Recensione: IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE, un film di Diao Yinan. Nero Cina

Il lago delle oche selvatiche (The Wild Goose Lake – Nan Fang Che Zhan De Yu), un film di Diao Yinan. Con Ge Hu, Lun Mei Gwei, Liao Fan. Al cinema da giovedì 13 febbraio 2020. Distribuito da Movies Inspired.
Un uomo in fuga – un piccolo boss criminale – è costretto a rifugiarsi in una zona senza legge detta il lago delle oche selvatiche. Tutti gli danno la caccia, solo una prostituta sta dalla sua parte. Un film cinese di abbagliante splendore figurativo che miscela il noir romantico alla Carné e Duvivier, l’action di Hong Kong, il cinema degli eroi impassibili di Melville. Una delle (belle) sorprese di Cannes 2019. Del regista che già vinse alla Berlinale 2014 con Black Coal, Thin Ice e che qui si conferma. Voto 8

Già vincitore a Berlino nel 2014 – fu una sorpresa vera quell’Orso – con Black Coal, Thin Ice, il cinese Diao Yinan ha fatto il suo esordio con onore nella a Cannes lo scorso maggio, assestandosi tra le migliori sorprese del concorso. Come nel suo film Orso d’oro anche stavolta Diao Yinan racconta una Cina interna, nordica, cupa, là flagellata da freddo e neve, qui da piogge e con un sole pallido a illuminare ambienti corrosi e marci. E come Black Coal, Thin Ice , anche questo The Wild Goose Lake è un noir & romance in cui si intrecciano avidità, amori impossibili, crimini e misfatti di vario tipo. Dunque, un altro titolo del concorso dove si utilizzano i codici dei generi ricontestualizzandoli, sottraendo o aggiungendo rispetto al paradigma, rispettandone o stravolgendone le forme. In una miscela assai originale. C’è, benché trattenuta e nascosto sotto un velo di disincanto e di violenza feroce, la traccia del noir romantico francese classico, quello dei Jean Gabin nei porti delle nebbie e nelle casbah diretto da Marcel Carné e Julien Duvivier. C’è il polar ridisegnato da Jean Pierre Melville, con uomini duri dalla faccia impassibili di samurai votati a una morte quasi rituale, un martirio. Aggiungiamo, in questa storia che riscrive altre infinite storie di bande criminali in lotta tra di loro e polizia a combattere tutti con ogni mezzo – ricatti, minacce, malversaziomi, soprusi, zero rispetto dei diritti –, la messinscena forsennata debitrice del grande cinema action della Hong Kong quando non era ancora Cina popolare ma territorio di Sua Maestà Britannica. E ancora, tra le fonti: il feticismo delle moto rombanti alla Scorpio Rising, i drive-in movie anni Cinqunta, il cinema giapponese dei samurai e dei ronin, il western tutto. A rendere importante Il lago delle oche selvatche – titolo bellissimo – è la capacità di Diao Yinan, ormai da considerare uno dei maggiori autori made in China, di inserire queste derivazioni in una cinema assai personale che è immaginifico e insieme fortemente realistico, anche minuziosamente descrittivo. Con un’estetica lurida, sporchissima, di bellezza malata, un’estetica del degrado, della rovina, del putrido trasformati in abbagliante visualità. E tempi di racconto velocissimi, sincopati, nevrotici. Ravioli in primo piano schizzati di salsa di soia, enormi griglie di condizionatori ingorgate di polvere e ogni possibile lordura, palazzoni crollanti con nel cortile enorme buche dove dai ballatoi vengono gettati i rifiuti. E quel formicolare promiscuo di vite cinesi che abbiamo visto anche in tanti documentari di Wang Bing e riesce sempre a allarmarci. Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera in tv: OMICIDIO AL CAIRO di Tarik Saleh (mercoledì 12 febbraio 2020)

Omicidio al Cairo (The Nile Hilton Incident), un film di Tarik Saleh, 2017. Rai 4, ore 21:15, mercoledì 12 febbraio 2020.
Gran successo iinternazionale, premi al Sundance 2017, buoni incassi anche al di fuori della Svezia, che di Omicio al Cairo è il paese di produzione nonché il paese del regista Tarik Saleh (please, astenersi dalla battuta salviniana “come fa a essere svedese con quel nome?”. Spiega a uso dei nostalgici di ogni immaginaria e mai esistita purezza etnica: Saleh è svedesissimo – come del resto l’adorato campione Zlatan Ibrahimovic -, nato dalle parti di Stoccolma da padre egiziano e madre svedese, cresciuto in Svezia, diventato street artist e poi filmmaker e poi autore acclamato in Svezia). Dicevo: buoni incassi dappertutto, recensioni positive, curiosità e interesse da parte del pubblico arthouse. Tranne che in Italia, of course, che raramente perde l’occasione di dimostrarsi non dico più retriva della media occidentale, ma certo più provinciale. Omicidio al Cairo: chi volete che accorra a titolo così da noi, di questi tempi, con questi climi intossicati dalle peggio pulsioni identitarie (il film è uscito un paio di anni fa distribuiti da Movies Inspired)? Anche le sciure che pure sono lo zoccolo duro del pubblico del ‘cinema di qualità’ (una qualità che va certificata da quei due-tre critici istituzionali e non deve esondare da certi consolidati canoni, se no la sciura diserta) si son ritratte di fronte a questo oggetto filmico parecchio fuori dall’ordinarietà. Non però dal genere di riferimento. The Nile Hilton Incident – tale il titolo originale – è un purissimo classico noir di investigazione, un polar per dirla franciosamente, con tanto di poliziotto duro di cuore, cinico e qui anche corrtoto che si redime sulla strada della verità e della sua tormentosa ricerca. Tarik Saleh, trent’anni e qualcosa, ha visto molto di quel cinema e molto deve averlo amato, se riesce a riprodurne così fedelmente (e amorevolmente) i codici, i linguaggi, le convenzioni. E però il suo non è un omaggio passivo e di maniera, per come innaffia il genere di umori e linfe a afrori nuovi e per come lo delocalizza in una cornice del tutto inusuale, in un altrove rispeto ai modelli hard-boiled o francesi-melvilliani. Che è Il Cairo del 2011 (il film è invece del 2017), mentre già la primavera di piazza Tahrir si annuncia e la rabbia verso il regime di Mubarak e la sua corruzione monta e tracima. Finirà come sappiamo, finirà malissimo. Ma qui lo svedese Saleh, in omaggio all’appartenenza egiziana paterna che è anche sua, non può che stare dalla parte del ‘popolo’ e dei ragazzi che protestano, che si oppongono alla polizia e ne vengono brutalmente repressi. Se questo è il frame in cui si agitano le storie e i personaggi, la trama è esemplarissimo cinema di denuncia delle turitudini, ipocrisie e tracotanze del potere in forma di giallo. Ispirata peraltro al caso vero verissimo di una famosa cantante pop libanese trovata ammazzata dodici anni fa in un hotel di Dubai. Qui una signorina dello spettacolo cairota dallemolte frequentazioni, a che illustri, viene uccisa da mano misteriosa im un hotel a molte stelle con vista Nilo. Continua a leggere

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Film stasera in tv: MUSTANG di Deniz Gamze Ergüven (martedì 11 febbraio 2020)

Mustang di Deniz Gamze Ergüven, Rai 5, ore 21:15. Martedì 11 febbraio 2020.
Recensione scritta nel 2015, tra Cannes e Milano.
535860-700x393Mustang di Deniz Gamze Ergüven. Con Güneş Nezihe Şensoy, Doğa Zeynep Doğuşlu, Tuğba Sunguroğlu, Elit İşcan. Presentato a Cannes 2015 alla Quinzaine dés Réalisateurs, dove ha vinto il Premio Label Europa Cinemas.
221646Arriva il film turco (e anche un po’ francese) che a Cannes 2015 è stato il più applaudito dal pubblico. Cinque ragazze, cinque sorelle conculcate e oppresse da parenti tradizionalisti e sessuofobici laggiù a Trabzon, nell’Anatolia profondissima. Matrimoni combinati, umilianti test di verginità, ma arriverà il riscatto. Di quei film perfetti per far fremere di indignazione le platee politicamente corrette d’Occidente, e difatti Mustang è già un successo internazionale (e in corsa per l’Oscar). Voto 6
225240L’applauso più lungo che ho sentito a Cannes 2015 (ma non al concorso, non al Palais: alla Quinzaine des Réalisateurs) è stato per questo Mustang, film turco con dentro però parecchio di francese: i capitali, la cosceneggiatrice, che è poi Alice Winocour, la regista di Maryland dato sempre a Cannes 2015 a Un certain regard. Tant’è che la Francia lo ha addirittura scelto come suo candidato all’Oscar per il migliore film stranier0, dove avrà modo di farsi valere, accattivante com’è. Scelta clamorosa, perché Mustang non è in francese ma in turco, e perché lo si è preferito a Dheepan di Jacques Audiard, di gran lunga migliore. Scelta furbissima, comunque. Questa storia di giovani donne oppresse e conculcate, e di una difficile emancipazione, è di quelle che destano sempre l’adesione entusiasta nelle platee (e nelle giurie) sinceramente democratiche, umanitarie e politicamente corrette. Come confermano i due premi vinti alla Quinzaine.
Turchia, Anatolia profonda, dalle parti di Trabzon/Trebisonda, mille chilometri da Istanbul. Cinque sorelle orfane (non si sa a causa di cosa), tutte teenager, allevate dalla nonna e da uno zio, entrambi iper tradizionalisti. Alla fine dell’anno scolastico le ragazze hanno la cattiva idea di festeggiare tuffandosi in acqua con alcuni compagni. Costerà alla maggiore di loro la fama di disonorata. Bisogna dunque correre ai ripari, e così nonna e zio chiudono in casa le sorelle per preservarne la verginità e si dan subito da fare per procurare (imporre) un marito alla maggiore, la pietra dello scandalo, la più compromessa. Che però un fidanzato segreto già ce l’ha. Continua a leggere

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Film stasera in tv: torna L’ANGELO DEL CRIMINE di Luis Ortega (giovedì 13 febbraio 2020)

L’angelo del crimine di Luis Ortega (El Angel, Argentina 2018). Rai 4, ore 23:36, giovedì 13 febbraio 2020.
Visto a Cannes 2018 a Un Certain Regard (dove suscitò un tiepido interesse tra i critici presenti: troppo mainstream, sentenziò qualcuno) e allora da me non recensito per mancanza di tempo. Non recensito neanche quando meno di un anno fa è stato importato sui nostri schermi, dove ha soggiornato qualche giorno nell’indifferenza generale, anche del pubblico arthouse. Invece una visione questo El Angel se la merita eccome (quanto a me: cerco di rimediare con questa scheda tardiva). Dove si racconta e mette in scena la storia criminale che sconvolse l’Argentina nei primi anni Settanta, le scorribande e gli orrori – 12 omicidi, decine di rapine e furti – di un giovinetto dall’aria angelica e efebica di nome Carlos Robledo Puch. Boccoli d’oro, baby face da innocente che mai ha conosciuto gli abissi. E invece, uno dei delinquenti più efferati che gli schedari di polizia di quelle parti abbiano mai refertato. Prodotto dai fratelli Almodovar, Pedro e Agustin, El Angel ricostruisce le gesta del suo protagonista secondo i più consolidati e anche scontati feticismi camp, dunque lussureggianti colorismi pop, barocchismi e eccessi stilistici anni Settanta, e una selvaggeria di toni che vorrebbero restituire quei tempi e climi perduti di emersione di ogni inconscio e pulsione. Se lo sguardo del regista Luis Ortega non può dirsi complice, non è nemmeno così distaccato e distanziante rispetto al suo soggetto-oggetto, a quel demone dalla faccia pulita nato in una famiglia di un certo benessere della middle class argentina che nulla sembrava destinare alla depravazione. Carlos è, inspiegabilmente (per fortuna il film non imbocca facili scorciatoie psicologiche o sociologiche giustificazioniste), un piccolo ma spietatissimo signore del male, quasi natualmente portato a agire il peggio, a farsi strumento dell’abominio. Continua a leggere

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Un film-capolavoro stasera in tv: I MOSTRI di Dino Risi (martedì 11 febbraio 2020)

I mostri di Dino Risi, 1963. Cine34, ore 21:10, martedì 11 febbraio 2020.
Il Risi più perfido, cinico, corrosivo, atrabiliare, in quello che in my opinion è il suo film assoluto (ebbene sì, lo preferisco al pur grandissimo Sorpasso). Vertice di quella che fu chiamata la commedia all’italiana, messa in cinema dei peggio tipi, vizi e debolezze nazionali, in una feroce critica e autocritica che sfiora l’autolesionismo, e si configura come un esempio da manuale dell’odio di sé. I mostri è spettacolo atroce e insieme ipnotico, in cui ci rispecchiamo e nello stesso tempo non vogliamo, non possiamo, riconoscerci. Qualcosa che oltrepassa il cinema e si fa antropologia e autoflagellazione collettiva. Una galleria lurida e implacabile di profittatori, lestofanti, smargiassi e gradassi, povericristi, carnefici e vittime in un paese sull’orlo della mutazione dall’arcaico al moderno. Con un gruppo di sceneggiatori irripetibile. Lo stesso Risi, e poi Age e Scarpelli, Elio Petri, Ruggero Maccari, Ettore Scola. Con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, e non c’èbisogno di dire altro. Una struttura a episodi assai libera, irregolare, anarchica, in cui si alternano narrazioni distese ad altre sincopate e fulminee, che diventerà un paradigma per molto cinema successivo, non solo italiano, e a modo suo assai avant-garde anche se con meno spocchia di tanta roba francese coeva. Episodi che non si dimenticano: Gassman en travesti quale signora dei salotti letterari, il laido organizzatore di incontri di boxe che si approfitta di un poveraccio, i due questuanti, i due amici cripto-omosessuali (una manciata di secondi che lasciano il segno).

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