
Wild Horse Nine di Martin McDonagh. Con John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits, Parker Posey. Voto 7+
Sarà Leone? A oggi, domenica 6 settembre, il favorito al Leone insieme al coreano Possible Love e a Look Back (qualche chance anche al giapponese Kore-eda e a 15/18 del francese Cédric Kahn, molto piaciuto ai critici dell’anglosfera). Wild Horse Nine è l’ennesima prestazione da fuoriclasse vero di Martin McDonagh, sceneggiatore e creatore di dialoghi come pochi al mondo. Merita il favore con cuièstato accolto? Ma sì, anche se, rispetto al Martin McDonagh dialoghista sublime trovo il Martin McDonagh regista non allo stesso livello, dotato di una visione di cinema certo rispettabile ma piuttosto convenzionale. Un cinema in cui è la parola la padrona e tutto il resto le è ancillare, parola che qui si qui si dispiega in in ogni pssibile acdobazia e virtuosismo, in un fuoco di fila, in una prova del fuoco da lasciare lo spettatore senza fiato.
Cile 1973. Mentre la CIA complotta a Santiago per rovesciare Salvador Allende (succederà nel fatale 11 settembre) due suoi agenti vengono spediti – in una vacanza-premio perché si ritemprino prima degli imminenti, gravosi impegni – sull’isola di Pasqua, quella delle “grandi teste di pietra” come dicono loro (mentre i turisti culturalmente e antropologicamente corretti li chiamano Mo’ai, come da lingua locale), isola, che val la pena ricordare benché sia molto, molto al largo in pieno Oceano Pacifico appartiene politicamente per l’appunto al Cile. Provincia di Valparaiso, sostiene Wikipedia.
Chris, il più anziano dei due, soffre di défaillance cognitive e vuoti di memoria, è malato terminale di cancro, disilluso, cinico, prossimo alla fine ma non domo. Ha parecchio vissuto e molti misfatti ha combinato come agente dei servizi americani all’estero. Dal Congo all’Indonesia al Guatemala e adesso: Cile. Con l’obiettivo, una volta fatto fuori Allende e il suo governo, di insediare il generale Pinochet. Lee, il suo compagno di vacanza, è più giovane (ma non troppo), ha un curriculum meno denso di quello del collega, ha un curriculum meno denso, con meno missioni alle spalle ma forgiato pure lui alla dura scuola dell’Agenzia. All’aeroporto Chris & Lee incontrano due ragazze pure in partenza per Rapa Nui (il nome locale dell’isola di Pasqua, spiegano pazientemente ai due rozzi yankees) e non ci vuole molto perché il pur acciaccato Chris ci provi con entrambe, sciorinando battute di un tale patriarcalismo, sessismo, mashilismo che qualche signorina bon ton-wokista in platea avrà rischiato, dopo l’indignazione, lo svenimento. Battute stigmatizzate anche da un illustre critico dell’anglosfera che potrebbero costare parecchio in reputazione (e in sede di premi) al film. Chris è così, maschio, caucasico, anziano e scorrettissimo. Non sa però chi sia davvero il collega e compagno di vacanza, incaricato dal viscido responsabile Cia a Santiago di tenere sotto controllo la mina vagante – e non solo per le pesanti ironie fallocratiche – Chris. Ai piani alti dell’genzia si teme teme infatti che costui, come ha lasciato intendere, stia scrivendo le proprie memorie. Soprattutto si temi che riveli il suo ruolo di agente Cia nel misfatto di tutti i misfatti, l’assassinio di Kennedy a Dallas. Se succedesse, Lee dovrà ucciderlo. Incomincia tra i due, tra un’escursione e l’altra alle grandi teste, una partita a scacchi dove i contendenti non solo dovranno calcolare bene le proprie mosse ma prevedere quelle dell’altro. Al di là dei colpi a vuoto della sua mente, Chris mantiene però l’intuito, il fiuto del grande agente e non sarà facile per Lee dargli scacco matto. Qualcuno morirà, qualcuno sopravviverà, ma non sappiamo chi. Oltre è meglio non dire.
McDonagh riesce a fondere con perizia due generi piuttosto divergenti, quello del cinema e teatro di conversazione cinico-brillante e la spy story , entrambi di gran tradizione in Gran Betagna: da una parte Oscar Wilde, Alan Bennett, Noel Coward, dall’altra John Le Carré e Graham Greene. E i riferimenti in Wild Horse Nine al Graham Green del Nostro agente all’Avana. Finale che ti inchioda alla poltrona e non è che succeda spesso di questi tempoi, ai festival o fuori. Ipnotizzzati dalla fantasmagoria verbale sciorinato dal mago McDorman si finisce con l’accettare anche alcuni evidenti limiti, come lo sguardo, nonostante l’esibita autorialità del film, assai convenzionale e instagrammatico al paesaggio. Fastidioso l’uso smodato dei cavalli selvaggi quale metafora di libertà, ribellione, resistenza ecc. Quanto alla denuncia delle malefatte della Cia e al come Martin McDonagh lo fa: si adotta il cospirazionismo più rozzo e i cliché più logori senza fare troppi distinguo, che perfino Oliver Stone al confronto fa la figura del fine politologo (non sto dicendo che alla Cia sono angeli innocenti, ma santo cielo non sarà ormai il caso di andare oltre il “la Cia ci spia e non vuole più andare via” di finardiana memoria?). Si resta comunque incantati di fronte ai sublimi John Malkovich e Sam Rockwell. Se il film non vince il Leone d’oro si spartiranno ex aequo la Coppa Volpi, chiaro. E poi sarà corda all’Oscar.
Se Wild Horse Nine è il vertice del metodo Matthew McDonagh, i germi stavano già tutti in quello che, se ricordo bene, era il primo film da regista di MMD, In Bruges ). Anhe là una coppia maschile – uno più maturo, l’altro più giivane – composta da due sicari in missione, anche là la resa dei conti è interna alla coppia.