere un arco che va dalla prima giovinezza di Gerda Taro a Lipsia negli anni di Weimar al suo esilio a Parigi ai suoi viaggi, alla sua partecipazione da fotoreporter militante alla guerra civile di Spagna (dalla parte dei repubblicani, of course). Con la conclusione diciamo sul campo di battaglia: di più meglio non dire.
In realtà Gerda non è un’isola né un mondo separato: è parte di un gruppo di coetanei di Lipsia ò e più in generale di una generazione giovane – che tra anni Venti e Trenta del Novecento sta a sinistra, teme l’avanzata delle destre estreme in tutta Europa, crede nel sol dell’avvenire (chi molto, chi tra qualche dubbio e perplessità). Poco conformisti anche nella vita privata e Gerda (in realtà all’anagrafe Gerta) più degli altri. Ha amori multipli, non intende lasciarsi soffocare da una banale routine di coppia, cerca la sua realizzazione e la trova nella fotografia: complice l’amata Leica, la fotocamera più piccola e maneggevole, perfetta per cogliere la vita nel suo farsi. Una ragazza emancipata degli anni Venti che furono ruggenti anche nella Germania pre-nazista.
Di famiglia ebraica come altri suoi amici, Gerda avverte i prodromi dell’antisemitismo che di lì a poco dilagherà. Aspetto, questo, che merita qualche ulteriore riflessione: il suo ebraismo el film non è mai esplicitato, invece alluso attraverso riferimenti peraltro assai trasparenti. Un’elisione o se si preferisce una messa tra parentesi dell’identità e appartenenza ebraica (elisione che credo invece non ci sia nel libro di Helen Janeczek) che a me è sembrata – ma potrei sbagliarmi, sia ben chiato – un sintomo dei tempi che stiamo attraversandoi. Tempi in cui una parte consistente dell’opinine pubblica tende a vedere in ogni ebreo un complice e un corresponsabile solo in quanto ebreo della politica di Netanyahu e dell’intervento israeliano a Gaza. L’ebraismo purtroppo non usa più, le accuse di nazisionismo si susseguono sconsideratamente, sicché magari – e sottolineo il magari – succede che gli autori di un film, di un libro, di una qualsiasi narrazion, siano tentati di non insistere troppo sull’identità ebraica di un personaggio per proteggerlo dal possibile rifiuto del pubblico. E se così fosse, sarebbe inquietante. Ma non è detto che sia così e che queste considerazioni siano solo il frutto di una mia sovrainterpretazione. (Già lo scorso maggio a Cannes comunque mi aveva colpito che in un film presentato a Un Certain Regard, Quelques Mots d’Amour, si raccontasse di una famiglia ebraica senza che mai lo si dicesse chiaramente).
Alina Marazzi, che aveva incominciata da regista con il documentario Un’ora sola ti vorrei su una storia personale e familiare rievocata attraverso la memoria dei testimoni e quella incorporata in oggetti, documenti, fotografie, film in super8, ritorna qui in qualche modo a quell’atto fondativo del suo fare cinema. La cifra della Ragazza con la Leica è infatti quella dell’ibridazione tra dcumentarismo, ricorso al found footage e archivi d’epoca e la narrativizzazione dellavita di Gerda Taro. Operazione non nuova ma in Italia non così praticata e che comunque Marazzi radicalizza con decisione. La cura con cui i materiali di archivio (sulla republica di Weimar, sulla guerra di Spagna, sull’avvento del nazismo ecc., ma anche su costumi e musiche e stili entre deux guerres) vengono selezionati e usati a commento delle svolte di vita di Gerda, accostati ai suoi movimenti, è davvero alta, di una qualità evidente e insolita. Con spesso cortocircuiti folgoranti tra found footage (in bianco e nero) e messinscena. Cinema come esercizio della memoria e sua costruzione applicato alla figura di Gerda Taro e, per derivazione e rifrazione, ai mondi che lei ha attraversato, ai personaggi con cui ha condiviso pezzi di sé. Lavoro mirabile per scrupolo, attenzione, per sensibilità anche storica, per densità culturale.
Dove La ragazza con la Leica solleva qualche robusta perplessità è nella parte fictionale (a colori) e narrativizzante. Se Marazzi, e con lei la cosceneggiatrice Velia Santella, sa ricostruire il personaggio di una donna forte e in anticipo rispetto ai suoi tempi, non riesce però a evitare qualche leziosaggine di troppo. Troppi abbracci, troppi baci, troppa e troppo dimostrativa solidarietà amical-femminile, troppi abbandoni estatici alla musica e al ballo. Nell’intento lodevole di evitare la tragicizzazione-eroicizzazione della figura di Gerba, le autrici finiscono col renderla troppo evanescente. Ma all’attivo dell’operazionr va messa la scioltezza con cui la regista passa da un tempo all’altro nella vita di Gerda, da come entra-esce dalla sua storia per entrare-uscire dalla Storia. Anche se poi il finale contemporaneizzato a Parigi risulta fastidiosa e posticcio.
Tra i segni meno anche i dialoghi spesso didascalici e ridondanti (è inutile farmi vedere un piccolo fiore rosso nel mentre me lo descrivi). Si apprendono cose non così note. Robert Capa, il marito o quasi marito di Gerda (non è ben chiaro se fossero sposati ufficialmente o no: in ogni caso lei non ha mai rinunciato a altre storie), il fotoreporter massimo e leggendario, era in realtà un ebreo ungherese di nome Endre Ernő Friedmann che a un certo punto si inventò un’identità americana per meglio sfondare nel mercato delle riviste. Così fa la sua compagna, che da Gerta Pohoryllesi si trasforma in Gerda Taro, un nome da star del cinema (tipo Dita Parlo). Coproduzione italiana, La ragazza con la Leica è girata con attori tedeschi che parlano in tedesco, inglese, francese a seconda del contesto. Un suono davvero poco italiano. Potrebbe divnetare un discreto successo arthouse internazionale: molto dipenderà dall’accoglienza veneziana.

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