Venezia 2021. Previsioni Leone: i favoriti a poche ore dalla premiazione

Le illusioni perdute

On the Job: The Missing 8

Mai come quest’anno il numero dei favoriti è alto, molti i buoni e gli ottimi titoli, nessuno che si stacchi nettamente dagli altri. Quindi pronostici pressoché impossibili, ma proviamoci, in fondo è solo un gioco. Il verdetto, al solito, dipenderà soprattutto dal presidente di giuria, qui il molto competente, molto innamorato del cinema Bong Joon-ho, direi il presidente ideale. Forse con lui si spezzerà la lunga stringa che dura da qualche anno di Leoni d’oro assegnati a film buoni ma non eccezionali, troppo ecumenici, troppo poco divisivi e urticanti: è ora di tornare a scelte più audaci, anche rischiando di scontentare parte del pubblico e della stampa. Quanto a me, spero che a vincere che sia uno dei sei fim che più mi sono piaciuti (vedi post precedente), nell’ordine: The Card Counter, Reflection, Captain Volkonogov Escaped, On the Job: The Missing 8, Un autre monde e Qui rido io.

Gli italiani: Sorrentino e Martone
. Si dà in ottima posizione Qui rido io di Martone e però mi chiedo, ai giurati stranieri sarà piaciuto? cosa ci avranno capito di quella Napoli primo Novecento? Più chance per l’altro film made in Naples, È stata la mano di Dio, se non altro perché Sorrentino lo conoscono tutti in tutto il mondo per via della Grande bellezza. Per gli altri tre italiani niente da fare. A meno che Freaks Out, a mio parere indigeribile pastone, trovi estimatori in giuria.

Risarcire Pedro Almdovar e Paul Schrader
. La giuria potrebbe assegnare finalmente il Leone all’Almodovar di Madri parallele, degnissimo film anche se non il suo migliore, quale risarcimento per le vittorie sempre sfiorate e sempre mancate ai vari festival. Ricordiamoci che a Cannes 2019 a sconfiggere il suo bellissimo Dolor y Gloria fu proprio l’attuale capogiurato Bong Joon-ho con Parasite, il quale potrebbe sgravarsi di qualche senso di colpa restituendo a Pedro quello che gli fu tolto allora. Altro illustre dimenticato è Paul Schrader, che non ha mai visto da vicino, almeno come regista, né Leone né Palma né Orso. Se lo si premiasse per The Card Counter un altro debito sarebbe saldato.

Avanza nei pronostici L’Événement
. Un film francese diretto da Audrey Diwan (confesso: un nome mai sentito prima di questo Venezia 78) che ha tutto per portarsi via il massimo dei rinonoscimenti. È di una regista donna (e Venezia si allineerebbe a Cannes che ha premiato lo scorso luglio la Julia Ducournau di Titane), il che di questi tempi, inutile fare gli ipocriti, aiuta. È un film sull’aborto in una Fracia ancora proibizionista. Soprattutto è un buonissimo film, fors’anche grazie al libro di Annie Ernaux da cui è tratto (scrittrice non sospetta di abbandoni sentimentali e ruffianaggini), che, pur trattando un tema anora oggi così politico, evita ogni ideologismo. Non è il mio preferito del concorso, ma l’ho apprezzato e se vincesse non griderei allo scandalo.

E Brizé? Anche lui potrebbe farcela
. Ha convinto tutti Un autre monde, film che chiude la trilogia del francese Stéphane Brizé sulla crisi del lavoro in Occidente. Sempre con Vincent Lindon, stavolta manager di una fabbrica che deve tagliare il 10 per cento dei dipendenti. Solo dialoghi, confronti con i sindacati e la superboss francese (e digressioni su crisi matrimoniale), ma lo si segue come un thriller. Tutto è credibile, si vede che il regista conosce bene il mondo del lavoro (di quanti dei nostri filmmaker si può dire altrettanto?). Con un uso della mdp non convenzionale.

Il period movie che non ci si aspettava. Le illusioni perdute
è stato una delle sorprese vere del concorso per come il regista di Xavier Giannoli è riuscito a ridare vitalità a un genere polveroso e logoro come il film in costumi Ottocento. E, trasponendo su schermo il romanzo di Balzac, lo attualizza assai intelligentemente con allusioni all’oggi: stampa al servizio dei poteri, fake news, recensioni comprate e vendute. Un godimento per lo spettatore.

Giurati, osate!
Certo sarebbe bello se il Leone andasse a uno dei film-coraggio (per cosa raccontano e per come lo fanno) del Concorso: l’ucraino Reflection di Valentyn Vasyanovych, il russo Captain Volkonogov Escaped di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov (parlando del 1938 e delle purghe staliniane si discosta da ogni precedente film politico mescolando l’action, il grottesco, una visione spiritualista), il filippino On the Job: the Missing 8 di Erik Matti, travolgente denuncia della corruzione in un piccola città.

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Venezia 2021. Recensione: QUI RIDO IO, un film di Mario Martone. Il clan Scarpetta

Qui rido io di Mario Martone. Con Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta, Roberto De Francesco, Iaia Forte, Nello Mascia, Gigio Morra. Voto 7 e mezzo
Il miglior Martone dai tempi di Noi credevamo. Sucesso trasversale: di stampa, di pubblico, presso giovani, non più giovani, decisamente vecchi. Anche se ognuno l’avrà poi guardato-apprezzato a modo suo, secondo la lente della propria appartenenza professionale o generazionale. E però che meraviglia la rapresentazione a mezzo cinema di quella Napoli effervescente e piena di talenti, di scazzi e guerre culturali tra fine Ottocento-inizi Novecento. Non solo la Napoli sottoproletaria dei vicoli e degli stereotipi stracciaroli, anche la Napoli (piccolo)borghese in piena fioritura dopo le ferite e le ustioni per la fine del Regno delle due Sicilie o forse rinascente proprio grazie a quel decisivo tornante della Storia. Musiche meravigliose, la canzone napoletana si codifica, comincia a conquistare il mondo, diventa quella che è tuttora (anche se oggi degradatasi nel neomelodico). Le file a teatro, per ogni tipo di teatro, sono interminabili (come quelle nella Parigi della Restaurazione che si vedono in un altro film del concorso, Le illusioni perdute di Xavier Giannoli, da Balzac).
L’autore-attore-capocomico Eduardo Scarpetta è il re del far ridere – tra farsa e commedia – alla napoletana, il suo Felice Sciosciammocca ha preso il posto quale maschera dell’antropologia partenopea del Pulcinella dei Petito, è ricco, amato dal pubblico, scrive e recita in lingua locale come scelta identitaria, come resistenza all’italiano lingua dei conquistatori, per fedeltà alla propria cultura, alle proprie origini, al proprio pubblico. Ma altri modi di mettersi e mettere in scena si stanno affermando. D’Annunzio con La figlia di Iorio a Roma si è imposto quale simbolo della cultura (autoproclamatasi) alta dell’Italia postunitaria, mentre nella sua stessa città Eduardo Scarpetta è osteggiato e messo in discussione da una nuova leva di scrittori e poeti come Salvatore Di Giacomoi e Libero Bovio, fautori di un reatro popolare non comico, non schiavo dei cliché baso-partenopei (e se Scarpetta ha trionfato, trionfa e tronferà con ‘Na Santarella, Miseria e nobiltà, Aninali pazzi, Di Giacomo risponderà con Assunta Spina, destinato a diventare un classico del muto con Francesca Bertini). Ecco, è qiesto lo sfondo mosso e formicolante come un Brueghel mediterraneo su cui Martone ritaglia Qui rido io. Che di Scarpetta illustra vita pubblica di teatrante e fatti privati. Si resta esterrefatti di fronte a quella famiglia che è un acumulo di figli variamente legittimi e illeggittimi avuti con donne diverse, che dirla allargata suona ridicolo. Un clan tribale piuttosto, sul quale governa quale indiscusso capo e padre-padrone lui, Scarpetta. Installato come un sovrano o un despota in un palazzo dove ai vari piani vengono collocati gli spezzoni della complicatissima famiglia (poi lui si trasferirà a Palazzo Scarpetta, in una villa che considererà la sua reggia e consacrerà agli occhi del mondo il suo status di uomo ricco, famoso, rispettato, sui muri della qual farà scrivere “qui rido io”). Vediamo di fare un po’ luce su quel falansterio in gran parte di femmine in cui tutti, solidali e rivali, mogli e concubine, convivono. Scarpetta è sposato con Rosa, ha dato il proprio cognome al figlio avuto da lei prima del matrimonio nientedimeno che con il re d’Italia (se sbaglio correggetemi, please), figlio da lui preso in casa e allevato come proprio ricevendo in cambio i fondi necessari a mettere su il suo primo teatro. Ci sono, riconosciuti, altri due figli, uno avuto da Rosa e l’altra, Maria, nata da un relazione con una maestra di musica. Avrà altri due rampolli, senza mai separarsi ovvio da Rosa, con una fantesca, soprattutto ne avrà altri tre dalla nipote giovane della moglie. Sono Titina, Eduardo, Peppino, che di cognome fanno De Filippo come mamma perché lui, il patriarca, non li ha mai riconosciuti anche se se li tiene sotto lo stesso tetto facendosi chiamare zio. Inutile dire cosa diventeranno per il teatro italiano quei tre ragazzi. Ecco, questa la mappa del clan, e spero di non avere commesso errori.
Tutti in quel palazzo sanno, anche se tutti fingono di non sapere, la moglie ha accettato e continua ad accettare i tradimenti, i figli con le altre, come la regina madre di un harem, esercitando su tutti un potere di cui il sultano Eduardo l’ha investita. Mario Martone mette in scena con la perizia che gli si conosce, confermandosi forse l’ultimo erede della tradizione novecentesca dei grandi allestitori di teatro e cinema, Luchino Visconti in testa e poi i suoi accoliti ed epigoni, da Mauro Bolognini a Franco Zeffirelli a Giuseppe Patroni Griffi. Spesso sbeffeggiati come meri illustratori, invece rappresentanti eccelsi del gusto per la bellezza della tradizione italiana. Martone, anche se la sua storia personale e professionale indica altri percorsi e altre radici, viene idealmente da lì, è parte di quella genealogia. Tant’è che dal punto di vista figurativo Qui rido io è uno splendore. Però Martone non è un calligrafo, un illustratore, sa raccontare come pochi oggi in Italia (la sceneggiatura è perfetta), sa tenere sotto controllo un materiale così magmatico e una massa di personaggi maggiori e minori in cui molti si sarebbero persi, sa muovere senza sbagliare le sue pedine e figure sulla scacchiera dello spazio schermico. Se il fillm è Eduardo Scarpetta, interpretato da un Toni Servllo con un istrionismo finalmente giustificato e funzionale al personaggio, a fare la differenza rispetto a una qualsiasi bio è la Napoli che a Scarpetta sta intorno e addosso. La polemica con D’Annunzio, che manda in tribunale Scarpetta chiedendo un risarcimento per la sua parodia di La figlia di Iorio, apre squarci su quel mondo, su quella stagione, sulla divisione netta tra cultura popolare e cultura alto-accademica, su quella temperie culturale (a un certo punto viene arrruolato per sostenere in giudizio Scarpetta perfino Benedetto Croce). Certo viene da chiedersi, come sempre in Martone, se il suo sia cinema o solo il prolungamento del teatro con altri ezzi. L’uso della mdp sembra basico, primario, madp come oggetto deputato a riprendere passivamente ciò che, allestito dal metteur en scène, sta davanti al suo occhio più che a creare o ricreare un altro universo, un’altra realtà attraverso il proprio sguardo. Ma sono questioni oggi non così fondamentali, oggi che il cinema non si sa più cosa sia moltipli atosi com’è in una pluralità di formati, modi, linfuaggi. Credo che tra i cinque film italiani del concorso Qui rido io sia quello con le maggiori chance di entrare in palmrès. Domani sera vedremo.

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Venezia 2021, i 6 FILM MIGLIORI del concorso (secondo me, ovvio)

Reflection

Captain Volkonogov Escaped (Il capitano Volkonogov è scomparso)

Ormai tutti in film in concorso per il Leone sono stati proiettati alla stampa, tra poco anche al pubblico. In attesa di stilare la mia classifica, ecco i miei 6 preferiti. Con la speranza che il Leone esca da questo elenco.

1) The Card Counter di Paul Schrader.
Colpa, redenzione, vendetta. Schrader in purezza. Siamo dalle parti del capolavoro. Voto 9
2) Vidblysk (Reflection) di Valentyn Vasyanovych.
Il conflitto russo-ucraina nel Donbass, i traumi lasciati su un uomo da abusi, torture, manipolazioni. Voto 8+
3) Captain Volkonogov Escaped (Il capitano Volkonogov è scomparso) di Nayasha Makulova, Aleksey Chupov.
Tra i più divisivi di questo Mostra. Secondo me è un film enorme, nonostante sbilanciamenti e imperfezioni. Le purghe staliniane e il pentimento di un agente incaricato delle denunce e dei massacri. Mai visto un film politico che, come questo, vira sul surreal-grottesco con venature spiritualiste. Voto 8
4) On the Job: The Missing Eight di Erik Matti.
Cinema-cinema dalle Filippine come in Occidente non si osa più. Fluviale, debitore al melodramma popolare come al cinema di denuncia. Esplosivo. Voto 8
5) Un autre monde di Stéphane Brizé.
Si conclude la trilogia di Brizé sulla fine del lavoro dopo La legge del mercato e En Guerre, ancora con Vincent Lindon protagonista. Che stavolta non è più un blue collar ma un dirigente cui la sua azienda (una multinazionale di elettrodonestici) chiede di tagliare il 10 per cento dei dipendenti. Voto 8
6) Qui rido io di Mario Martone.
La Napoli di inizio Novecento rievocata attraverso la vita pubblica e privata del commediografo-capocomico Eduardo Scarpetta. Il miglior Martone dai tempi di Noi credevamo. Voto tra il 7 e l’8

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Venezia 2021. TRIVIA #2 (cose che non andranno mai in una recensione)

Captain Volkonogov Escaped

On the Job: The Missing 8

Trivia, insomma quisquilie, dalla Mostra di Venezia 2021. Trivia #1

Martino. Ancora canzoni italiane nei film di questa Mostra. Intendo film stranieri, se no dove starebbe la sorpresa. E allora: Estate del nostro crooner Bruno Martino (da non confondere con E la chiamano estate, sempre sua) che accompagna l’esibizione di una stripper in Mona Lisa and the Blood Moon dell’iraniana-americana Ana Lily Amirpour (in concorso). La canta, in italiano, Louie Austen, se ho letto bene i crediti finali (dannazione, l’elenco dei pezzi musicali arriva alla fine della fine, perfino dopo il catering, ma si può?). Nell’assai interessante rumeno Miracle (Orizzonti) un tassista snocciola all’esterrefatta passeggera la sua playlist: Toto Cutugno (lui dice Cotugno), Ricchi e Poveri, Albano e Romina, ma non ce li fa ascoltare (meglio così). Il trionfo però è arrivato poco fa, alla proiezione del filippino del concorso On the Job: the Missing 8 – film esplosivo, clamoroso, di Erik Matti -, con il protagonista che al karaoke canta Il mio mondo di Umberto Bindi in versione inglese, pezzo già sentito la scorsa settimana in Last Night in Soho di Edgar Wirght. E per Bindi fanno due, incredibile. Non basta. Più tardi, sempre in On the Job, ecco spuntare l’ormai universale Bella ciao eseguita in tagalong.
Angoulême. Città francese della Charente, spiega Wikipedia. Città di due dei film di questa Mostra. Ad Angoulême studia Anne, la protagonista di L’Evénément di Audrey Diwan, tratto da un libro quasi-autobiografco di Annie Ernaux. È di Angoulême l’ambizioso Lucien De Rubempré, che la lascia per andare alla conquista di Parigi in Le illusione perdute di Xavier Giannoli, da Balzac, film che ha scatenato uno degli applausi più stentorei di questo festival. Che il cinema ami la città della Charente lo dimostra anche il fatto che Wes Aderson ci abbia girato gli esterni del suo ultimo e abbastanza deludente The French Dispatch visto a Cannes lo scorso luglio.
Tre volte. Oscar Isaacs compare ben tre volte sugli schermi di questo Venezia 2021: in Scene da un matrimonio, Dune e The Card Counter. Tre anche i film con Toni Servillo: Qui rido io, È stata la mano di Dio e Ariaferma. Due le volte invece di Charlotte Gainsbourg (Sundown, Le choses humaines), Alba Rohrwacher (The Lost Daughter, Il paradiso del pavone), Penelope Cruz (Madres paralelas, Competencia oficial), Silvio Orlando (Ariaferma, Il bambino nascosto), Maya Sansa (Il paradiso del pavone, Ma Nuit). Si accettano altre segnalazioni.
Yuri. Yuri Ancarani, regista di Atlantide (Orizzonti), gran film italiano in cui si incrociano videoart, documentarismo e narratività. Una delle scoperte di questa Mostra. Yuri Borisov: clamoroso attor giovane venuto dalla Russia di straordinario talento, di un’energia rabbiosa che ricorda il Brando nascente. Se ne era rimasti tutti travolti anzi folgorati già a Cannes lo scorso luglio, dove stava in due film, il finlandese Compartment No 6 e Pedrov’s Flu del connazionale Kirill Serebrennikov. Adesso rieccolo a Venezia, anche qui in doppia presenza: nel bellissimo e già assai controverso Captain Volkonogov Escaped (Concorso) e in Mama, I’m Back di Vladimir Bitokov (Orizzonti Extra). Di sicuro il più magnetico e promettente attore oggi in circolazione insieme all’israeliano Tom Mercier (era in Synonymes di Nadav Lapid e nella serie di Luca Guadagnino, adesso qui a Venezia in Ma Nuit).

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Venezia 2021. Recensione: L’ÉVÉNEMENT, un film di Audrey Diwan. Storia di Anne

L’Evénément di Audrey Diwan. Concorso. Con Anamaria Vartolomei, Kacey Mottet-Klein, Luàna Bajrami, Louise Chevillotte, Pio Marmaï, Sandrine Bonnaire, Anna Mouglalis. Da un libro di Annie Ernaux. Voto 7+
L’aborto ai temi della proibizione è da tempo un genere cinematografico consolidato, perfino codificato. Qualche titolo, mescolando classici e recentissimi: Un affare di donne di Claude Chabrol, Vera Drake di Mike Leigh, Una storia milanese di Eriprando Visconti, 4 mesi 3 settimane e 2 giorni di Cristian Mungiu, Mai raramente a volte sempre di Eliza Hitman. Fino a Langui presentato all’ultimissimo Cannes. Narrazioni costruite su uno schema invariabile, costante: una giovane donna resta incinta contro la sua volontà e opta per l’aborto. Ma l’ambiente è ostile, l’interruzione volontaria di gravidanza un reato, la protagonista dovrà cercare una soluzione inoltrandosi in un percorso pieno di ostacoli e rischi. Segue fedelmente il modello anche L’Evénément, collocato nella provincia francese, m’è parso di capire ad Angoulême, nel 1963, ben prima di ogni legge di liberalizzazione-depenalizzazione dell’aborto. Lei, Anne, ha 18 anni, sta in uno studentato mentre si prepara agli esami per essere ammessa alla Facoltà di letteratura francese. Viene da una famiglia proletaria, le sue speranze di ascesa sociale, di fuoruscita da quel mondo piccolo e di povertà soprattutto culturale stanno tutte nell’entrare all’Università, la porta che le potrebbe aprire un futuro di emancipazione (al professore che le chiede se intenda poi insegnare lei risponde: no, voglio scrivere). Ma, dopo un rapporto sessuale con uno studente di Sciences-Po di Bordeaux resta incinta. Non ha dubbi né esitazioni, vuole abortire. Quel figlio non può, non vuole tenerselo, rovinerebbe, a suo dire e pensare, ogni sua chance di riscatto sociale. Tace anche con le amiche più care. Vede un medico. Si rende conto di quanto sia complicato trovare una soluzione.
Sì, tutto già visto molte volte. In questa che credo sia una storia autobiografica appena (auto)fictionalizzata di Annie Ernaux, il nuovo sta nella messinscena da parte della sconosciuta ma assai sicura e capace regista Audrey Diwan. L’approccio alla scivolosa materia è freddo, avalutativo, asimentale, a-emozionale: Diwan osserva e segue nel suo lento agitarsi Anne, la quale a sua volta non ha mai cedimenti, è turbata, fors’anche depressa, ma sempre lucida e decisa sul che fare. Naturalmente, come vuole lo schema narrativo di cui si diceva, i maschi sono quasi tutti inetti e inaffidabili, quasi, perché da un amico ariverà ad Anne il suggerimento decisivo. La mdp mobile, prensile, segue come un persecutore la protagonista standole addosso nelle cupezze in solitudine, a scuola, nel ritorno in famiglia, nel corteggiamento da parte di una ragazzo della vicina caserma dei pompieri (ah, i pompieri, un feticcio erotico). Abbondano le nuche che camminano (soprattutto la nuca di Anne), secondo una fortunata e ironica definizione del critico-scrittore-distributore Vieri Razzini su quello che ormai è diventato un vezzo e un marchio di riconoscimento del cinema giovane. Stile disadorno, ma nervoso, senza sacralità bressoniane. La lezione resta piuttosto quella dei Dardenne, stavolta applicata al grado zero dell’emotività. Film perfetto fino a una ventina di minuti dalla fine, quando, anche sotto l’incalzare degli eventi, si cade in un vortice melodrammatico che rischia di sciupare il risultato. Potrebbe entrare nel palmarès, magari con una Coppa Volpi o un Premio Mastroianni alla sua interprete, Anamaria Vartolomei. Partecipazioni eccellenti: Sandrine Bonnaire è la mamma proletaria, Anna Mouglalis la mammana più severa e elegante che si sia mai vista al cinema (di solito sono delle megere), Pio Marmaï è il professore preoccupato dello scarso rendimento scolastico della talentuosa Anne.

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