Film da non perdere stasera in tv: SALVATE IL SOLDATO RYAN di Steven Spielberg (domenica 5 aprile 2020)

Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg, Iris, ore 21:10. Domenica 5 aprile 2020.
18814761253262Film capitale del 1998 in cui Steven Spielberg ribalta Il giorno più lungo, mitologico e celebrativo bellico del 1962, riscrivendo quegli stessi fatti – lo sbarco in Normandia nel D-Day, l’avanzata in territorio francese – secondo le revisioni storiografiche intervenute nel frattempo. Revisione nelle quali la WWII più che guerra del bene contro il male nazista, più che gran prova del patriottismo americano e dimostrazione della supremazia morale Usa, si presenta e viene mostrata quale insensato massacro, materializzazione della follia umana. La prima mezz’ora di Salvate il soldato Ryan è passata alla storia del cinema con i suoi ragazzi in divisa uccisi in massa, mutilati, annegati, spappolati nel braccio di mare davanti a Omaha Beach, la spiaggia da conquistare a ogni costo. Quel che segue, con l’occupazione della Francia e la ricerca del soldato disperso, è più convenzionale, ma non riesce attenuare nello spettatore il ricordo di quel micidiale incipit. Continua a leggere

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Film stasera in tv: THE VISIT di M. Night Shyamalan (sabato 4 aprile 2020)

The Visit di M. Night Shyamalan, Italia 2, ore 21:20. Sabato 4 aprile 2020.
Horror del 2015 che segna la rinascita come autore di M. Night Shyamalan, girato poco prima di quel clamoroso The Split che gli avrebbe valso il riconoscimento della critica più intransigente. Due ragazzini partono per la Pennsylvania a conoscere i nonni che non hanno mai incontrato per via di lontane beghe familiari. Si ritroveranno coinvolti in strani e ovviamente inquietantissimi fenomeni.

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Film stasera in tv: COMPLOTTO DI FAMIGLIA di Alfred Hitchcock (sabato 4 aprile 2020)

Complotto di famiglia di Alfred Hitchcock, Top Crime (39 dtt), ore 23:01.

L’ultimo film – è del 1976 – di Alfred Hitchcock: morirà quattro anni dopo, imperanti mode, modi e un cinema che da molto tempo non gli appartenevano più. Family Plot – nel doppo senso di complotto e di intreccio  – apparve subito fuori sincrono benché di impeccabile, ingegneristica confezione secondo gli standard stratosferici del suo autore. Come sfuocato, retrodatato. O fuori tempo massimo. Un giallo-rosa, allora si diceva così, come Sir Alfred ne aveva confezionati tra anni Cinquanta e Sessanta – Caccia al ladro, La finestra sul cortile, anche La congiura degli innocenti – che ormai non aveva più, non poteva più avere, cittadinanza presso un pubblico intanto mutato nei suoi gusti e disgusti. Sembrò anacronistico, lo è ancora adesso alla visione e ri-visione. Un plot nella sua struttura scheletrica quasi chandleriano, con un’indagine che man mano va a scoperchiare tare e tabe familiari, amoralità criminali, inganni, depistaggi, truffe. Un film che sarebbe potuto essere affine a certi titoli neohammettiani e neochandleriani di quegli anni Settanta come Il lungo addio di Robert Altman e Bersaglio di notte di Arthur Penn (detto per inciso: due capolavori) e che invece Hitchcock chissà perché svolta incogruamente in commedia brllante, faticando parecchio  e non sempre riuscendo a virare il nero profondo in tonalità ora pastello ora squillanti.
Una finta medium viene incaricata da un’anziana di molti averi di individuare con i suoi (milllantati) poteri extrasensoriali il figlio della colpa avuto quarant’anni prima dalla sorella e abbandonato non si sa dove per evitare alla famiglia l’onta. Quel nipote perduto la sciura vorrebbe finalmente ritrovarlo per riparare al male fatto e lasciargli in risarcimento tutto il suo patrimonio. Naturalmente alla finta medium viene promessa una cospicua somma se riuscirà nell’impresa e dunque ecco la sgallettata partire alla ricerca insieme allo sfigato fidanzato tassista. Mentre la loro storia si alterna a quella di una coppia di truffatori altolocati, un gioielliere e la sua comppagna, specializzati in rapimenti a scopo di riscatto. Continua a leggere

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Film stanotte in tv (poi anche su RaiPlay): CHANT D’HIVER di Otar Iosseliani – sabato 4 aprile 2020

Chant d’Hiver di Otar Iosseliani, Rai 3/Fuori Orario, ore 3:50. Poi anche su RaiPlay.
Recensione scritta dopo la proiezione di Chant d’hiver al Festival di Locarno 2015.
get-3Chant d’hiver, un film di Otar Iosseliani. Con Rufus, Amiran Amiranashvili, Pierre Etaix, Mathias Jung, Mathieu Amalric, Enrico Ghezzi.
get-6Il ritorno di Iosseliani al cinema ha nettamente diviso, qui a Locarno: applausi da parte di un gruppo di ammiratori oltranzisti del regista georgiano, e molta indifferenza. Film-affresco che si muove su e giù nel tempo e nella geografia, tra la Parigi di oggi e quella del Terrore, e un paese balcanico o caucasico in guerra. Troppi piani narrativi che non si connettono. Certo la leggerezza di tocco di Iosseliani resta intatta.
get-4get-5Divisivo. Alla fine del press screening si son sentiti applausi entusiastici da parte di uno zoccolo duro di fedelissimi alla linea Iosseliani (ma non s’è sempre scritto Ioseliani con una esse sola, e come mai adesso il raddoppio?), zero buuh e però molta indifferenza e qualche eccheppalle. Uno dei maestri in concorso a questo Locarno (gli altri sono Zulawski e Chantal Akerman), anni 81, firma un film molto suo, della sua solita leggerezza e grazia, con figurine quasi bidimensionali da cartone, da slapstick, da Tati-movie. Un film che ha tratti da musical anche se di musica non se ne sente quasi, con personaggi che si muovono come danzando e che scivolano via lievi come in un Demy, in uno Stanley Donen. O come in un numero circense. Eppure Chant d’hiver non ce la fa mai a volare, nonostante il tocco sempre riconoscibile di Iosseliani. Troppo lungo (due ore), troppo affollato di personaggi che si sfiorano e qualche volta confusamente interagiscono, costruito su almeno tre piani di spazio-tempo (un prologo ai tempi della ghigliottina, una guerra balcanica o forse caucasica anni Novanta o Duemila, la Parigi di oggi) e non si capisce il perché, visto che si fatica a metterli in relazione. La prima parte è la meglio, con quell’aristocratico che si fa ghigliottinare con la sua pipa in bocca, mentre le tricoteuse guardano e tricoteggiano davvero aspettando il sangue. E la guerra balcanica o caucasica (da georgiano, Iosseliani avrà visto da vicino qualche conflitto post-sovietico) è ricostruita nel segno dell’insensatezza e della ferocia, e però anche con ironia e tocchi da teatro-cinema dell’assurdo, in una miscela di registri e toni ad alto rischio che solo a Iosseliani poteva riuscire. Continua a leggere

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Il film imperdibile stanotte in tv: P’TIT QUINQUIN di Bruno Dumont (poi anche su RaiPlay) – sabato 4 aprile 2020

P’tit Quinquin di Bruno Dumont, Rai 3/Fuori Orario, ore 0:10 (206 minuti). Poi anche su RaiPlay: link

Alane Delhaye e Lucy Caron

Bernard Pruvost e Philippe Jore

Julien Bodard, Corentin Carpentier e Alane Delhaye

Sì, film, anche se questo manufatto audiovisivo si presenta ufficialmente come una miniserie in quattro puntate commissionata dall’assai cool rete franco-tedesca ARTE. Film. Allo stesso modo e secondo gli stessi criteri di valutazione con cui s’è unanimemente definito tale il Twin Peaks 3 di David Lynch. Cinema in purezza, per come P’tit Quinquin rifugge ogni idea e formato di serialità per puntare anzi al suo opposto, all’unicum, alla non replicabilità e non riproducibilità (tutt’al più si può parlare di autoriproducibilità). Anche, uno dei vertici del cinema degli anni Dieci. E un cinema che osa dire la propria diversità collocando il suo regista Bruno Dumont definitivamente nelle sfere superiori dell’autorialità. Quando P’tit Quinquin venne presentato a Cannes alla indipendente Quinzaine (che svista per il festivalissimo non averlo incluso nella propria selezione) si intuì subito come il suo regista avesse compiuto un salto formidabile. Dumont riesce qui a essere perfettamente sé stesso, con il suo senso del desolato paesaggio nord-francese, con la sua passione per i personaggi-freaks, e insieme a andare oltre sé stesso e il proprio precedente lavoro. Nella sua regione-feticcio, teatro di gran parte delle sue opere (fino alle ultimissime Jeannette e Jeanne d’Arc), il Pas de Calais, e in un tempo recente non identificato e come parallelo alla Storia, si agitano  personaggi stralunati e tarati nel corpo e nell’anima. Un trionfo lombrosiano in terra di Francia e nel suo cinema, il più signorile, colto e snob che ci sia. Una messinscena di deformazioni psicofisiche che riportano a certe comunità umane d’altri tempi separate dal mondo, chiuse e introflesse, replicatesi di generazione in (de)generazione attraverso rapporti endogamici e combinazioni incestuose. Facce insieme canagliesche e innocenti, affondate anzi scagliate in una detective story dove niente e nessuno somiglia a qualunque altro noir visto e conosciuto finora. Continua a leggere

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