Locarno Festival 2019. Il ritorno di Yorgos Lanthimos con un corto: NIMIC. 12 minuti di grande cinema

Nimic, un film di Yorgos Lanthimos. Sceneggiatura di Efthymis Filippou e Yorgos Lanthimos. Con Matt Dillon, Daphné Patakis, Susan Elle. 12 minuti. Germania/UK/Usa, 2019.
Tra le pieghe del programma di questo Locarno 72 si nasconde anche il nuovo Lanthimos post-Favorita, un corto di dodici minuti con protagonista Matt Dillon. Un uomo si imbatte in metropolitana in una sorta di suo alter ego, di suo doppio: ma al femminile. Chi è la donna che ripete i suoi gesti e ha le chiavi di casa sua? Ognuno dia le interpretazioni che vuole. Il film è degno del miglior Lanthimos, di glaciale messinscena e rigore quasi matematico. Un mind- game inquietante. Ma la notizia è che, dopo la parentesi della Favorita, Lanthimos torna a lavorare con il suo storico sceneggiator Efthymys Filippou. E si vede. Voto 8

La notizia è: qui a Locarno c’è il nuovo film di Yorgos Lanthimos, il greco ormai professionalmente cosmopolita appena reduce dai trionfi – da Venezia agli Oscar – di La Favorita. Il nuovo Lanthimos-movie si chiama Nimic ed è un corto di dodici, quasi tredici minuti, in lingua – per quelle poche line di dialogo – inglese. Non un film minore, un concentrato se mai, in forma di racconto breve ma strutturatissimo e altamente concettualizzato, del cinema del suo autore. Che qui torna a lavorare – ed è la seconda notizia, in my opinion quella davvero importante – con il suo storico sceneggiatore Efthymis Filippou, cui molto si deve dei capolavori del signor Yorgos, da Dogtooth a Il sacrificio del cervo sacro passando per il geniale Alpis. Di quei sodalizi sceneggiatore-regista da storia del cinema, tipo Carné-Prévert, Inarritu-Arriaga, Zavattini-De Sica, tant’è che si restò preoccupati e perplessi quando si apprese che per La Favorita Lanthimos si sarebbe avvalso dello script di altri. Sembrava il presagio di un divorzio, invece per fortuna questo Nimic raduna i due, e il tocco di Filippou lo si sente tutto. Sue le atmosfere malate e livide, le psicopatologie della vita quotidiana e la normalità mostruosa, sua l’ennesima famiglia incubatrice di veleni mentali e comportamentali, sue le ossessioni claustrofobiche e di intrappolamento che ritroviamo qua dentro. Costruzione narrativa di rigore matematico dove tutto – personaggi, fatti, gesti – è raddoppiato. Fino al ritorno (l’eterno ritorno?) al punto di partenza, in una perfetta cirolarità dove niente è cambiato e tutto è cambiato. Continua a leggere

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Locarno Festival 2019. Recensione: LA FILLE AU BRACELET (La ragazza del braccialetto), un film di Stéphane Demoustier. Chi è davvero Lise?

La fille au bracelet (La ragazza del braccialetto), un film di Stéphane Demoustier. Con Melissa Guers, Roschdy Zem, Chiara Mastroianni, Anaïs Demoustier. Piazza Grande.
Colpevole o innocente? Lise, 18 anni, è accusata di aver ucciso la (ex) migliore amica che l’aveva infamata mandando in rete un suo pornovideo. Un classico courtroom movie, ma girato con alto senso dello stile e con quella consapevolezza del linguaggio-cinema che è solo dei francesi. Più un acconto morale che un thriller. Ma La ragazza del braccialetto, remake (migliorativo) di un film argentino visto l’anno scorso a Venezia, non riesce a riscattarsi dalla corrività dell’originale. Voto tra il 5 e il 6
Di Stéphane Demoustier, 42 anni, francese di Lille, fratello dell’attrice Anaïs (La villa, Bird People, prossimamente a Venezia con Gloria Mundi di Guédiguian), si era visto qualche anno alla Mostra del cinema Terre Battue. Film assai rigoroso e alieno da ogni cedimento sentimentalista, mica per niente prodotto dai Dardenne, su un complicato intreccio padre-figlio. Chissà perché in questo La fille au bracelet proiettatto in Piazza Grande, quindi ritenuto dai selezionatori più spettacolare e mainstream degli spesso ostici titoli del concorso, ha remakizzato, anche se non piattamente e attuando anzi migliorie sostanziose, il film argentino Acusada. Non proprio un capolavoro, per misteriosi motivi messo l’anno scorso in competizione al Lido (quanta Venezia nelle bio dei fratelli Demoustier) con esito infelicissimo. Va riconosciuto che La ragazza del braccialeto è meglio dell’originale, meno corrivo, meno qualunque, più autoriale (fino dalla notevole sequenza d’apertura: una famiglia in spiaggia ripresa da lontano senza che lo spettatore possa sentire voci e suoni; poliziotti che portano via la figlia adolescente, e lo spettatore a chiedersi il perché), con il regista più interessato a sondare i labirinti psichici e l’opacità morale della giovane protagonista e della sua generazione di appartenenza che all’andamento sinusoidale del thriller con i suoi su e giù e colpi e contraccolpi di scena. Solo che ci si chiede: ma ne valeva la pena? Era proprio il caso di applicare tanta sapienza, tanta consapevolezza, così francese, del mezzo filmico per un racconto che, nonostane tutto, resta di genere e dalla prevedibilità del genere non ce la fa a emanciparsi?
Lise, 18 anni, è in stato di libertà vigilata, indossa una cavigliera per il controllo a distanza (ecco le bracelet del titolo), è in attesa del processo. Dove lei è imputata di omicidio. Omicidio volontario. Avrebbe ucciso, sostiene l’accusa, la (ex) migliore amica: la quale, l’infame, l’aveva ripresa col cellulare mentre praticava un blow job a un compagno di classe e diffuso poi il video in rete. È Lise la maggiore, anzi l’unica indiziata del delitto, per via del movente, e per aver dormito la notte prima del delitto dall’assassinata. Continua a leggere

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Locarno Festival 2019. Recensione: A FEBRE (La febbre), un film di Maya Da-Rin. L’uomo diviso

A Fievre (La febbre) di Maya Da-Rin. Con Regis Myrupu, Rosa Peixoto, Johnatan Sodré, Kaissaro Jussara Brito. Concorso internazionale.
Justino vive e lavora a Manaus dopo aver lasciato il villaggio amazzonico d’origine. Una misteriosa febbre manifesta il suo disagio, il suo essere sospeso tra due mondi, due identità, due appartenenze. Un film di quel genere latinoamericano ormai nutrito che va a esplorare le culture autoctone del continente (do you remember El abrazo de la serpiente?). Misurato, assai rispettoso dei suoi personaggi, La febbre rischia però di arenarsi per troppo pudore nell’anoressia espressiva. Voto 6 e mezzo
Il primo fim del concorso è brasiliano. Firmato da una donna, come molti altri in corsa per il Pardo d’oro (qui la quota femminile è corposa assai). Film non travolgente, anzi sommesso, anzi esile e per almeno tre quarti d’ora esangue, indeciso su quale pista imboccare, molto osservativo, molto constatativo, molto ‘siamo in un racconto di finzione però nei modi del cinema documentaristico e etnografico’. Attori che si confondono con i loro personaggi e viceversa. Travaso di ‘vita vera’ e pure verissima sul set. Con tanto di impegno in materia di diversity, visto che si parla di un uomo di un’etnia amazzonica chiamata Desana e dunque focus sulle minoranze autoctone variamente conculcate dalla cultura bianco-europea. Così sommesso, A Fievre, anche delicato, che ne va del racconto, la drammaturgia latita, ogni possibile storia appare decostruita già in partenza. Ma bisogna ammettere che quando finalmente qualche frammento del mosaico narrativo comincia a comporsi A Fievre migliora, lasciando intravedere disegno, intenzioni e linee-guida dell’autrice. Che son quelle di tracciare il ritratto di un uomo dimidiato tra due mondi, appartenenze, culture. Justino, 45 anni, ha lasciato da tempo il villaggio amazzonico di origine per trasferirsi a Manaus (che no, non è più quella del Fitzcarraldo herzoghiano), dove ha messo su famiglia e ha trovato lavoro come vigilante al porto. Il figlio è sposato e già a sua volta padre, e discretamente integrato in città. La figlia ha appena vinto una borsa di studio per la facoltà di medicina di Brasilia e sta per trasferirsi. Justino cade malato, di una misteriosa febbre di cui i medici non trovano l’origine né il rimedio. La malattia, ci suggerisce la regista, sta nel suo essere diviso tra mondo di origine e quello in cui è approdato. Senza che Justino sia riuscito a sturare quella ferita. Il male – un tempo si sarebbe parlato di alienazione – è del suo corpo e della sua anima e trapela attraverso sogni e incubi: lui, perso nella foresta, alle prese con una bestia gigantesca e repellente. Il fratello in visita gli sugerusce di tornare al villaggio e chiedere aiuto allo sciamano. Intanto, a Manaus un bestia – la stessa del sogno di Justino? – assalta, aggredisce, azzannna senza che le ronde armate riescano a cattirararla.
La febbre si inserisce in quell’ormai nutrito genere del cinema latinoamericano sulla riscoperta delle culture autoctone, genere di cui il manifesto resta El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra (sarà a Venezia in concorso con il suo nuovo film). E di cui bisogna citare almenoo il potente Chuva é cantoria na aldeia dos mortos, presentato a Cannes-Un certain regard nel 2018. Ma, diversamente che in quegli esempi, qui non ci sono accensioni visionarie, niente viaggi al termine della notte e dell’inconscio, e del delirio. Solo una voluta bassa intensità che, se da una parte vuol dire massimo rispetto dei personaggi e rinuncia a ogni facile exploitation, dall’altra rischia di arenare il film nell’anoressia espressiva. il protaginista Regis Myrupu potrebbe vincere come migliore attore (le giurie festivaliere adorano premiare attori sconosciuti e presi dalle strade più disagiate delle periferie del mondo).

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Locarno Festival 2019. MAGARI, un film di Ginevra Elkann: recensione. Vacanze d’inverno con il padre

Magari, un film di Ginevra Edlkann. Con Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Céline Sallette, Milo Roussel, Ettore Giustiniani, Oro De Commarque. Piazza Grande.
Apertura di Locarno 72 con il primo film da regista di Ginevra Elkann. Sì, la sorella di John e Lapo, la figlia di Margherita Agnelli e Alain Elkann. La quale racconta di una vacanza d’inverno a Sabaudia di tre fratelli con il padre separato da mamma. Autobiografico? Se mai qui siamo in quel territorio nebuloso detto autofiction. “Il film nasce dalla mia vita, la base è il divorzio dei miei genitori quand’ero piccola” ha detto l’autrice a Variety. Un film garbato, bien fait, che si lascia guardare volentieri. Con la coppia Scamarcio-Rohrwacher e tre attori-ragazzi assai ben scelti e diretti. Voto 6+
Gliel’han chiesto tutti, da Variety che l’ha intervistata a Piera Detassis moderatrice della conf. stampa dopo il pres screening: scusi, signora Elkann, il suo film è autobiografico? E quanto? Del resto, è la domanda che tutti qui a Locarno avrebbero voluto fare all’autrice esordiente di Magari, me compreso. Risposta (data a Variety) da Ginevra Elkann: “Penso che il film nasca (stems) dalla mia vita. La base è il divorzio dei miei genitori quand’ero piccola. Questo sentimento che risuona lungo tutto il film è davvero qualcosa che mi è appartenuto da bambina”. Certo si sperava entrasse in qualche dettaglio in più, magari in un Vestivamo alla marinata della penultima generazione Agnelli, ma non è così, siamo se mai in quel territorio indefinito e nebuloso chiamto autofiction. Se mai. Accontentiamoci, va bene così, del resto da queste parti si scrive di cinema, mica d’altro, giusto? Quanto alla discesa in campo come regista: “Già a quattordici anni sognavo di girare film, ci sono riuscita adesso che ne ho quasi quaranta” (così GE in conf. stampa). Tutti erano lì con le armi (della critica) puntate. Invece Magari – apertura ufficiale del Locarno Festival edizione 72 con proiezione in Piazza Grande ieri sera – si è rivelato alla visione opera decorosa, decorosissima, più che discretamente scritta (dalla stessa Ginevra Elkann e da Chiara Barzini, altra giovane donna dal cognome illustre). Personaggi ben delineati, buona tenuta narrativa, buone performance attoriali, non solo da parte degli adulti (Riccardo Scamarcio: Carlo, il padre; Alba Rohrwacher: Benedetta, collaboratrice del padre e sua fidanzata neanche tanto segreta), ma anche, soprattutto, dei tre fratelli (i loro personaggi hanno rispettivamente: il primo, Jean, 16 anni; il secondo, Seba, tredici; la terza, Alma, nove), ben diretti, credibili, senza le petulanze e i manierismi di tanti fastidiosi interpreti ragazzini. Tra i suoi cineasti di riferimento Ginevra Elkann ha citato, sempre in conf. stampa, Luigi Comencini con il suo Incompreso. E davvero qualcosa della delicatezza di quel gran regista di fanciulli lo ritroviamo qui, in Magari.
Genealogia minima della penultima generazione Agnelli, quanto basta per capirci e star dietro e dentro al film. Ginevra è la terza dei molto noti fratelli Elkann, John detto anche Jaki, Lapo. E lei. Figli di Margherita Agnelli e dello scrittore e non solo Alain Elkann, dunque nipoti di Gianni e Marella Agnelli. John è l’attuale signor Fiat, pardon Fca, nominato erede dell’impero di famiglia, o di quello che ne è rimasto dopo metamorfosi e fusioni e scorpori, dal nonno. Di Lapo sapete. Di Ginevra sappiamo che ama da sempre il cinema, che si occupa da anni di produzione (di film assai autoriali e elitari) e distribuzione. Quanto ai genitori: Margherita Agnelli dopo la separazione da Alain Elkann si è risposata con Serge de Pahlen stabilendosi con i tre figli (cui sono seguiti altri cinque dal secondo marito) a Parigi. Incontrando la fede ortodossa.
In Magari siamo in un particolare sottogenere del family drama o, meglio, family comedy, quello sui figli dei separati e/o figli di genitori dalle vite e scelte complicate che si riverberano sulla prole. Infiniti gli esempi, tanto per stare solo nel cinema italiano di questa decade direi Le meraviglie di Alice Rohrwacher e Incompresa di Asia Argento (sì, un buon film. E sempre a Comencini si torna). Jean, Seba e Alma vivono -a Parigi, sono stati allevati dalla madre nella religione ortodossa, mentre il padre, di mestiere sceneggiatore, vive a Roma. Il maggiore è saggio, concentrato, razionale, ipercontrollato, assai protettivo verso i due fratelli più piccoli, soprattutto verso Seba, malato di diabete e portato, anche per via dell’uso intensivo di Game Boy, a confondere realtà e immaginazioni. Tutti legatissimi, compatti. Succede (nel film) che la madre, incinta del primo figlio dal secondo marito e in procinto di trasferirsi con lui e famiglia in Canada, mandi a Roma, dal padre da un bel po’ assente e non frequentato, i tre ragazzi. In programma una vacanza insieme a Courmayeur, solo che, non appena arrivati a Roma, il genitore decide di cambiare meta. Niente neve, invece mare, mare d’inverno, in una villa a Sabaudia, perché lui deve finire una sceneggiatura da cui spera venga tratto un film (“Spero in Mastroianni”). E allora a Sabaudia con papà, il di lui cane Tenco. E con Benedetta, con cui sta scrivendo il copione, sua fidanzata in incognito ma non troppo. Si aggiungeranno un amico americano con il fidanzato napoletano. Continua a leggere

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Locarno Festival 2019. Preapertura con DO THE RIGHT THING (Fa’ la cosa giusta) di Spike Lee. I 30 anni sotto la pioggia di un capolavoro

Do The Right Thing (Fa’ la cosa giusta) di Spike Lee (1989). Versione restaurata in 4K. Con Spike Lee, Danny Aiello, John Turturro, Rosie Perez, Samuel L Jackson, Ossie Davis, John Savage. Prefestival in Piazza Grande.
Proiettato il 6 agosto in Piazza Grande la versione restaurata di Do The Right Thing a trent’anni dall’uscita. Capolavorissimo, oggi più che allora. Film profetico, che ha anticipato la complessità della società miulticulturale con le sue fratture interne, le spinte identitarie e autoseparatiste delle varie etnie. Un film che parte come affresco corale e commedia umana per poi via via incupirsi. In corso di proiezione si è scatenato sopra la piazza un nubifragio. Ma la proiezione non è stata interrotta: giustamente. E centinaia di persone sono rimaste sotto l’acqua fino alla fine. Celebrazione delle potenza del cinema come rito collettivo. Voto 9
Sera del 6 agosto, Piazza Grande, Locarno (CH). Preapertura del festival edizione 72 (quella ufficale la sera dopo con Magari di Ginevra Elkann): in programma la versione restaurata a trent’anni dall’uscita di Do The Right Thing, il film con cui Spike Lee deflagrò a Cannes e poi negli Usa raccogliendo pochi premi (zero sulla Croisette, dove la giuria presieduta da Wim Wenders gli preferì Sex, Lies & Videotapes di Steven Soderbergh: Spike Lee non gliel’avrebbe mai perdonata), ma scatenando dibattiti sulla stampa come non se ne fanno più. Lo vidi allora, l’ho rivisto per la prima volta l’altra sera in Piazza. Dico subito che Do The Right Thing si conferma il vertice del suo regista, mai più superato e nemmeno eguagliato dai molti e discontinui film successivi. Film che non ha bisogno di btruccherie anti-aging per apparire smagliante, perfettamente in grado ancora oggi di intercettare-descrivere le infinite fratture all’interno degli universi multietnici incapsulati nel corpo dell’Occidente. Se mai da allora la coabitazione si è ulteriormente guastata, le aree monoetniche e culturalmente-religiosamente omogenee si sono moltiplicate. Le infinite minoranze di ogni tipo non convivono più nelle stesse aree come ancora, pur faticosamente, succedeva in Do The Right Thing, ma ognuna si è autosegregata nella sua isola, nella sua bolla securitaria. E l’astio interetnico si è parossisticamente accentuato. Benché assai ambiguamente (come suggeriscono le due contraddittorie citazioni apposte a conclusione del film: quella da Martin Luther King fortemente contraria alla pratica della violenza come arma politica e quella da Malcolm X che invece la violenza la giustifica come forma di autodifesa e risorsa ultima e necessaria in mancanza di altre), Spike Lee sembra ancora credere in questo suo film nella coabitazione, almeno come valore, come utopia, descrivendo con sgomento i virus letali che ne decreteranno la fine (poi, nel suo cinema successivo, vedi il recente BlackKklansman, Lee accentuerà profressivamente la sua postura declamatoria, militante e identitaria).
Ma che spettacolo con Fa’ la cosa giusta, l’altra sera sera in Piazza Grande. Neanche un doppio violento nubifragio ha impedito la proiezione, e prima, l’introduzione alla serata da parte del presidente del festival Marco Solari, del nuovo direttore artistico, la francese Lili Hinstin, del curatore della retrospettiva sul cinema nero e sui neri chiamata Black Light (di cui il film di Spike Lee fa parte) Greg de Cuir Jr. Anzi, grazie al nubifragio la serata si è trasformata in uno di quegli eventi che non si dimenticano. Cascate d’acqua, lampi e tuoni  sopra la piazza, già spettacolo di suo con l’enorme schermo e le 8mila sedie giallo-nere per il pubblico, eppure quanta gente, con gli ombrelli e le cappe impermeabili, trasparenti o nell’iconico maculato festivaliero, seduta impavida sotto gli scrosci, e quanta assiepata sotto i portici laterali a cogliere almeno un brandello di quanto passava sullo schermo. Dal palco Lili Hinstin intanto ci ricorda come la parola diversità sia per lei tanto importante, come sia felice di vivere in una città che della diversità si nutre (Parigi) e di immettere dosi di diversità in questo suo primo festival da direttore artistico. Si rischia in platea l’abbiocco da troppe dichiarazioni benintenzionate, ma per fortuna parte il film, anche la pioggia concede una tregua, e Do The Right Thing con la sua inalterata potenza di discorso e di visione spazza via ogni political-correttismo (a proposito: di sicuro non capiterà che Variety, come ha già fatto invece con Venezia e la direzione Barbera, si lamenti della sottorappresentanza femminile nel programma di Locarno, anzi lo stesso Variety in un’intervista a Hinstin prende atto con compiacimento di come in questo festival la quota di film femminili sia ben sopra il 40 per cento).
Peccato che dopo meno di un’ora di film e quando alla fine manca un’altra ora, sul pubblico rimasto in piazza torni a scatenarsi il nubifragio, assai più tempestoso del precedente, e allora si vede come il cinema possa essere un gioco da duri, uno sport estremo, una passione da eroi. Molti a scappare via, e però quanti sono rimasti, mentre il fim continuava a scorrere sullo schermo solo un filo annebbiato dalle cascate d’acqua dal cielo. È stato allora che la serata è virata in evento. Io son rimasto finché ho potuto (avevo solo l’ombrello), poi son riparato ai lati, ma, essendo le prime due file dei portici come nei palchi all’opera già occupati, mi son dovuto sistemare dietro vedendo dello schermo solo quanto l’arco del portico mi consentiva di vedere (e dunque della sequenza di sesso che tanto turbò Rosie Perez nel girarla, con Mookie-Spike Lee che le passa sulla pelle un cubetto di ghiaccio, scorgevo di volta in volta solo parti di corpo, il primo capezzolo, il secondo, le cosce, mai l’intero). Ho resistito zuppo (sotto i portici), abbiamo resistito fino alla fine, inchiodati dal nerbo narrativo di Spike Lee (peccato che in seguito abbia sacrifcato parecchio della sua abilità di storyteller all’ardore militante). Che è stato un bel modo di celebrare il cinema come rito collettivo, oggi che lo si dà per spacciato, sostituito dalla fruizione solipsistica sui vari device. Senza trombonismi, e al netto di ogni retorica e nostalgia (di che cosa poi?), s’è potuto verificare in Piazza Grande come il cinema riesca anche nelle condizioni più improbe a tenere avvinti masse di spettatori. Bello. E bello Do The Right Thing trent’anni dopo, più fresco, più necessario che mai. Continua a leggere

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