Cannes 2019. Recensione: LES MISÉRABLES, un film di Ladj LY. Victor Hugo nelle banlieue

Les Misérables, un film di Ladj LY. Con Damien Bonnard, Djebril Zonga, Alexis Manenti, Jeanne Balibar. Compétition.
Tre poliziotto a presidiare una periferia francese sempre sul punto di deflagrare. Bambini di strada, boss malavitosi, famiglie precarie, predicatori, loschi figuri sospesi tra legalità e illegalità. C’è il flic buono, quello cattivo, quello 50 e 50. Un fatto apparentemente minimo innescherà la miccia. Ogni riferimento al romanzone di Hugo è fortemente voluto. Un film che visibilmente aspira a tracciare la mappa del nuovo disagio e delle nuove rabbie. Ma, pur spettacolare e benissimo girato, pecca di eccessiva complicità verso lo spettatore e di schematismo. E però qualche momento di vero cinema c’è. Quanto al regista: Lady LY non è una signora, ma un giovanotto assai muscolare (come autore, intendo). L’applauso più lungo finora di questo Cannes: sarà un successo. Voto 6

Il secondo film in ordine di apparizione del concorso e, finora, l’applauso più robusto che si sia sentito a questo Cannes. Meritato? Diciamo che Les Misérables – ogni riferimento a Hugo è voluto, anzi dichiarato – è di quelle opere che, sotto lo scudo dell’impegno sociale, vellicano il pubblico nei suoi migliori e peggiori istinti e che del mostrare-denunciare le sfighe del mondo fanno spettacolo.Un film che non si pone mai frontalmente rispetto a chi guarda, che non lo sfida, non gli si oppone, ma lo compiace con un racconto e i modi di raccontarlo tutto di viscere, sentimenti e sapori forti. Con tacito ricatto incorporato: o stai con me e sottoscrivi la mia denuncia o sei un bastardo. Film di periferie ovviamente disagiate girato da un giovanotto (pensavate che sotto il nome di Ladj LY si celasse una leggiadra signora? Lo pensavio anch’io, poi ho visto la foto del regista: masculo inconfondibilmente) che là nelle periferie, in una cité dell’Île de France, è cresciuto e ha sperimentato cosa voglia dire stare dalla parte complicata del mondo, o almeno della Francia d’oggidì e dell’appena ieri, quella degli immigrati nordafricani e dell’Africa nera e dei loro figli e nipoti. Il giovanotto è diventato filmmaker – sottraendosi come Scorsese ai destini spesso (ma non sempre) segnati del ghetto -, e nonostante la grazia del nome è autore incazzato, incazzatissimo, alla Spike Lee: portando a Cannes, e mica in una rassegna laterale ma nella vetrina del concorso grande (in quota minoranze?, sussurra il cinico che c’è in noi che non sopporta il politicamente virtuoso), un guardie e ladri – con frequente scambio delle parti – in una città satellite. Un noir-polar lurido e muscolare secondo i paradigmi del genere messi a fuoco da tanto cinema americano di poliziotti duri alle prese con i duri (cito solo Training Day di Antoine Fuqua). E però che impeto ci mette Ladj LY, che furore, e che macchina da presa survoltata, ubriaca, febbrile, a inseguire i suoi protagonisti, semiprotagonisti, comprimari. Girando per le strade di un quartiere al limite estremo perlopiù abitato da famiglie dell’Africa subsahariana con presenze arabe e intermittenti insediamenti rom. Di altre culture non c’è traccia. E poi su e giù per le scale e nei cunicoli sotterranei di immani falansteri tutti squadrati come pezzi giganteschi di lego irrelati e in attesa di una mano che li connetta in un insieme dotato di senso.
Questo film sarà un successo nonostante, anzi grazie alla sua evidente ruffianaggine, per come compiace lo spettatore confermandolo di essere dalla parte giusta e suscitandone l’indignazione contro il male. Che, ça va sans dire, sono la polizia (certa polizia, quella brutale e corrotta), lo Stato, le Istituzioni, il Sistema. Sarà un successo come lo è stato l’anno scorso Cafarnao di Nadine Labaki, film cui assomiglia per la smaccata esibizione delle miserie e dei disagi. Poi, certo, come non riconoscere l’abilità di narratore di Ladj LY (coregista di quell’A voce alta prima presentato a Torino e poi uscito in qualche sala italiana: immagino che di quel film sui tornei di eloquenza si sia occupato soprattutto dei ragazzi di banlieue), la conduzione eccitata, il tocco così ‘americano’ e ‘ipermoderno’. Non credo sia nato un autore memorabile, ma un abile filmmaker sì, in grado di mettere a punto qui un prototipo, un pilot che potrebbe dare il via a una fortunata serializzazione.
Intanto, storia e caratteri: tre poliziotti con la missione professionale di tenere sotto controllo un infuocato quartiere dell’hinterland parigino percorso dalle tensioni e pulsioni di ogni tipo, venato di criminalità grande e piccola, di una cronica patologia sociale. Uno è buono, uno è cattivo, uno 50 e 50. Il buono, Stéphane, è appena arrivato da un’altra città, è al suo debutto in quella squadra, crede nella legge e nella possibile emancipazione degli ultimi. Il cattivo, ovviamente il capo del trio, è brutale, crede solo nella forza, è corrotto e colluso con i vari poteri occulti del quartiere, poteri al limite e oltre la legalità: il poliziotto invasato come ne abbiamo visti centinaia  (penso a Detroit di Kathryn Bigelow, tanto per stare sul cinema recente). Perlustrano, controllano, minacciano: la minaccia come deterrente e strategia di prevenzione del disordine. Ragazzini di strada. Famiglie complicate. Boss della droga e della prostituzione. Commercianti taglieggiati. Una comunità di Fratelli Musulmani con un imam ex galeotto riscattatosi grazie alla fede e leader indiscusso del quartiere, adorato e ammirato per la sua integrità, rettitudine, forza (no, in questo film non ci sono jihadisti né imam che predicano l’attacco agli infedeli). E ancora: la figura ambigua di colui che viene chiamato il sindaco, un ruolo immagino semi-istituzionale ai bordi tra il caos e l’ordine delle istituzione, un ‘uomo del popolo’ investito di quel pomposo titolo per dialogare, intercettare i germi dello scontento prima che si tramuti in rivolta, fare da cerniera tra il basso e l’alto. Ed è la figura che dal film esce peggio. Intanto, un ragazzino col suo drone tutto vede e tutto filma dall’alto di un palazzone. Molecole in perenne convulsione, un mondo fratturato sull’orlo dell’esplosione interna. Ma anche un mondo a modo suo coeso con i legami tenaci, le regole interne, le solidarietà e le imprevedibili alleanze.
Un evento apparentemente minimo innescherà una reazione a catena, porterà il quartiere al punto di deflagrazione e al crollo di ogni ponte tra il nucleo di polizia e i banlieusard. Un ragazzino di origine africana porta via un cucciolo di leone da un circo (il circo Zeffirelli!). Il proprietario e il suo clan gypsy minacciano di tout casser, di innescare lo scontro se il cucciolo non verrà recuperato al più presto. Tutto il sistema entra in fibrillazione, i tre flic incappano in un incidente di percorso che complicherà ulteriormente le cose: mentre stanno per acchiappare il ladro di leoncini uno di loro lascia partire un candelotto e lo colpisce. Non bastasse, il ragazzino del drone ha ripreso la scena e i flic faranno di tutto per impedirgli di divulgare il video.
Di buono c’è il referto socioantropologico. Il regista è cresciuto là dentro ed è informato dei fatti, e si vede. Questo sguardo dall’interno e dal basso pervade tutto il film e lo distingue dalla massa di prodotti dello stesso genere. Pesano invece il tasso elevato di retorica antisistema, la pulpizzazione esasperata del racconto. Puro fogliettone popolare ottocentesco riadattato alla contemporaneità. Victor Hugo ieri, ora e sempre, come no. E a ribadire la filiazione dai suoi Miserabili ecco in finale una  lunga citazione dello scrittore. Dove si assolvono gli ultimi e i miseri da ogni colpa e si punta l’indice accusatore su coloro che stanno sopra nella scala sociale e avrebbero dovuto fare e non hanno fatto. Già ai tempi di Hugo la vulgata era: è colpa del sistema. Figuriamoci adesso. Anche se Les Misérables non è un gran film potrebbe prendersi un premio. Ma non siamo che all’inizio: arriveranno poi buoni incassi (in Francia) e una valanga di nomination ai César. Eppure qua e là, e oltre l’evidente astuzia dell’operazione, spuntano pezzi di vero cinema, come i due furiosi assalti dei ragazzini, sequenze assai toste girate a occhi spalancati e senza indulgenze. Altro che il nostro annacquatissimo La paranza dei bambini.

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Cannes 2019. Recensione: LE DAIM (Lo scamosciato) di Quentin Dupieux. Eccellente apertura di Quinzaine

Le Daim (Deerskin) di Quentin Dupieux. Con Jean Dujardin, Adèle Haenel, Albert Delpy, Coralie Russier. Quinzaine des Réalisateurs.
Un uomo si accende di passione per il suo blouson scamosciato (con frange: una tamarrata anni Settanta). Finirà per immaginarlo come un suo compagno di vita e di viaggio, come un alter ego. E precipiterà nel delirio per assecondarne il (fantasticato) desiderio:  essere l’unico blouson al mondo, il migliore. Film deragliato che non assomiglia a nessun altro e conferma il talento irregolare ma sicuro di Quentin Dupieux. E però un film me lo ha ricordato: Dillinger è morto di Marco Ferreri. Enorme Jean Dujardin. Grande inizio della Quinzaine. Voto 8+

Daim. Ovvero: pelle di daino; scamosciato; suède. Incredibile impresa del regista Quintin Dupieux, un (vero) irregolare-inclassificabile filmmaker francese senza parenti nemmeno nel pur ricchissimo e poliedrico cinema del suo paese. Un uomo solo alla macchina da presa, un regista a sé. Così incongruo rispetto a un qualunque sistema cinema da avere due identità professionali, Quentin Dupieux quando sta sul set, Mr. Oizo (come Oiseau suppongo) quand’è musicista (di musica elettronica), produttore musicale e qualcos’altro ancora. Sono film, i suoi – ne ho visti due prima di questo Le Daim: a Locarno la folle e sudicia, laida commedia Wrong Cops con Marilyn Manson poliziotto, e basti questo, e il neopirandelliano, magnifico per lucidità visionaria Realité a un Orizzonti veneziano -, che si muovono in un assurdo assai quotidiano e possibile, come una distorsione del normale, un assurdo che crede a sé stesso e si prende sul serio tanto da rendersi verosimile, naturale, accettabile anche agli occhi del più sgamato spettatore. Dupieux è un autore, senza riserve, perché sa creare un universo di segni, immagini e visioni che è solo suo, perfettamente identificabile, marchiato inconfondibilmente dal suo genio e, ebbene sì, dalla sua sregolatezza. Si potrebbe anche chiamarlo, il cinema secondo Dupieux, surreale e neosurrealista, di una surrealtà mai clamorosamente ostentata ma come strisciante, come se un baco consumasse dall’interno la fattualità del reale.
Questo film è una notevole riuscita, oltre ogni aspettativa, salutato stamattina in apertura di Quinzaine da un lungo applauso dei critici presenti, anche dai più superciliosi. Un inequivocabile successo alla presenza dell’autore e dei suoi due interpreti, Jean Dujardin (enorme, magnifico) e Adèle Haenel. Raccontare Dupieux e questa sua storia è impresa ai confini dell’impossibile, ma proviamoci. Un uomo in fuga dalla città – la sua compagna lo ha mollato e gli ha tagliato i viveri, carta di credito, conto in banca – spende una somma assurda, i suoi ultimi soldi, per comprarsi da un montanaro (siamo nelle Alpi? nei Pirenei?) un vecchio blouson scamosciato con frange da tamarro anni Settanta. Ovviamente made in Italy. Qualcosa tra lo spaghetti western e il trucidume poliziottesco. Lui ne è ammaliato, conquistato, fino a trasformarlo in un feticcio, a dargli nella sua immaginazione una vita, un’identità, un’anima. Incomincia a interloquire con il suo pelle-di-daino, ne scopre – crede di scoprirne nella propria progressiva follia – il massimo desiderio (anche gli oggetti desiderano, sognano, ci dice questo film), quello di essere l’unico blouson al mondo. Il migliore. Georges, questo il nome dell’uomo innamorato del suo scamosciato, farà di tutto per assecondarne il desiderio, senza fermarsi davanti alla brutalità. E comincia a dare la caccia, allo scopo di eliminarli, a tutti i blouson che gli capitano a portata di mano e relativi padroni. Trasformando, anche grazie a una barista aspirante montatrice di cinema, la sua avventura e il suo scivolare nel delirio in un film. Continua a leggere

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Cannes 2019. Recensione: THE DEAD DON’T DIE di Jim Jarmusch. Tutto qui il molto atteso film d’apertura?

The Dead Don’t Die (I morti non muoiono) di Jim Jarmusch. Con Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloe Sevigny, Danny Glover, Iggy Pop, Tom Waits, Steve Buscemi, Selena Gomez. Compétition.

Francamente ci si aspettava qualcosa di più da questa divertita incursione di Jim Jarmusch nel genere zombesco. Tutto come in un qualsiasi drive-in movie, con una cittadina americana invasa dai morti viventi. Certo, il tocco del  regista lo si avverte nella stilizzazzione estrema, nella voluta bassa intensità emozionale e orrorifica, nella coolness disseminata in pose e dialoghi. Ma non si esce mai dal gioco autoreferenziale. Voto 5 e mezzo

Tom Waits stars as “Hermit Bob”

Tutto qui? Intendo: tutto qui il molto atteso nuovo Jarmusch scelto, e a fine visione eravamo in tanti ieri sera a chiederci il perché, come film d’apertura di Cannes 72? Proiettato al Gran Théâtre Lumière, la sala massima del Palais, la cattedrale ove si officiano i più identitari riti festivalieri, dopo la pomposa cerimonia d’ouverture (con il presidente di giuria Iñarritu inoltratosi in un interminabile speech in spagnolo e non in inglese, dettaglio cui si dovrà attribuire un significato di orgoglio e perfino sovranismo messicano, o ispanico; con conduzione professionale quanto anodina e senza il minimo scostamento dal copione pre-scritto di Edouard Baer). Non sto a dirvi le attese e le file per entrare non al GTL, ma alle Salle Debussy dove si dava in contemporanea la proiezione stampa. Alle prese con una security che non è più quella di massima efficienza e cortesia degli anni scorsi (li avranno promossi alla Lumière o semplicemente non è stato loro rinnovato l’ingaggio?), composta da volonterosi quanto spaesati ragazzi – verrebbe da scrivere ragazzoni data la mole – in sobrio completo blu ma abbastanza ignari di cosa volesse dire tenere sotto controllo e organizzare e smistare la ressa di giornalisti scalpitanti. Hanno sbagliato a piazzare i fondamentali cartelli che indicano ai vari badge in quale coda mettersi, e immaginatevi il caos con migrazioni da una fila all’altra in cerca della collocazione giusta. E poi, nella sala Debussy, ordine perentorio di avviarsi verso i settori dove non c’era più posto e invece sbarramento a quelli ancora liberi. Non ancora preparati e rodati, e speriamo imparino presto.
Finalmente, dopo tanto caos e la noiosa cerimonia (trasmessa nella Debussy), parte The Dead Don’t Die, titolo ripreso da una ballatona del fino a ieri a me sconosciuto folk o countrysinger Scargill Simpson. E siccome tutti avevamo ancora negli occhi le delizie del precedente film ‘di genere’ di Jarmusch, il vampirico Only Lovers Left Alive, ci si aspettava da questo zombesco un pari grado di beltà e divertimento colto-intelligente. Macché. Non che il film sia brutto, anzi è molto jarmuschiano nella sua voluta basso-media temperatura interna, nella sua blanda intensità, nel suo ritmo dolcemente allentato e privo di nevrosi adrenaliniche, nella sua riflessività e contemplatività anche in momenti che dovrebbero essere di puro horror e action (parola incompatibile con il cinema di JJ). Come se il regista anche per raccontare quella che in fondo è una storiaccia qualunque da drive-in movie non avesse voluto rinunciare alla asciuttezza e misura che sono il suo marchio di creatore di squisiti haiku cinematografici. E poi, stilizzazione accentuata, massima attenzione a non debordare nonostante la materia narrativa dai confini del cinema rigoristico-autoriale. Ma, diversamente che in Only Lovers Left Alive, il film resta una macchina celibe, sterile, autoriferita, senza sbocco verso l’esterno, senza canali di comunicazione con ciò che sta oltre lo spazio schermico. Un cinema che si riflette allo specchio e non ce la fa mai a distogliere lo sguardo da sé stesso. Al meglio, un brillante divertissement, senza farcela mai a indurre in chi guarda pensieri e inquietudini. Tutt’al più un qualche sorriso. E quando in zona finale si va ahinoi sulla metafora (ma perché mai gli zombie devono sempre stare per qualcos’altro e mai per sé stessi?), viene voglia di scappare dalla sala. Perché è almeno dagli anni Settanta che i morti viventi che si mangiano i vivi ci vengono spacciati come allegoria della società consumistica e capitalista “che divora se stessa”, e non c’era bisogna che anche Jarmusch ce lo ricordasse. E poi, davvero non se ne può più di film d’autore sui morti viventi e i morti che ritornano (perfino uno bravo e sveglio come Bernard Bonello ci è caduto: porterà tra pochi giorni uno zombesco alla Quinzaine e speriamo sia meglio di The Dead Don’t Die). Continua a leggere

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A Cannes (per l’ottava volta)

Rieccomi per l’esperienza numero otto – si partì come Nuovo Cinema Locatelli nel 2012 – al festivalissimo, insomma a Cannes, le olimpiadi, o i mondiali, del cinema, come amano dire gli americani, e se lo dicono loro che hanno gli Oscar. L’appena dipartita e molto rimpianta Agnès Varda si issa giovane e energica nella bell’affiche di questa edizione 72 (nella speciale guerra dell’immagine-logo Cannes stravince regolarmente su Venezia) sulla schiena di un paziente collaboratore per riprendere al meglio una scena del suo primo e ignoto ai più lungometraggio La Pointe Courte (anno 1955!). Virata in giallo, giustamente, acciocché ogni passante cinefilo o meno ne resti abbagliato e sia indotto a fermarsi come da un’apparizione luminosa della Madonna (maiuscola). Ai piedi del grandioso manifesto che sovrasta le entrate del Palais e pare presidiarle più della pur nutrita security, la gente si aggira senza una meta e una direzione, nel solito clima sospeso del prima, prima del grande gioco: che parte stasera con la proiezione in gran pompa francese – ora e sempre Versailles! – del nuovo Jim Jarmusch The Dead Don’t Die, I morti non muoiono, con zombie si presume assai chic e aristocraticamente sfiniti e languidi come i vampiri del suo meraviglioso Only Lovers Left Alive che qualche anno deflagrò a sorpresa proprio qui. Lascio a coloro che di celeb e red carpet si occupano enumerare chi salirà la montée de marche (intanto diciamo Adam Driver e Tilda Swinton) per la cérémonie d’ouverture officiata come l’anno passato dal noto e stimato attore – in Francia –  Edouard Baer, da noi pressoché sconosciuto. Uomo di modi signorili versato professionalmente in comédie di una certa eleganza, quindi si attende una conduzione insieme brillante e educata.

prove sul red carpet

Tra gli accreditati stampa – ho l’impressione, ma forse è un wishful thinking, che siano in lieve calo rispetto agli anni precedenti – intanto si mugugna e ci si inquieta, soprattutto tra i gradi bassi del badge (sopra ci stanno gli insigniti del colore bianco, i boss della critica internazionale, sotto i gialli, la categoria ammessa per ultima in sala e dunque destinata a soffrire in lunghe code sotto il sole o l’acqua, e tra i due estremi i rosa pastillé, i rosa, i blu) dopo l’ennesima riforma del programma del press screenings. L’anno scorso furono clamorosamente abolite le anticipate stampa per bloccare i leaks via rete con giudizi demolitivi nei confronti di film che ancora dovevano essere dati in proiezione ufficiale: giornalisti web e cartacei furono costretti per scontare i loro peccati a proiezioni successive alla prima affinché produttori, attori, autori potessero salire la montée de marches senza piangere per precedenti e veementi stroncature. Come se un film brutto di suo potesse migliorare ritrardando il rilascio dei giudizi negativi. Fu una rivoluzione per fortuna non adottata dagli altri festival. Quest’anno, dopo le accalorate e talvolta infuocate proteste soprattutto da parte della stampa parigina (la quale non ha mai amato di vero amore il delegato generale Thierry Fremaux: ricambiata in feddezza, come si deduce leggendo il memoir dello stesso Frémaux Sélection Officielle), c’è stata un’altra riforma del calendario press, benché non della stessa portata dell’anno scorso. Si ripristinano in alcuni casi le anticipate per giornalisti (negli altri si va in contemporanea), ma solo di un paio d’ore, con l’embargo severissimo di non scriverne o darne notizia e giudizio sui social fino a screening ufficiale terminato, e ai trasgressori ritiro immediato del badge (abbiamo tutti dovuto firmare il nostro solenne impegno a rispettare le regole). Malumori da parte dei quotidianisti cartacei perché le anticipate del pomeriggio non daranno loro il tempo di scriverne, visto che i giornali, quei pochi che ancora faticosamente si reggono in piedi in edicola, chiudono al più tardi alle dieci di sera. Gli altri, i non cartacei, si preoccupano invece che nella stesura del complesso palinsesto sia sparita la terza proiezione stampa che l’anno scorso tanti problemi aveva loro risolto ampliando i posti a disposizione (il numero limitato delle sale, con la strozzatura dell’ormai vetusto e angusto Palais, è il vero problema del festival). Oltretutto molte proiezioni stampa sono alle 22 e 22,15. Che già si trema all’idea del nuovo e molto atteso Kéchiche Mektoub My Love: Intermezzo della durata annunciata di 4 ore: comincerà alle 10 di sera e fate voi i conti di quando si potrà finalmente andare a dormire (e la mattina dopo la giostra ricomincia a girare alle 8,30 con altri film). Ne prendano nota tutti gli odiatori delle varie caste, vere o supposte, e dunque anche odiatori indefessi dei giornalisti accreditati a Cannes da loro ritenuti dei privilegiati: vengano loro per un paio di giorni di prova con badge blu o giallo, capiranno come possa essere amara la vita.
Mentre i cinefili si arrovellano sul come trovare uno slot nella propria agenda per il nuovo Lav Diaz, durata quattro ore ovviamente (certo, già meglio delle sue otto abituali), dato alla Quinzaine des Réalisateurs, o per incastrare il culto annunciato The Lighthouse dell’americano Robert Eggers (ancora Quinzaine), infuria sui media il solito scandaluccio o polemichetta della vigilia. Che stavolta ha per bersaglio l’iconico Alain Delon, 83 anni non benissimo portati (dov’è finita tanta divina bellezza?), cui sarà assegnata in corso di festival la Palma d’oro alla carriera, e chi se la merita più di lui? Viene anzi da chiedersi come mai si si sia aspettato tanto. Bene, dal fronte metooista e dintorni, più precisamente da un’associazione chiamata Women and Hollywood arriva, per voce della sua fondatrice Melissa Silverstein, l’indignata protesta contro il Rocco di Visconti, il Samurai di Melville, per le sue dichiarazioni passate – e aggiungo io presunte – maschiliste, omofobe, front-nazionaliste ecc. Non dategli quella palma, si urla dall’altra parte dell’Oceano. Ma ci rendiamo conto? Trattasi di Alain Delon, una leggenda, e lo si vorrebbe escludere da Cannes per reati (sempre che si tratti di reati: quantomeno si dovrebbe procedere a una seria e circostanziata verifica) d’opinione?

Agnès veglia e sorveglia

Stasera tra i giurati vedremo sfilare sul palco del GTL anche Alice Rohrwacher (si sa, Cannes i registi prima li mette in concorso, qualche volta li premia e poi nelle edizioni seguenti li mette in giuria: non si butta via niente, una macchina perfetta che si autoalimenta e si autocelebra. Difatti stavolta ci sono Pavel Pawlikowski, Yorgos Lanthimos e Robin Campillo con Inarritu presidente, tutti variamente presenti una o più volte nelle passate edizioni), e sarà uno dei pochi segni di Italia in questo festival. Solo un nostro film in concorso, Il traditore di Marco Bellocchio su Tommaso Buscetta (il buzz non è così favorevole: staremo a vedere). Quanto al film animato di Lorenzo Mattotti a Un certain regard, La famosa invasione degli orsi in Sicilia tratto da Dino Buzzati, “è una produzione francese, di italiano non ha niente”, come mi ha detto un rispettato PR del ramo. Per fortuna c’è Luca Guadagnino alla Quinzaine con un corto-medio di 35 minuti sul mondo della moda, The Staggering Girl, con Julianne Moore e Alba Rohrwacher: immancabile a ogni festival, da Venezia a Cannes a Berlino. Stasera via con la visione, aspettando i pesi massimi dei prossimi giorni (Tarantino, Malick, Dolan, Dardenne, Kéchiche, Almodovar) e le possibili sorprese. Aspettando anche una Quinzaine, rassegna indipendente dal festival, con alla guida per la prima volta un italiano, Paolo Moretti, e con un programma assai promettente: Bonello, Dupieux, Eggers, Zlotowski. E ancora: la Semaine de la Critique (pure indipendente dal festivalissimo). Chissà mai che stavolta riesca finalmente a vedermi qualcosa di ACID, il quarto Cannes (dopo il festival ufficiale, la Quinzaine des Réalisateurs e la Semaine), rassegna dedicata alla scoperta e alla promozione del cinema più orgogliosamente indipendente. (Mentre scrivo do un’occhiata agli schermi che trasmettono la conferenza stampa della giuria. Chiedono a Elle Fanning “in quanto rappresentante dei giovani” cosa pensi del festival, chiedono a Inarritu “come si sente a essere il primo presidente di giuria latinoamericano”, ancora a Inarritu cosa pensi lui messicano del famoso Muro trumpiano. A questo punto scappo via. Possibile che le conferenze stampa siano sempre così vacue? Avevo scritto sceme, poi ho corretto. Ed è così a tutti i festival, mica solo a Cannes.)

 

 

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12 film stasera in tv (sab. 11 maggio 2019, tv in chiaro)

L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford

Il nome della rosa

Cliccare per la recensione di questo blog. Alcune schede si riferiscono a precedenti messe in onda.

Odio implacabile di Edward Dmytryk, Rete Capri (122 dt), ore 21,00.
L’udienza di Marco Ferreri, Rai Storia, ore 21,10.
Signs di M. Night Shyamalan, Paramount Channel, ore 21,15.
Qual è l’origine di quei misteriosi, grandi cerchi disegnati nei campi di grano? Un altro degli enigmatici film al confine tra realtà e supernatural di un signore del genere, M. Night Shyamalan, il regista del Sesto senso. Definitivamente sdoganato e consacrato l’anno s corso dai superciliosi Cahiers du Cinéma che hanno inserito il suo (bellissimo) Split tra i dieci film migliori del 2017.
World War Z, Nove, ore 21,30.
Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud, Rai Movie, ore 22,45.
Non la recnete e disviutobile serie, ma ilfim del lontano 1986 girato dal francese JJ Annaud. Un successo clamoroso, almeno sul mercato europeo (non funzionò altrettanto invece su quello di lingua inglese). Riduzione agli schemi narativi e alle orme del genere thriller del ben più stratuficato e complesso romanzo di Umberto Eco, ma prodotto di impeccabile confezione. Il Medioevo come generatore di trame oscure e saguonosi eventi seriali. Con un meraviglioso Sean Connery.
Spring Breakers – Una vacanza da sballo di Harmony Korine, Rai 4, ore 22,59.
Il corvo – The Crow, Paramount Channel, ore 23,15.
Fantasy dark anni Novanta di molto successo e di fama nera, anzi nerissima, per via della morte sul set del protagonista Brandon Lee, figlio di Bruce. Eric è il Corvo, revenant (dal regno dei morti) riapprodato sulla terra a prendersi la sua vendetta contro chi ha ucciso lui e la sua ragazza. Grandiosamente lugubre.
Le colt cantarono e fu… tempo di massacro di Lucio Fulci, 7Gold, or 23,45.
Italian western di gran culto, con il mitologico Lucio Fulci – futuro re del nostro horror più gorey e repellente – alla regia e l’altrettanto mitologico Fernando Di Leo alla sceneggiatura. Ne esce ovviamente una cerimonia violentissima, brutale e sadica, officiata da un demoniaco cattivo interpretato dal Nino Castelnuovo che solo due anni prima era stato l’angelicato protagonista di Les Parapluies de Cherbourg di Demy. Il suo antagonista è Franco Nero, e basterebbero loro due a giustificare la visione.
Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, la7d, ore 23,55.
Il complotto di Chernobyl – The Russian Woodpecker, Focus, ore 0,17.
The Guest, Rai 4, ore 0,37.
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Rai Movie, ore 1,00.

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