Look Back di Hirokazu Kore-eda. Con Natsuki Deguchi, Aju Makita, Furi Nanase, Rokka Okada, Masaki Suda, Kankuro Kudo, Kayo Noro. Concorso. Voto 8
Dopo il suo deludente The Sheep in the Box lo scorso maggio a Cannes, non ci si aspettava granché qui a Venezia da Hurokazu Kore-eda in concorso con Look Back (uno Stakanov della mdp: due film nuovi in un anno e va detto che stavolta Venezia ha pescato quello giusto e Cannes quello sbagliato). Invece tutti (quasi tutti) incantati e convinti. Look Back è inaspettatamente tra le cose migliori che si siano viste tra quelle in corsa per il Leone, anche se chiede, soprattutto all’inizio, parecchio allo spettatore in concentraziine e pazienza. Un film sui manga, che sono un pezzo consistente oggi dell’identità del Giappone e del syo soft power. Meglio, un film sull’immaginario manga (e sugli anime derivati), su chi li realizza e su chi li consuma, sui modi della loro produzione e diffusione. E sulla grafica, l’estetica, sui mondi che i manga sono in grado di evocare.
Allora: nel 2021 esce Look Back, un manga di enorme successo cpm aòl centro della storia due ragazzine che diventano famose creando manga per i loro coetanei. Diventerà di lì a tre anni un anime diretto da Kiyotaka Oshiyama. Adesso ecco il live action diretto da uin autore di riuspetto (vincitore anche di una Palma d’oro a Cannes qualkche anno fa) come Kore-eda. Spero di essere stato chiaro, perché io – non so voi – ho faticato a capire la catena sfociata nell’oggetto cinematografico qui in concorso. In ogni caso ripeto e riassuno. Kore-eda gira un film tratto da un manga che racconta di due amiche autrici di manga dopo che un altro regista ne aveva già tratti un animato (di cui peraltro vediamo una sequenza in Kore-eda). Detta così, l’operazione sembrerebbe altamente concettuale e lambiccata, una mise-en-abyme multipla, un gioco di replicazine e di rispecchiamento di quelli che entusiasmano i cinefili più spinti e annichiloscono lo spettatore. Invece film di una linearità narrativa esemplare oltre di una bellezza stordente, in cui si fatica inizialmente a penetrare perché Kore-eda, tra le molte cose che nutua dai manga (e dagli anime), si prende anche l’atto della creazione e della realizzazione grafica riproducendolo quasi in tempo reale, costringendo lo spettatore a concentrarsi a lungo sulla mano che tratteggia, riempie i bianchi, indugia sulla facce, crea dal nulla gli sfondi (come quello, meraviglioso, di una spiaggia). La mano, le mani sono quelle delle due protagoniste, prima bambime poi adolescenti, compagne di scuola, opposte per temperamento. Una, la dominante della coppia amicale, è determinata nonostante la givanisima età a diventare una mangaka (autrice di manga) famosao, l’altro, la succube, è invece introversa, terrorizzata dalla realtà al punto da essersi autorelegata in casa per molto tempio. Saranno, insieme, un marchio di gran successo, fino alla separazione quando la succube deciderà di emancioarsi da quella dioendenza per truvare una strada tutta sua. Ma ci sarà, improvvisa e devastante, l’intrusione del mondo di fuori con tutte le sue tensioni a determinare una svolta inattesa e drammatica. E se fino a quel momento Kore-eda aveva adottato il tempo interno e lento della creazione dei manga, qui cambia di colpo imprimendo al film un’accelerazione.
Ma Look Back non sta tanto nel suo contenuto, nel racconto, ma nella sua estetica. Che Kore-eda prende dai manga (e dagli anime, compresi quelli di scuola Miyazaki) riproducendola attrvaverso la macchina-cinema, Riuscendo benissimo nella quasi impossibile impresa. Quello che resta di Look Back sono le corse nei prati delle due ragazzine e i loro giubmotti colorati, ilmare che sconfina nel cielo in una gradazione di blu, le distese di ciliegi in fiorr che miracolosamente Kore-eda riesce a trasfigurare in pura bellezza scansando il rischio del cartolinesco o dell’instagrammatico. Sta nei treni che corrono attrvaerso lèinquadratura come su una pagina, con quel sapoire di infanzia e di avventura. C’è in questop film un’immersione nell’anima profonda del Giappone e nella sua tradizione visiva, figurativa, pittorice. Dalla calligrafia fino appunto agli anime. Ancora e sempre è Impero dei segni, secondo la definizione che del Giappone diede Roland Barthes.
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