Un film imperdibile stasera intv: DETROIT di Kathryn Bigelow (ven. 23 ott. 2020)

Detroit di Kathryn Bigelow, Rai Movie, ore 21:10. Venerdì 23 ottobre 2020.
Recensione scritta all’uscita del film.
2216254.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxUDP_01999.ARWDetroit, regia di Kathryn Bigelow. Sceneggiatura di Mark Boal. Con John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie, Hannah Murray.
UDP_04534.CR2Parte come affresco della rivolta black nella Detroit del 1967, si trasforma in un claustrofobico horror con un gruppo di neri tenuti in ostaggio da un poliziotto psicopatico. Più vicino a Funny Games di Haneke che al classico cinema di denuncia (anche se lo stile convulso di Bigelow è agli antipodi dei gelidi ritualismi dell’austriaco). Film necessario, e non si capisce come il pubblico, in America e in Italia, lo abbia rifiutato. Se ve lo siete perso, recuperatelo. Voto 8+
177967.jpg-r_1920_1080-f_jpg-q_x-xxyxxUno dei più clamorosi tonfi del 2017. Incassi mediocri sul mercato nordamericano, quello che conta davvero e fa tornare, o non tornare, i conti, soli 21 milioni incamerati a fronte dei 34 spesi (altrettanto disastroso il box office nel resto del mondo). I Golden Globes – quest’anno anche peggio del solito in fatto di nomination, davvero un premio in caduta libera di credibilità: ben tre al tremendo musical The Greatest Showman, per dire, e perfino la Hellen Mirren dell’inguardabile The Leisure Seeker di Virzì candidata quale migliore attrice categoria comedy-musical – lo hanno ignorato, piallato via senza pietà, e lo stesso potrebbe capitare con gli Oscar. L’aver dimenticato Kathryn Bigelow nelle varie cinquine per il migliore regista è, per chi ama il cinema, sconfortante. Bigelow, la più testosteronica delle signore dietro la macchina da presa, la meno sussiegosa, la meno flaccidamente sentimental-femminea, la più spiccia e tosta, anche la più tecnicamente attrezzata. Dopo i magnifici The Hurt Locker (sacrosanto Oscar) e Zero Dark Thirty, con questo Detroit chiude una trilogia che possiamo dire di indagine sulla storia recente e quasi-recente americana, sui conflitti interni ed esterni al paese che ancora e nonostante tutto è leader mondiale. Trilogia condotta con rabbia e sdegno civile mai smanceroso e virtuosamente corretto che l’ha proiettata in alto nel ranking dei bravi registi, grazie anche alle sceneggiature del già giornalista (e si sente e si vede) Mark Boal. Stavolta, sull’onda della blackitudine riscoperta dal cinema hollywoodiano e indipendente negli ultimi anni, una vera black renaissance, Bigelow va a ricostruire una controversa e ancora bruciante vicenda – ancora: perché la questione dei neri uccisi o percossi da agenti di polizia bianco-caucasici solitamente maschi continua a frantumare le coscienze nordamericane con casi sempre nuovi – inscritta nei riots scoppiati nei quartieri afro di Detroit nel lontano, ma non così remoto, 1967. Qualche polemicuzza negli U.S.A. per via che, secondo gli integralisti – ce ne sono sempre da ogni parte e per ogni causa – solo un nero avrebbe il diritto di raccontare le sofferenze dei neri e i soprusi subiti e le oppressioni e le ingiustizie. Grazie a Dio la non-afroamericana Kathryn Bigelow non si è fatta problemi di siffatto tipo, e ci ha consegnato con tutta la frenesia di cui la sua cinepresa è capace (una cinepresa qui riconvertità alla mobilità assoluta e al quasi-stalkeraggio dei personaggi), un film che resterà e potrebbe diventare un paradigma di narrazione di simili avvenimenti per ogni futuro autore, non solo cinematografico. Certo ci si aspettava – l’ha acutamente rilevato un recensore americano, anche se non ricordo quale: sorry – che dopo The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, film su larga scala, film-affresco con dentro l’intenzione e l’ambizione di contenere l’intera catena di eventi che fanno una storia e la Storia, anche stavolta Bigelow replicasse il modello. Che raccontasse con sguardo totale, in una visione panottica, e con toni epici quella guerra civile che per giorni bruciò una città e oppose black a white, ribelli di strada a istituzioni preposte all’ordine pubblico, polizia ed esercito schierati a combattere marciapiede dopo marciapiede, casa dopo casa. Detroit come l’Iraq di The Hurt Locker. Come lo scacchiere su cui si gioca la partita contro Bin Laden in Zero Dark Thirty. Invece no, Bigelow stavolta cambia scala e formato. E azzardo sia questa la ragione per cui il film non ha convinto recensori e pubblico. Continua a leggere

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Film da non perdere stasera in tv: IN BRUGES di Martin McDonagh (giov. 22 ott. 2020)

In Bruges – La coscienza dell’assassino, un film di Martin McDonagh. Rai Movie, ore 23:05, giovedì 22 ottobre 2020.
5677_gal32283_galLo adoro, semplicemente. Tra i migliori noir che mi sia capitato di vedere da molti anni a questa parte. Un noir sui generis, assai autoriale, che porta l’impronta forte del suo regista e ancora più sceneggiatore Martin McDonagh, talento che si è rivelato al cinema proprio qui, e confermatosi quest’anno con il notevole, acuminato, stravagante 7 psicopatici. Film di parola, In Bruges, in cui è il flusso verbale, sono i monologhi e dialoghi meravigliosamente scritti (si sente Pinter) a determinare l’azione, e non viceversa. Teatrale? Sì, forse. Ma come sono teatro certi capolavori del cinema, penso, che so, a Eva contro Eva di Mankiewicz. McDonagh costruisce parole su parole, impalcature di parole, architetture, mescolando l’alto e il basso, citazioni colte e trivialità, meditabonde riflessioni e cazzeggio, un qualcosa che lo rende abbastanza affine a Tarantino, se proprio gli vogliamo trovare una parentela (ma anche il recente Cogan di Andrew Dominik con il killer Brad Pitt gli somiglia). Ray e Ken sono due killer mandati dal loro boss londinese a passare un po’ di tempo nella medievale città belgo-fiamminga di Bruges (anzi Brugge), canali, palazzi di mattoni che si specchiano nell’acqua, infinite memorie del passato. Una città fantasmatica, al pari di Venezia (e mica per niente In Bruges cita esplicitamente il gran film di Nicholas Roeg A Venezia un dicembre rosso shocking). Ray, il più giovane (Colin Farrell, che con questo ruolo si è ricostruito una verginità d’attore e una carriera dopo disastri tipo Alexander), è corroso dal senso di colpa per aver ucciso sul lavoro un bambino, il massiccio Ken (Brendan Gleeson), più grosso e più grande di lui, forse lo sorveglia su incarico del boss, certo gli sta vicino e cerca di dargli una mano. Sono in attesa di ordini. Ma perché sono stati mandati dal capo (Ralph Fiennes) in quella strana città? Che ci fanno a Bruges? Cosa c’è sotto? Cosa c’è dietro? Entrano nella storia altri personaggi: un nano attore, una ragazza che pare innamorarsi di Ray. Man mano emerge il senso di quella missione nelle Fiandre, seguirà un gioco mortale. Premi e riconoscimenti ovunque, e meritatamente, compresa la nomination all’Oscar 2009 per la migliore sceneggiatura. Gran successo nell’area anglofona.

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Un grande film stasera in tv: I SOLITI SOSPETTI (giov. 22 ott. 2020)

I soliti sospetti di Bryan Singer, Spike, ore 21:30. Giovedì 22 ottobre 2020.
Visto e rivisto. Sempre formidabile. Sono dell’idea che I soliti sospetti sia lo psycho-thriller migliore degli ultimi decenni, e non sto esagerando. Nessuno più del Bryan Singer di questo film riesce a farti respirare la paura, a comunicarti la minaccia. Colto, europeizzante, denso di riferimenti, con molto del Roman Polanski anni Sessanta-Settanta e delle leggende del terrore del Centroeuropa. L’inafferrabile, inconoscibile, cangiante Keyser Söze è ormai un mito. Ricordo che Goffredo Fofi lo paragonò genialmente all’altrettanto sfuggente balcanico protagonista di La maschera di Dimitrios di Eric Ambler (capolavoro da recuperare, meglio se in edizione Adelphi). Quella nave che esplode all’inizio in un porto californiano e che innesca uno dei plot più labirintici della storia del cinema si fa, al di là delle stesse intenzioni dei suoi autori (tra cui Christopher McQuarrie, Oscar meritato per la migliore sceneggiatura originale) metafora potentissima di ogni insidia che vada a turbare e distruggere l’Ordine Americano: terrorismo jihadista, pericolo rosso-comunista un tempo sovietico poi cinese, virus pandemici; ma viene in mente anche il Sigmund Freud che mentre sbarca su suolo newyorkese da un transatlatico profetizza, parlando della sua psicanalisi destinata a portare a galla i demoni dell’inconscio di una nazione e a segnarne la fine dell’innocenza: “portiamo la peste, e loro non lo sanno ancora”.
Purtroppo Bryan Singer non si sarebbe mai più ripetuto ai livelli di questo folgorante esordio, finendo con l’incappare pure in uno dei tanti scandali sessuali della Hollywood degli anni Dieci. Che cast: Gabriel Byrne, Benicio Del Toro, Chazz Palminteri e un Kevin Spacey – anche lui poi travolto da scandalo sessuale – all’apice del suo vischioso virtuosismo interpretativo.

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Film da non perdere stasera in tv: TONYA (giov. 22 ott. 2020)

Tonya, Rai 3, ore 21:20. Giovedì 22 ottobre 2020.
Tonya (I, Tonya) di Craig Gillespie. Con Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Bobby Cannavale, Julianne Nicholson, Paul Walter Hauser.
Ascesa, successi e caduta di Tonya Harding, proletaria dai modi rozzi che diventò campionessa di pattinaggio artistico. E che uscì di scena dopo l’accusa di aver fatto gambizzare la rivale Nancy Kerrigan. Un Eva contro Eva tra lame e ghiaccio. Il film ricostruisce l’adolescenza infelice e il matrimonio ancora più infelice di Tonya, stretta tra una madre-mostro e un marito manesco. Siamo dalle parti dell’America triste e deprivata già vista in film come Un gelido inverno e The Fighter. Voto tra il 7 e l’8
Il cigno nero in versione pattinaggio artistico sul ghiaccio, disciplina chissà perché insediatasi nel solito immaginario collettivo quale sinonimo di leziosaggine e graziosità. Invece fatica, sudore, lacrime, sangue, rivalità, invidie feroci, colpi bassi. Un inferno. Dietro alla perfezione e all’apparente carineria, ai movimenti leggiadri e alle silhouette angelicate benché inguainate in stupidi costumini, c’è l’inconscio pulsante e sempre violento, eccessivo, esagitato, tumultuoso. Pronto a emergere, sommergere e distruggere. Chissà cosa avrebbe ricavato Darren Aronofsky da questa vera storia – Tonya Harding vs Nancy Kerrigan – di distruttiva violenza sulle lame, chissà che visioni, distorsioni, deliri, orrori psichici e discese negli abissi. Ma alla regia lui non c’è, ci sta l’australiano Craig Gillespie di cui, scorrendo il curriculum, non si notano film rilevanti prima di questo (se mi sbaglio correggetemi, grazie). Gillespie porta quella storia celeberrima e trucida, un Eva contro Eva che neppure il peggior misogino avrebbe potuto inventare, verso un naturalismo desolato e insieme tossico, alterato, come emanata dalla psiche divelta e spappolata dei suoi protagonisti. A partire da lei, la star, Tonya Harding. Pattinatrice americana entrata nella storia non per le sue performance, che pure ci furono e ad altissimi livelli atletici e acrobatici (come ripete il film: la prima a riuscire in un triplo axel in una competizione ufficiale, come se noi sapessimo cos’è un axel), ma per l’aggressione che mise fuori cambattimento la sua rivale Nancy Kerrigan. La quale, colpita da una bastonata al ginocchio infertale da un misterioso uomo – era il 6 gennaio 1994 – fu costretta a lasciare i campionati nazionali. Dell’incidente Tonya fu sospettata subito quale mandante, benché si sia sempre proclamata innocente e del tutto ignara del complotto. Colpevole o meno, è però passata alla storia come la pattinatrice che spezzò le gambe alla sua più pericolosa rivale, e tale resterà in saecula saeculorum. A meno che questo film, tutto dalla sua parte, non riscriva la narrazione universalmente condivisa.
Della brutta facenda Tonya racconta i fatti e soprattutto gli antefatti, ricostruendo nascita e crescita della Harding campionessa e incrociandole con i suoi disastri personali, psicologici, familiari. Nella prima parte del film, nettamente la migliore, Gillespie adotta i modi del neo-neorealismo applicato alla parte più desolata d’America, quella dei red necks, del white trash deprivato di cultura e opportunità e chance di ascesa sociale che abbiamo visto più volte al cinema. Penso a Un gelido inverno di Debra Granik e soprattutto a The Fighter di David O. Russell. Vite squallide, donne sole e, se accompagnate, male accompagnate a maschi ottusi e abbrutiti che le menano, padri che scompaiono ingoiati dal nulla, madri single sempre a corto di dollari per tirar su la prole. Molto alcol, molte droghe, fino a quegli oppioidi che sono uno dei flagelli dell’America disagiata di oggi. (Mi astengo dall’ovvietà di dire che questa America triste e dimenticata ha fatto da zoccolo duro e basamento alla vittoria trumpiana.) Nella seconda parte di Tonya, quella del misfatto, delle indagini, della ricerca dei responsabili, del processo, Craig Gillespie vira invece su un registro di commedia nera ovviamente alla Coen (che, vista la quantità di imitatori in ogni parte del mondo, dovrebbero chiedere i diritti), con scemi e più scemi che finiscono con l’inguaiare se stessi e gli altri. Ma ad aver convinto i cinefili più intransigenti son stati certi modi e vezzi autorialistici che mai ti aspetteresti in un film americano per quanto indipendente. Modi da mockumentary, mimando  e rifacendo con (finte) interviste ai protagonisti e qualche personaggio laterale le (vere) interviste a Tonya Harding e all’ex marito sciaguratissimo Jeff Gillooly effettuate in fase di preparazione del film. Non bastasse, ecco che ogni tanto, soprattutto la Tonya di Margot Robbie (strepitosissima: ma quanto fosse brava lo si era capito da un pezzo) si rivolge alla camera, anzi brechtianamente allo spettatore abbattendo la famosa quarta parete, facendo aleggiare sul film un sentore, più che di avanguardismo, di confessione da tribunale, da Grande Fratello inteso come reality, da videoesibizionismo YouTube. Continua a leggere

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Film stasera in tv: LA SCELTA di Michele Placido (merc. 21 ottobre 2020)

La scelta di Michele Placido, Rai Movie, ore 21:20. Mercoledì 21 ottobre 2020.
Recensione scritta all’uscita del film.
lascelta_2_20150304_2074732212lascelta_30_20150304_1294153417La scelta, un film di Michele Placido. Tratto da L’innesto di Luigi Pirandello. Con Raoul Bova, Ambra Angiolini, Valeria Solarino, Michele Placido, Manrico Cammarota, Monica Contini.
lascelta_10_20150304_1849847657Laura e Giorgio sono (mediamente) felici. Unico problema, il non riuscire ad avere un figlio. Poi lei subisce uno stupro, e resta incinta. Di chi è il figlio? Mica per niente questa trama di identità cangianti e incerte viene da Pirandello. E però è tutta attuale la questione, che da La scelta trapela, di cosa siano la maternità e la paternità. Fino a ieri un assoluto naturale, adesso oggetto degli interventi selvaggi della tecnobiologia. È questo a rendere interessante il film al di là dei suoi limiti. Voto 6,5
lascelta_11_20150304_1174348095Che strano film. Che strana idea quella di prendere una remota, e non delle più note e frequentate commedie di Pirandello, L’innesto, e trasportarla nell’oggi ricavandone questo La scelta. Eppure l’intuizione di Michele Placido, regista, co-sceneggiatore e anche attore in un ruolo collaterale ma non senza significato, si rivela alla fine non così peregrina, se non proprio vincente. In questa storia che probabilmente in origine si configurava come l’ennesimo, uno dei tanti, astratti teoremi pirandelliani sulle identità cangianti e inafferrabili, risuonano a vederla adesso parecchi echi attuali, attualissimi, della questione paternità e maternità. Di quanto di biologico e/o culturale vi sia nell’una e nell’altra. Di cosa sia un figlio, se un prolungamento genetico di sé o il puro risultato di un’educazione, di influenze ambientali. Questione oggi portata al calor bianco dalle frontiere nuove esplorate e anche ampiamente varcate dalla cosiddetta fecondazione assistita, la tecnoscienza della vita in provetta.
Siamo a Bisceglie, in uno scenario ancora una volta gentilmente messo a disposizione da un’Apulia Film Commission che ormai gareggia in attivismo con l’un tempo irraggiungibile Piemonte Commission. Laura e Giorgio sono una coppia ancora giovane, che si vuol bene e con un solo cruccio, il non aver avuto ancora un figlio, il non riuscire ad averlo. Lui, brav’uomo, manda avanti uno di quei locali fighetti e modaioli – con tanti prodotti del ‘territorio’, salumi marmellatine e quant’altro – che si ritrovan dappertutto nei piccoli paradisi turistici italiani, lei istruisce un coro di ragazzini al locale conservatorio. A far da controcanto alla loro vita pacata, quietamente triste, la sorella di lei, spirito bizzarro e anarcoide che convive allegramente con un marito e un amante, e due figli dalla paternità non così certa. Continua a leggere

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