Film stasera in tv: IL TEMPO CHE CI VUOLE di Francesca Comencini – mart. 25/08/26

Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, 2024.
Rai 5, ore 21:24, martedì 25 agosto 2026.
Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini (2024). Con Fabrizio Gifuni, Romana Maggiora Vergano, Anna Magnocavallo.
Un film di tono borghese, nel senso migliore quindi non marxianamente dispregiativo: nel senso di civile, asciutto, non smanceroso, non biecamente sentimentale e ricattatorio. Sobrio, elegante, sommesso, discreto, signorile. Non era facile mettere in cinema pezzi anche lancinanti della propria storia personale. Francesca Comencini ha avuto il coraggio di farlo, senza mettersi sguaiatamente a nudo ma procedendo con pudore nel racconto di sé e dello speciale rapporto con il padre Luigi Comencini, maestro della commedia al’italiana meno urlata e plebea, meno (nello stile) romanocentrica anche quando di location capitolino-borgatara e più lombardo-calvinista. Difatti nonostante capolavori indiscutibili come Tutti a casa, Lo scopone scientifico, Incompreso, il Pinocchio televisivo (il migliore di sempre), autore costantemente collocato a una certa – seppur minima – disrtanza e in posizione laterale rispetto alla santissima triade Monicelli-Risi-Scola. Francesca e Luigi Comencini, dunque. In una meravigliosa casa romana dal corridoio infinito su cui si aprono molte stanze – ognuna un microcosmo a sé – che ricorda quella della Famiglia di Ettore Scola. L’occhio della mdp e di chi le sta dietro si concentra sull’esclusivo, quasi totalizzante legame padre-figlia elidendo ogni altra presenza familiare, la madre, le sorelle, ed è una scelta radicale per non disperdere l’intensità del nucleo narrativo in troppe tracce e subplot, per focalizzarlo su quanto per l’autrice è essenziale.
Vediamo la figlia bambina sul set di Pinocchio, e non è solo nostalgia, non è solo ricordo personale, è storia del nostro cinema e della nostra televisione la ricostruzione affettuosamente fedele da parte di Francesca Comencini di scene memorabili di quella trasposizione di Collodi. Sarà un imprinting per la vita, la nascita di un indefettibile amore per il cinema, per quello del padre, per quello che il padre amava, come le fragili pellicole dell’era del muto da lui salvate e destinate a diventare il nucleo della Cineteca italiana da lui fondata. E via via l’adolescenza della protagonista, i vent’anni nella Roma anni Settanta oscillante tra impegno politico e sballi frikkettoni. Con il padre sempre presente, vigile, di un affetto forte eppure mai manierato: un uomo di un umanesimo oggi pressoché scomparso, di una naturale solidarietà verso gli altri, i più vicini come i più lontani. Fino all’acme emozionale di questo film, la tossicodipendenza della figlia, la sua ribellione muta a autodistruttiva, forse anche verso il genbitore, e lui che se la porta via da Roma, a Parigi, per salvarla. Ponendola con decisione di fronte alla scelta: o ti salvi con me, con noi, o te ne vai per sempre. Lei resterà.
C’è molto di buono in Il tempo che ci vuole, eppure c’è come un diaframma tra lo schermo e lo spettatore. Si esce dal cinema turbati dalla sincerità e insieme dalla delicatezza con cui Francesca Comencini si racconta, eppure non del tutto convinti. Credo che Il tempo che ci vuole soffra di una certa mancan za di elaborazione e libertà stilistica, come se il contenuto, così importante, vincolasse l’autrice a una prudenza, a una cautela formale. Il film scorre come un album di foto di famiglia, composto, nostalgico, commovente, ma bidimensionale. Senza profondità di campo e di visione. Mi ha ricordato un vecchio format Rai anni Sessanta che si chiamava Vivere insieme, teledramma girati senza azzardi ma con stretta aderenza a un tema di “scottante” attualità riguardante la vita di famiglia cui seguiva un dibattito tra esperti. Fabrizio Gifuni impressionante per come ci restituiscee le posture, la voce, il rigore e la mitezza di Luigi Comencini.

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