Film-capolavoro stasera in tv: PAISÀ di Roberto Rossellini (merc. 17 aprile 2019, tv in chiaro)

Paisà di Roberto Rossellini, Tv2000, ore 23,05. Mercoledì 17 aprile 2019.Episodio 3 (Roma)

Episodio 4 (Firenze)

Di quei film da storia del cinema, da cineteca, da cineforum-segue-dibattito anni ’60 (e oltre). Un monumento, ecco. Che conviene demonumentalizzare, guardare con occhio come dire ingenuo, come se su Paisà non si fosse depositata fin dal suo apparire, anno 1946, una quantità insostenibile di commenti, critiche, glosse, guide alla visione. Allora, abbandonarsi a Rossellini, al suo cinema incredibilmente, quasi fantasmagoricamente respirante insieme al reale, insieme all’oggetto rappresentato e inquadrato. Realismo, neorealismo nel senso più primario e perfino ovvio. Registrazione senza apparenti filtri, senza apparente messa in scena (e qui sta la maestria) di ciò che succede dando l’illusione della presa diretta documentaristica. Cattura del soffio vitale. Sei episodi a raccontare l’avanzata da Sud a Nord degli alleati, dalla Sicilia alla Padania, erodendo man mano il territorio sotto controllo di tedeschi e repubblichini. Quasi un instant movie, con la restituzione nitida e precisissima di un’Italia ancora segnata, ancora in macerie, ancora sotto trauma, ancora stordita tra fine del fascismo, sconfitta in guerra, e un nemico diventata di colpo amico (con quante ambiguità? dopo quali giravolte?) e ingombrante presenza occupante con cui fare i conti. Instant movie che però è già, nonostante l’adesione impressionante al cosiddetto reale, sguardo distaccato da storico. Film enorme, film di un’epoca, di un mondo finito in cerca di un ricominciamento. Una lezione di cinema cui guardò il mondo intero, dove Rossellini perfezionò il modo di girare sperimentato in Roma città aperta. Impressiona, oggi, la solida trama narrativa, lo storytelling nascosti dietro le maniere documentaristiche. Film naturale e insieme costruitissimo, strutturatissimo nella messa a punto dei sei episodi. Con sconfinamenti e derive, che peraltro erano già in Roma città aperta, nel melodramma (l’episodio sicialiano, e quello napoletano, e soprattutto quello romano). Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera in tv: IL BACIO DELLA PANTERA di Jacques Tourneur (merc. 17 aprile 2019, tv in chiaro)

Il bacio della pantera (Cat People) di Jacques Tourneur, 1942. Su Rete Capri (122 dt), ore 21,00. Mercoledì 17 aprile 2019.OC974691_P3001_240785
img_5363Nell’ultimo controverso, audacissimo Refn, The Neon Demon, un minaccioso felino compare ruggendo nel buio della stanza di motel della protagonista. Ed è un omaggio evidente a questo Il bacio della pantera, e anche al remake bellissimo quanto sfortunato che ne fece nei primi anni Ottanta Paul Schrader. Nel tempo il  film volutamente minore girato da Jacques Tourneur per la Rko, e volutamente di genere, è diventato un classico imprescindibile per generazioni di cinefili. E e a un paio di Locarno fa, dov’era in programmazione per la retrospettiva di Jacques Tourneur (magnifica: ma perché qualcuno tipo Oberdan non la porta a Milano?), critici ragazzini e critici sperimentati a tutto facevano la fila. Se la merita tutta, la devozione, essendo un esemplare sommo di cinema fantastico con immersioni nell’inconscio bestiale che sta in ogni umano. Inconscio di cui Cat People dà una rappresentazione insieme onirica, visionaria, delirante, e assolutamente realistica. E sempre spaventevole. America primi Quaranta. Una donna di nome Irena diventa l’ossessione d’amore di un probo uomo. È serba, e dietro di lei ci sono i fantasmi di un’antica, maledetta storia balcanica, quella di uomini e donne posseduti da un istinto selvaggio. Una donna che (forse) nasconde un’identità felina e ferina. Donna-pantera (forse). Donna che si trasforma (forse) in pantera con le conseguenze orrorifiche che si possono immaginare. Magnifiche le scene della bella a confronto con la bestia in gabbia. Così si è stabilito un caposaldo del cinema fantastico. Con Simone Simon, prestata dal cinema francese a quello hollywoodiano.

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Recensione: NOI (US), un film di Jordan Peele. Il doppelgänger si ribella

Noi (US), un film di Jordan Peele. Con Lupita Nyong’o, Elizabeth Moss, Winston Duke.
Misteriosi doppi chiamati Tethered salgono dal sottosuolo, escono dagli angoli oscuri a minacciare i loro originali belli-e-affluenti. Siamo come nel precedente film di Jordan Peele, Get Out, nell’horror con uso di metafora politica. Ma questa è la parte pià debole di US: la messaggistica è ovvia, la metafora fin troppo generica. Sorprende se mai in Peele la raggiunta maturità d’autore, il segno netto e pulito del suo cinema, la sicurezza con cui disegna lo spazio schermico e evoca ombre, minacce, ossessioni. Voto tra il 7 e l’8
Torna il trionfante Jordan Peele di Scappa – Get Out! con la sua opera seconda, e sono di nuovo sfracelli al box office, almeno a quello americano (i primi giorni italiani non sono stati così promettenti), e sono di nuovo estatiche recensioni e ancora critici di ogni nazionalità e generazione a gridare all’opera somma. Torna, il molto talentuoso ma anche astuto Peele, con un nuovo horror, chic e straordinariamente ben girato, a usare sì i codici del genere (anche della sua variante zombesca), ma prendendo le distanze da un qualsiasi filmaccio di terrori e squartamenti e mostrando ambizione alte, altissime, alla metafora e alla parabola e all’allegoria. Già, ma di che cosa? Se gli amori e i malamori interetnici in B/W (Dio mio, dove trovare un lessico che non suoni discriminatorio?) di Get Out! erano lì a raccontarci di quanto l’uomo bianco d’America abbia sfruttato, letteralmente succhiato sangue e forza vitale al popolo black, e di come i black non possano fidarsi dei bianchi buoni anzi soprattutto di loro, ed erano lì a farci la lezione senza la minima ombra di ambiguità e separando nettamente il bene dal male, i buoni dai perfidi, qui in Noi/US tutto si complica e si annebbia e sfuma. Che Peele voglia messaggiarci sugli States e il loro stato di (non) salute democratico, non pare dubbio già dall’emblematicissimo e dimostrativo (troppo) titolo: US. Noi ma anche United States. Parliamo tanto di noi per parlare tanto dell’America (e non è neanche la prima volta che si ricorre nello spettacolo a tale polisemia: già nel 1966 Peter Brook aveva messo in scena alla Royal Shakespeare Company un play assai militante chiamato appunto Us, e lì il rimando politico era alla guerra in Vietnam allora al suo acme distruttivo). Solo che in corso di film quel Noi si disgiunge, si doppia anzi di sdoppia, in Noi e Loro, in noi e altri da noi che però molti ci somigliano, e difatti sono duplicati, sosia, repliche di Noi benché imperfette, come primitive, rimaste sul bordo del bestiale, impedite nel loro progresso. Ah, l’immarcescibile fascino del doppelgänger (niente meglio della lingua tedesca ne esprime l’oscura minacciosità), in letteratura e film vari. Se il segno stilistico del cinema di Peele è nitido e pulito, ligne claire quasi grafica, quanto invece il Peele autore-narratore vuole suggerirci e dirci resta nebuloso e confuso. È la sua metafora, così ingombrante e proclamata fin dal titolo, a funzionare con affanno. Sì, certo, quanto vediamo sullo schermo – bravi americani bianchi e neri, la pelle davvero qui non separa se mai assimila, messi in pericolo dai loro incazzatissimi doppi venuti dal sottosuolo – come ‘romanzo’ delle fratture sociali e antropologiche che percorrono nel loro profondo gli States: e però, di quali fratture precisamente, quali linee di faglia, quali divisioni e opposizioni? Tra ricchi e poveri? Tra bianchi e neri? Tra i privilegiati dei centri urbani e la white trrash maschio-bianca delle aree rurali? Tra Nord tradizionalmente liberal e ‘lincolniano’ e Sud reazionario? E i doppelgänger (dimenticavo: si chiamano Tethered) che spuntano da ogni dove a sterminare gli affluenti e begli originali stanno a dirci la lotta di classe americana, spettro mai del tutto allontanato anzi sempre ricorrente nel deposito mentale-collettivo della nazione? Peele ha l’ambizione di dire troppo e di stabilire un racconto politico. E finisce col dirci pochissimo, ed è il limite – la sua metafora così vasta e multiuso da risultare generica e insignificante – di un film peraltro pregevole per come sa evocare frammenti di disagio, angoli oscuri del reale e del mentale, per come sa creare visioni conturbanti. Oltre che per la sicurezza e maturità con cui Peele gira, manovra la mdp, concettualizza la sua lingua cinematografica, costruisce lo spazio schermico distribuendo vuoti e pieni, concatena gli step drammaturgici, e sempre con uno sguardo ampio in grado di connettere il singolare dei personaggi con il plurale delle relazioni sociali e il contesto ambientale. Se Get Out! poteva lasciare ancora qualche dubbio sulla statura di Jordan Peele, Noi/US li spazza via. Sorprendono l’uso della macchina da presa senza furori giovanotteschi e clin-d’oeil ai manierismi del genere, il ricorso parsimonioso e quasi nullo alle abusate steadycam e handycam, l’assenza di ogni selvaggeria e primitivismo a favore di movimenti di macchina costruiti e pianificati, lo studio accurato dell’inquadratura, gli scarsi primi piani (altro vezzo oggi imperante) e una camera che rinuncia ai corpo-a-corpo con i personaggi per mantenersi a distanza, come a oggettivare la scena e quanto vi si agita dentro. Un approccio classico, severo, riflessivo. Maestoso perfino. Che detta un tempo interno al film lento e dilatato, nonostante le accensioni e accelerazioni obbligate nelle parti più action. Film di sospensione, di attese, di minacce che incombono, di angosce che montano fino al loro punto di esplosione. Davvero poco a che che vedere con l’horror nella sua forma ormai canonizzata dove ogni allusione e sospensione sembra vietata dall’imperativo a tutto esibire.
In Noi/US quell’inquadratura dei misteriosi quattro che si stagliano nell’ombra, nella notte, ombra nell’ombra, a distanza (questo è un film di distanze, di approcci rifiutati in quanto generatori di pericolo e di morte) nel giardino di casa di vacanza degli Wilson, la famiglia al centro del film, è un manifesto programmatico della lingua della paura che verrà adottata da Peele. Il quale sembra volersi situare più dalle parti di Alfred Hitchcock e Roman Polanski che da quelle della bassa macelleria orrorifica dei nostri giorni. Quei quattro, che sono i doppi perfettamente speculare degli Wilson – madre, padre, figlia ragazzina, figlio bambino – poi avanzeranno contro di loro con l’intenzione di annientarli, e nei modi più spaventevoli. Sarà classica home invasion, con i quattro Wilson – famiglia nera ma di quella borghesia nera assai bianca dentro – costretti alla fuga. Scopriranno che anche i loro migliori amici di spiaggia (bianchi) sono stati attaccati da altrettante repliche, e che anzi è un popolo di doppi a essere uscito da chissà dove, da chissà quali catacombe dell’America nascosta, a vendicarsi e far fuori i loro originali. Dentro di noi, fuori di noi, c’è un popolo degli abissi che abbiamo conculcato e oppresso o semplicemente rimosso e che adesso viene a farci pagare caro pagare tutto. Noi/US per due ore e qualcosa – troppo – ci mostra l’estenzione del dominio della lotta delle repliche contro gli originali, dagli spazi privati e domestici dell’inizio all’intero paese (al mondo?), secondo il classico schema della Zombie invasion (l’escalation progressiva verso l’attacco parossistico e globale ricalca World War Z). E che sia (anche) un attacco allo Stato Peele ce lo dice fin troppo scopertamente attraverso quella catena umana anzi subumana formata dai Thetered da costa a costa a imbragare, imprigionare, segare in due il Paese: ricalcata su quella umanitaria lanciata a suo tempo, negli anni Ottanta, da Nancy Reagan con non ricordo più quale scopo caritativo e solidaristico. Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera in tv: LA TERRAZZA di Ettore Scola (sab. 13 aprle 2019, tv in chiaro)

La terrazza, un film di Ettore Scola (1980), Rai Storia, ore 21,10. Sabato 13 aprile 2019.
Formidabili quegli anni Settanta per l’Ettore Scola regista. Nel 1974 gira il capolavorissimo C’eravamo tanto amati cui seguiranno nel ’76 Brutti, sporchi e cattivi, nel ’77 Una giornata particolare e a chiusura di decennio questo La terrazza. Film che ricapitola parecchi dei temi a lui cari, a partire dalle illusioni perdute di una generazione cresciuta nel culto e nella pratica dell’antagonismo (politico, sociale, intellettuale) e finita nella palude di una normalità grigia, pavida, spesso collusa con il potere. Titolo, La terrazza, da allora diventato simbolo e metafora come il palazzo pasoliniano, a indicare i riti disincantati di certa romanità intellettuale e allora di sinistra, del radical-chicchismo tra Tevere e Aniene dei mestieri da sottogoverno, da Rai, da Cinecittà, da stampa più o meno asservita. Si comincia con una cena su una terrazza dove si incrociano vite e destini, e da quella folla chiacchierante e consumante cibi e vini si dipanano le traiettorie di cinque personaggi (tutti maschili). Dove, tra lo scrittore inaridito e il produttore in crisi professionale e esistenziale, ritroviamo l’intero spettro delle professioni intellettuali e di spettacolo di quella Roma di fine anni Settanta (i peggiori anni della nostra vita, sarà il caso di ricordarlo). Affiancano Scola alla sceneggiatura due colossi come Age e Scarpelli (vinceranno tutti il premio per il miglior script a Cannes). Un film multiplo, come tante in Scola, a cartografare attaverso il cinema un mondo, un tempo, una temperie culturale, un passaggio storico, un’antropologia. Un film che segna la fine della stagione della commedia italiana e dello stesso grande cinema italiano. Dopo, vincerà la televisione, imponendo la sua estetica pop-triviale. Lunga durata (155 minuti). Cast enorme, da vertigine. Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Serge Reggiani, Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Milena Vukotic, Ombretta Colli, Stefano Satta Flores, Carla Gravina (vincerà a Cannes come migliore non protagonista: un premio che adesso non viene più assegnato) e altri, molti altri ancora.

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Film stasera in tv: LE BELVE di Oliver Stone (sab. 13 aprile 2019, tv in chiaro)

Le belve di Oliver Stone, Iris, ore 21,14. Sabato 13 aprile 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.

il triangolo sì: Chon, Ben e Ohpelia detta O.

Le belve (Savages), regia di Oliver Stone. Con Blake Lively, Aaron Johnson, Taylor Kitsch, John Travolta, Benicio Del Toro, Salma Hayek, Demian Bichir. Usa 2012.

Salma Hayek è la boss

Dopo essersi perso dietro a qualche despota latinoamericano (Looking for Fidel) e in qualche stanco self-remake (Wall Street 2), finalmente Oliver Stone ci consegna un buon film, sporco e cattivo come ai tempi di Natural Born Killers. Due amici coltivano la miglior marijuana del mondo e si dividono la stessa ragazza. Sembra Jules e Jim in versione californiana, ma poi ci si mettono di mezzo i cartelli messicani del narcotraffico e son dolori. I nostri dovranno andare alla guerra Da Don Winslow. Voto 7

John Travolta e Oliver Stone in una pausa del tournage

Bene, un regista ritrovato. Dopo che Oliver Stone si era messo a fare film ponderosamente, discutibilmente militanti (W.) e a rincorrere i vari Lider massimi dell’area tropico-latinoamaricana (Comandante, Looking for Fidel), avevamo perso ogni speranza. Rieccolo invece con un filmaccio lurido e cattivo come ai tempi tosti di Natural Born Killers e di Scarface (di cui scrisse la mirabile sceneggiatura). Quando si scatena nella rappresentazione del lato bestiale dell’umano, quando punta la sua cinepresa sui gironi infernali della ferinità e dell’ogni pietà è morta, ha pochi rivali. C’è in lui una naturale abilità e tendenza, quasi una vocazione, nel cogliere i nostri abissi, la nostra faccia oscura e selvaggia appena appena occultata sotto una vernice sottile di civilizzazione e bei modi. Solo che a Stone è sempre mancato in tali circostanze, e manca anche qui, il distacco dalla materia bruta e sanguinolenta, anzi ci si è sempre voluttuosamente ficcato dentro fino ad annullarcisi. Continua a leggere

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