Film da non perdere stasera in tv: DILILÌ A PARIGI di Michel Ocelot (sabato 15 maggio 2021)

Dililì a Parigi, film d’animazione di Michel Ocelot. Rai Gulp (in streaming su RaiPlay), ore 20:40, sabato 15 maggio.
Ma perché ghettizzarlo su Rai Gulp (oltretutto, se ho capito bene, canale che non sta più sul digitale terrestre ma è ospitato in streaming da RaiPlay), come se fosse solo un film pacioccoso e dolciastro per infanti. Non che non sia adatto ai pupi, intendiamoci. È che da un bel pezzo oramai i film d’animazione, qualunque sia la tecnologia utilizzata, sono pensati e tarati secondo sofisticate strategie di marketins su più bersagli generazionali, mediante la messa a punto di racconti complessi e multistrato dove “dai grandi ai piccoli” ognuno potrà trovare quel che gli aggrada. Massimo esempio, i Pixar Movies, che han tracciato il solco e ne han fatto un’autostrada trafficatissima. Ma anche questo Dililì a Parigi, anno 2018, puro prodotto made in Europe anzi made in France e gran successo in tutto il continente, all’immediata piacevolezza e fruibilità a uso dei fanciulli aggiunge, e non è detto che sia sempre un arricchimento e un’espansione di senso, un discorrere di temi alti e altri. Qui si affrontano e si stigmatizzano virtuosamente, per dire, la subalternità femminile, il pregiudizio colonialista, le differenze di classe, e lo si fa attraverso una parabola esemplarissima di cui si dirò. Meglio comunque abbandonarsi al piacere della sguardo e della visione poiché il veterano Michel Ocelot, l’uomo che ha fatto del suo Kirikou un successo internzionale, sa comporre quadri in animazione squisitissimi cui proprio non si resiste. Per pulizia e grazia del tratto, per la sontuosità degli sfondi e degli ambienti, per come, filologicamente, con fedeltà storica e però insieme con un aproccio mitologizzante e favolistico, rievoca la Parigi Belle Époque al passaggio tra Otto e Novecento. Una città ebbra dei trionfi della scienza e della tecnica, delle conquista extraeuropee, dell’illusione di un progresso senza fine. E quante partecipazioni speciali di uomini e donne famosi in questo film, da Marie Curie e Marcel Proust a Toulouse Lautrec, Louis Pasteur, Sarah Bernhardt (e sembra di tornare, con tanto scialo di celebrities, al Midnight in Paris di Woody Allen), che vanno a intersecare  in vario modo le avventure di cui è protagonista la bambina Dililì. La quale è una meticcia (sarà ancora lecito definirla così?), nata in una delle terre d’oltremare, la Nuova Caledonia, da madre kanaka e padre francese. Non accettata dal suo villaggio in quanto “mezzosangue” come si diceva allora e oggi non si dice più, sarà Louise Michel – libertaria, anarchica, una donna che in Francia è considerata una pioniera dell’emancipazione femminile – a prenderla sotto la sua ala e darle un’istruzione. Dililì approderà a Parigi, nel perimetro dell’Expo, dove finiràa far la figurina in un villaggio kanako ricostruito per il voyeurismo e la voglia di esotismo della borghesia. In una replica su scala minore della parabola della Venere nera raccontata a suo tempo da Kéchiche. Sarà solo l’inizio della sua storia parigina. Troverà una famiglia che la accoglie e un amico nel fattorino Orel, ora lo si direbbe rider, conoscerà la città-meraviglia della Belle Époque in tutti i suoi anfratti e endroit, sventerà un’organizzazione di porci maschi e maschilisti rapitori di bambine poi ridotte a schiave laggiù, nel ventre della metropoli. La rozzezza dell’impianto ideologico del film e la sua messaggistica semplicificata per fortuna non riescono a distruggere la squisitezza della messinscena, la rievocazione di un mondo perduto ma tuttora presente nell’immaginario non solo francese. Certo, qualche eccesso zuccherino e smanceroso qua e là che si poteva evitare. Correttisimo, tant’è che insieme a Marcel Proust si mostra pure il suo fidanzato Reynaldo Hahn.

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