Il film imperdibile stasera in tv: L’ONORE DEI PRIZZI di John Huston (sab. 23 marzo 2019, tv in chiaro)

L’onore dei Prizzi, la7d, ore 0,05. Sabato 23 marzo 2019.
Penultimo film del gran maestro John Huston, un irregolare del cinema con passaggi a Hollywood e successive fughe, e una carriera rollercoaster di trionfi e disastri. Anche, un carriera  attraverso i generi, e tra film assai personali e autoriali e altri di disincantato compromesso con le regole del mercato. L’onore dei Prizzi, girato alla metà degli anni Ottanta, rivisita con umor nero e atrabiliare e con sguardo cinico il mafia movie, sulla scia mai cancellata dei trionfanti Padrini coppoliano di una decina di anni prima. Huston trasforma quanto ha per le mani in un black comedy dove le leggi criminali sono più forti di tutto, anche delle passioni e delle (s)ragioni del cuore, irridendo e mettendo sotto accusa il familismo amorale della mafia americana di radici italiche. Un uomo di nome Charlie, in rapida ascesa nella cosca mafiosa dei Prizzi, si innamora di un’ambigua signora dai trascorsi di killer e, travolto da Eros, incautamente la sposa. Quando lei giocherà la sua personale partita ai danni dell’organizzazione del marito, il matrimonio non potrà che subirne l’onda d’urto e esplodere. Fino a che, espunto l’elemento estraneo e destabilizzante, tutto rientrerà nell’ambito della famiglia mafiosa e sotto il suo controllo, anche l’amore. Jack Nicholson e Kathleen Turner gran coppia protagonista, a occupare un talamo coniuguale che è luogo della passione, dell’intrigo e del reciproco tradimento. Memorabile la sequenza della telefonata erotica a distanza. Anjelica Huston coglie l’occasione fornitale dal genitore e, nel ruolo della figlia del boss mafioso, si impone definitivamente. Sarà Oscar come migliore attrice non protagonista e l’innesco di una carriera importante.

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Recensione: PETERLOO, un film di Mike Leigh. 1819, lotta di classe a Manchester

Peterloo, un film di Mike Leigh. Con Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, Simona Bitmate. Una produzione Amazon. Al cinema dal 21 marzo 2019 distribuito da Academy Two.
Antefatti, fatti e misfatti di uno scontro di piazza che provocò decine di morti a Manchester nel remoto ma sempre presente 1819. I Reformer chiedono più democrazia, i poteri forti mandano i soldati a cavallo. Mike Leigh ricostruisce minuziosamente e con un magnifico senso dell’immagine quel pezzo di storia che cambiò l’Inghilterra. Film nobile, ma troppo lungo, troppo riflessivo, più incline alla conversazione che all’azione. Voto 6 e mezzo

Mike Leigh sul setRecensione scritta dopo la proiezione del film (in concorso) alla Mostra del cinema di Venezia 2018.

Affrescone storico di Mike Leigh alla Mike Leigh. Vale a dire con incorporati impegno sociale e denuncia dei misfatti del potere. Film di lotta e mai di governo, coerentemente con la filmografia del regista inglese più sensibile alla, chiamiamola con il suo nome, lotta di classe e resistenza popolare al dominio (insieme a Ken Loach, ovvio). Che è poi la sensibilità del pugno alzato sta ritornando sulla scena, in certe frange di sinistra del neopopolismo, nel corbynismo, nel bernie-sandersismo. E anche al cinema (chi mai avrebbe immaginato il successo, certo di nicchia ma successo, in Italia di Il giovane Marx? Che ha incassato 500mila euro). Bisogna essere Leigh per concentrarsi oggi su un progetto grande e faticoso come quello di ricostruire antefatti, fatti e anche post-fatti di un massacro di piazza che ha segnato la storia inglese del primo Ottocento, e, sotterraneamente, tutta la successiva. Massacro di cui noi italiani sappiamo poco anzi niente, e dunque ben venga Peterloo che colma la lacuna.

1819. Napoleone è caduto, il congresso di Vienna ha ridisegnato l’Europa, la Restaurazione trionfa. Ma i germi messi in circolo dalla rivoluzione francese e propagati da Bonaparte continuano a essere attivi e più che mai contagiosi. Perfino nell’Inghilterra rimasta, nella sua insularità geografica e politica, fuori da quei fermenti. A Manchester – dove l’industria tessile con l’introduzione dei telai meccanici ha innescato quella che passerà alla storia come la rivoluzione industriale, e dove si sta consolidando il primo proletariato in senso marxiano (anche se il marx-pensiero è ancora di là da venire) – i Reformer che invocano l’apertura del parlamento ai rappresentanti del popolo, il suffragio universale, migliori salari per i lavoratori, si organizzano per dare vita a una grandiosa e pacifica manifestazione il cui rumore giunga fino a Londra. Fino alla corte e all’inetto e trucemente reazionario principe reggente (rappresentato da Leigh come un debosciato). Continua a leggere

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Un grande film stasera in tv: IL CIGNO NERO di Darren Aronofsky (ven. 22 marzo 2019, tv in chiaro)

Il cigno nero (Black Swan), Paramount Channel, ore 21,10. Venerdì 22 marzo 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.
19487915Black Swan (Il cigno nero)
, regia di Darren Aronofsky. Con Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Benjamin Millepied. Usa 2010.
Nina è un grande Cigno Bianco, ma per interpretare anche il Cigno Nero nel balletto di Cajkovskij deve esplorare la parte oscura di sé. Discesa agli inferi di una ballerina perfetta, troppo. Un film che brutalizza la psicanalisi e temi alti come quelli del Doppio, ma che scardina le nostre difese con la forza di una narrazione mitica. Oscar strameritato a Natalie Portman.Dimenticatevi le solite carinerie e leziosità da balletto classico, il feticismo dei tutù e delle pirouettes, le immagini leccate, gli sdilinquimenti, tutti i cliché insopportabili da ballettomani e ballettofili. Black Swan ci porta da un’altra parte, raccontandoci sì di una classica messinscena del Lago dei cigni di Cajkovskij, ma soprattutto svelandoci le tensioni e pulsioni che le stanno dietro e che si porta dietro. È un film sporco e lurido dove i tutù si insozzano di sangue e ogni fluido corporale (maschile e femminile), le scarpe di raso sono strumenti di tortura da piegare, tagliare, strisciare su pezzi di vetro onde raggiungano il grado giusto di levigatezza, e che chiudono, serrano, imprigionano, piagano poveri piedi scorticati, unghie lacerate e dita rese purulente da esercizi ai limiti dell’umano. Black Swan è the dark side dell’altero, impeccabile, apollineo balletto classico, è il cigno nero di quel cigno bianco che è la convenzione finora consegnataci della danza secondo l’alto e sublimato modello Bolshoi-Kirov.
Il regista Darren Aronofosky ripete sul corpo della protagonista Nina (Natalie Portman) l’operazione sadica e voyeuristica già effettuata sul Mickey Rourke del suo The Wrestler, Leone d’oro a Venezia. La faccia gonfia e pestata del lottatore Rourke, i suoi muscoli pompati e gonfiati da ogni ormone e ogni sostanza alterante possibile, equivalgono alla schiena graffiata di Natalie Portman, ai lembi di pelle strappati, ai piedi martoriati e gonfi. Il balletto è in realtà guerra, battaglia, competizione selvaggia, ci dice Aronofosky, e lascia dietro di sè vittime e scie di sangue come i peggiori giochi gladiatori.
Il regista solo apparentemente passa da un film maschile e per maschi come The Wrestler a un film femminile e rivolto alle donne come Black Swan, perché l’approccio resta più che mai macho, anzi uno dei motivi di fascino del film è che per la prima volta il cinema si avvicina al balletto senza estetizzarlo e glamourizzarlo ma trattandolo come pura, brutale, belluina lotta per la sopravvivenza. È un film maschile e ipervirilista su una materia finora leggiadra e effeminata. Non c’è ambiguità sessuale, non c’è camp, questo non è un film gay-oriented, è un film che tratta una materia squisitamente femminea, non solo il balletto ma anche le contorsioni psicologiche della protagonista, con uno sguardo inequivocabilmente da uomo. Con il rischio che possa dispiacere agli uni e alle altre, anche se i risultati ottenuti finora al box office – negli Usa Black Swan ha superato i 100 milioni di dollari, che per un film indie sono un’enormità – lasciano pensare che invece sia piaciuto a tutti.
Ad Aronofosky per fortuna non importa nulla della finta, leziosa, insopportabile bellezza della danza classica. Sia durante le prove che durante lo spettacolo finale, noi del Lago dei cigni vediamo solo qualche scorcio e mai una scena d’insieme, al massimo qualche dettaglio subito troncato, al regista non interessano i virtuosismi e i pas-de-deux e le pirouettes e quant’altro, ma solo la fatica, il sudore, la sofferenza fisica e psichica della ballerina Nina: nient’altro, e a noi va bene così.
La decostruzione della convenzione ballettistica e ballettomane prosegue su altri fronti. Thomas, il mefistofelico direttore-coreografo della compagnia (Vincent Cassel), non solo non è gay come tradizione vuole, ma è un womanizer che regna come un sultano sul corpo di ballo-harem, sceglie la prima ballerina e ne fa la sua favorita-concubina, salvo poi buttarla via e passare a un’altra, sulla scena e a letto. Black Swan è un film premoderno che ristabilisce con nettezza e forza la differenza tra i sessi e tra i ruoli sessuali, abolisce ogni confusione tra loro e suggerisce – che piaccia o no, che si sia d’accordo o no – che ogni uguaglianza tra maschi e femmine è risibile e perfino non-naturale e che nella scala del potere lui sta in alto e lei no. Quanto di più politically incorrect si possa immaginare oggi. Continua a leggere

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Film stasera in tv: SICARIO di Denis Villeneuve (ven. 22 marzo 2019, tv in chiaro)

Sicario di Denis Villeneuve, Rai 4, ore 21,10. Venerdì 22 marzo 2019.SicarioSicario di Denis Villeneuve. Sceneggiatura di Taylor Sheridan. Con Emily Blunt, Benicio Del Toro, Josh Brolin.Un crime-action con impressa l’impronta autoriale del suo regista Denis Villeneuve. Una missione americana contro i cartelli messicani si rivela una faccenda sporchissima dove il bene non sta da nessuna parte e il male dappertutto. Con un massacro finale da teatro elisabettiano. Voto 7 e mezzoSe vi interessa risalire all’origine di Soldado adesso in sala, al film fondativo di quello che ormai si anuncia come un franchise (e di una possibile, anzi probabile serie televisiva), non perdetevelo stasera su Rai 4. Presentato in concorso a Cannes 2015 tra molte diffidenze – la sua appartenenza al genere crime & noir non era certo il miglior lasciapassare presso la critica più istituzionale – Sicario se l’è cavata invece molto dignitosamente là sulla Croisette uscendo salvo dalle proiezioni stampa (e pure con qualche robusto applauso). A dirigerlo uno di rispetto come il québecois Denis Villenueve, già regista del capolavoro Incendies – La donna che canta e del tortuoso e malato Prisoners, e qui prestato – non è la prima volta –  al cinema Usa. Luridissima storia, sporca e cattiva, et pour cause, essendoci di mezzo la guerra statunitense, con pericolose e ambigue alleanze però nel Latinoamerica, ai cartelli messicani, clan ormai paramilitari e padroni di intere regioni, e tra le realtà più feroci sulla faccia della terra. Sicario è un crime-action che si incrocia con la spy story e il genere bellico, tant’è che nelle prime sequenze di invasione militare dei territori messicani sotto controllo dei narcos sembra di vedere il cinema sulla guerra allo jihadismo e sui conflitti irakeno e afghano. Juarez, cittadella dei signori della coca, come la Baghdad di The Hurt Locker, la Falluja di American Sniper o, per tornare più indietro, la Mogadiscio di Black Hawk Down. Denis Villeneuve tira fuori tutto il suo senso per il male e per il massacro, per la strutturale, genetica violenza umana, in una messinscena che trasforma una storia di genere in discesa all’inferno. Con parecchi twist, e, molto à la Villeneuve, con l’abbattimento di ogni barriera tra buoni e malvagi, essendo tutti malvagi, a parte l’angelica agente Fbi Emly Blunt cui tocca, come dire, rappresentare il raggio di luce nelle tenebre. Qualcuno a Cannes ha comunque mugugnato lamentandosi che un film così non è da festival, non è da concorso. Non sono d’accordo. Villenueve imprime il suo segno su ogni scena, e autorialmente fa proprio il film, pur rispettando le convenzioni del noir fino in fondo. Con ricorso oltre la media e la norma al campo lungo, a confondere i protagonisti con il paesaggio e la folla, minimizzandone quando non necessario gli atti e le parole. Perché tutti, protagonisti e comprimari e anonimi, sono ugualmente partecipi, vittime o carnefici, del grande massacro, tutti sono dei vivi già all’inferno. Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera (tardi) in tv: MA MÈRE di Christophe Honoré (ven. 22 marzo 2019, tv in chiaro)

Ma mère di Christophe Honoré, Cielo, ore 0,05. Venerdì 22 marzo 2019.
1837989718377694Uno dei film che hanno fatto di Isabelle Huppert ciò che è, vale a dire una delle più grandi (la più grande?) attrici in circolazione: per come si fa co-autrice, insieme a regista e sceneggiatori, dei suoi personaggi, per come li riplasma e li adatta a sé (e adatta se stessa a loro), e per l’audacia delle sue scelte. Per dire: La pianista di Haneke e Elle di Verhoeven e questo disturbante – sì, perfino più della PianistaMa mère del 2004, firmato da uno dei registi francesi più coerenti e fedeli a una propria idea di cinema, Christophe Honoré (un maestro ormai, vedi Métamorphoses e Plaire, aimer et courir vite; peccato che in Italia lo si consideri men che nessuno, ignorato anche dalla guerrilla critique). Già mettersi in testa di portare su schermo e schermi il romanzo postumo dallo stesso nome di Georges Bataille è una sfida da paura, per come il teorico dell’orgasmo quale petite mort arruffa e mescola Eros e Thanatos, per il suo catalogo di esplorazioni sessuali oltre ogni confine. Honoré contemporaneizza il romanzo e lo colloca giustamente a Gran Canaria, isola-sfacelo di tutte le morali, discarica del più sfrenato turismo d’Europa, luogo di ogni convulsione erotica e di ogni abuso di sostanze alteranti. Tempio del ritorno di Dioniso. Gran Canaria – come altri luoghi di Spagna ma non solo – quale gran bazaar e scambio della merce sesso, pozzo nero di ogni pulsione e desiderio.
Il ragazzo Pierre – un Louis Garrel ancora adolescenziale – lascia la scuola cattolica dove ha studiato per raggiungere i genitori nella loro casa alle Canarie. Si renderà conto che il matrimonio tra i due è collassato da un pezzo tra disprezzo e reciproci tradimenti. Il padre muore, Pierre resta con la madre Hélène, che venera come un idolo. Sarà lei a introdurlo al sesso e ai giochi più promiscui e pericolosi con la complicità della sua amica di scorribande erotiche Réa. Ce n’est qu’un début. Perché con mamma, attraverso di lei o senza di lei, Pierre sperimenterà il sesso come esperienza assoluta. Masturbazioni sulla collezione pornografica segreta del padre. Voyeurismi e esibizionismi. Orge con mamma and his friends, uomini e donne. Fino all’inevitabile incesto con l’idolo, forse infranto forse no, Hélène. Con un finale tra i più sconvolgenti che il cinema ci abbia dato negi anni Duemila, e che non è bene rivelare. Continua a leggere

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