Ink di Danny Boyle. Con Jack O’Connell, Guy Pearce, Claire Foy. Concorso.
Un film che nello stile esagitato e rutilante di Danny Boyle va a ricostruire la nascita di The Sun, il più esplosivo, sguaiato e venduto di tutti i tabloid britannici. Un successo che lancia il fino ad allora quasi sconosciuto editore australiano Rupert Murdock. Divertente nella prima parte. Ma Ink non riesce poi a sganciarsi dall’aneddotica spicciola per farsi ritratto e segno di qualcosa di più grande: l’irruzione dell’inconscio di massa nel sistema della comunicazione. Voto 5
Londra, 1969. In una metropoli non più così Swinging, ma ancora al centro delle effervescenze giovanili, e mentre dall’altra parte dell’ocdeano si manda l’uomo sulla luna, nasce il tabloid definitivo, quello che surclasserà i precedenti e si imporrà come il prodotto popolar-editoriale per ecelenza. Ovvero il famoso e famigerato The Sun. Ideato, voluto da un editore australiano assai ambizioso, Rupert Murdoch, un outsider nel Grande Gioo della stampa britannica che con quella sua creatura di carta sovraccarica di sensazionalismo diventerà un grande. The Sun è la parte prima, l’atto fondativo di una carriera che ne avrebbe fatto il tycoon della comunicazione globale che sappiamo.
Ink, inchiostro (ed è un bellissimo titolo per un film invece non così bello e inferiore alle attese), ricostruisce quella nascita e insieme è un omaggio all’industria della carta stampata, impastata e sporca di inchiostro, l’inchiostro che al lettore lasciava il segno sui polpastrelli e dietro di sé una inconfondibile impronta olfattiva. L’era di quei quotidiani si è chiusa, giornali gloriosi si sono estinti di colpo come i dinosauri o cercano nel migliore dei casi di sopravvivere in nicchie ecologiche sempre più ridotte. Danny Boyle avvia con Ink un’operazione nostalgica che si vorrebbe filologica, ma che inevitabilmente tende, come sempre la nostalgia, alla celebrazione e alla edulcorazione della realtà fattuale. Un’affabulazione, ecco. Meno godibile di quanto ci si apsettazze, troppo debole come apertura di concorso.
Danny Boyle e gli sceneggiatori sono abili, sanno come confezionare un cinema sospeso tra segno autoriale e mainstream, ma è la materia narrativa a mostrarsi via via sempre più evanescente. Ink manca di una vera necessità, è drammaturgicamente povero perché non così avvinvcente e avventurosa è la storia che racconta, anche se Boyle ci mette dentro tutto il mestiere di cui è capace, cercando di mascherare la pochezza dei contenuti attraverso la sua ben nota macchina cinematografica rutilante, ipercinetica, survoltata, barioccheggiante. Lo stile Danny Boyle, sperimentato in tanti film di gran successo popolare. Manca la messa in profondità del racconto, l’analisi che faccia di The Sun un segno del suo tempo e riveli, come altri fenomeno di costume e lifestyle di quegli stessi anni, l’emergere di un inconscio di massa – desiderante, pulsionale, erotico, impuro, volgare – fino a quel momento ingabbiato dal bon ton.
Siamo inFleet Stret, la strada dove hanno sede i maggori quotidiani british, quelli di alta gamma e i tabloid, quel genere di quotidiano popolare, sanguigno, ruvido, che nel Regno Unito ha sempre dominato il mercato con milioni e milioni di copie vendute e che in Italia mai nessuno è riuscito a replicare. Forse perché da noi la scolarizazione di massa è arruvata tardi e non ci sono mai stati i lettori che invece abbondavano nell’Europa del Notrd e in quella insulare. Rupert Murdoch l’Australiano, un parvenu guardato con sussiego e arroganza dall’élite degli editori inglesi, vuole creare un nuovo tabloid che si sintonizzi su quello che “la gente” davvero cerca. Basta con la politica, che anche l’iperpopolare Daily Mirror, il leader di quel segmento editoriale, mette in prina pagina. Ingaggia per l’impresa Larry Lamb, un giornalista ambiziose, assai capace ma sottoapprezzato. Lamb accetta e parte con il casting dei suoi collaboratori e redattori, mettendo sotto contratto tra gli latri una giornalista di gran talento di cui ammira corpo (è la sua amante) e cervello. Il reclutamento occupa un discreta parte del film ed è anche la più divertente, insieme al sondaggio interno in cui Lamb chiede a ciascuno di dire quello che davvvero vorrebbero da un giornale. E il risultato è: basta con la seriosità, spazio invece a sesso, nudi femminili, televisione, sport, meteo, cronaca nera, gossip su celebrities e real casa. la strada è tracciatra, il direttore ci dà dentro anche per accomtentare l’editore che vuole un prodoltto esagerato, esplosivo, gridato. Così saràa. E sarà il successoo e anche un salto evolutivo (o involutivo) nel sistema della stampa di carta.
Finché Danny Boyle può stare sul registro della comedia scatenata e plebea quanto basta (cioè parecchio) il film funziona. Poi arriuva una svolta drammatica, il rapomento della moglie di un redattoreche il cinico Lamb decide di cavalcare per far impennaree ulterioremente le vendite. Obiettivo raggiunto, ma niente sarà più come prima. Affiora perfino un dissidio tra Murdoch e Lamb, con il primo che incredibilmente accusa il secondo di avere esagerato e osato trroppo. Conflitto poco credibile e soprattutto non interessante drammaturgicamente, che finisce con l’impionbare il film e farlo nell’irrilevanza. Guy Pearce replica il ruolo del tycoon senza scrupoli che già aveva interpretato in The Brutalist. Javk O’Connell è molt bravo. Non ci fosse gli inarrivabili John Malkovich e Sam Rockjwell di Wild Horse Nine potrebbe aspirare alla Coppa Volpi come migliore attore, ma con quei due (formidabile soprattutto Malkovich) c’è poco da fare.
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