Il film imperdibile stasera in tv: ROMA di Federico Fellini – sab. 8 giugno 2024


Roma di Federico Fellini, Rai Storia, ore 21:10. Sabato 8 giugno 2024.
Eppure quando uscì, correva l’anno 1972 (o era il ’73?), non apprezzai. Sbuffai. Non mi piacque la scelta, per la prima volta in Fellini, di disarticolare la complessità e l’unità del Grande Affresco Filmico in una miriade di frammenti e corpuscoli, in una non-struttura a episodi assai liberi e anarchici e idiosincratici benché tutti orientati sullo stesso oggetto di indagine. Ovvero Roma, più che mai città santa e puttana, così come apparve al giovane Federico appena approdatovi da Rimini (vedi il finale di I vitelloni) e come gli sarebbe apparsa, mutevole e sembre uguale a sé stessa, nel corso della sua vita successiva di “artista” e cinematografaro. Invece oggi, anzi ormai da parecchio, Roma mi sembra uno dei Fellini maggiori, tra i vertici di una carriera e di una visione del mondo insieme agli altri tre film suoi che amo dissennatamente, La dolce vita, Otto e mezzo e Satyricon. A formare il mio ideale quadrilatero felliniano.
Un film, Roma, che scava in profondità, come la macchina-talpa della metropolitana in costruzione di uno degli episodi, nelle viscere della romanitudine e dell’Italia tutta, che tratteggia i caratteri anzi il carattere nazionale in fulminanti bozzetti degni del Fellini fumettaro per consegnarli nello stesso tempo allo sghignazzo (al ludibrio?) e all’autoriflessione collettiva. Un film politico che non vuole esserlo ma lo è, un trattato antropologico e storico senza la minima spocchia, se mai con l’amarezza dello scettico che ormai alla Storia e ai suoi inutili, solo apparenti cambiamenti non crede più.
Si comincia, dopo un prequel nella Rimini del 1930, alle soglie degli anni Quaranta, con un alter ego dello stesso Fellini che arriva nella capitale fascistizzata e prebellica e si ritrova scagliato subito nei riti della plebe e della suburra, con quella chiassosa magnata di popolo in piazza. E man mano si arriva ai primi anni Settanta, in un viaggio non-lineare dove si incontrano l’avanspettacolo più sguaiato e sgallettato e i lerci bordelli pre-legge Merlin (potevano mancare l’uno e gli altri?). Ma i vertici sono sull’oggi, l’oggi di quei primi anni Settanta. La sfilata di moda ecclesiastica è un frammento geniale (e corposissimo) destinato a despositarsi nel nostro immaginario e a non andare più via, fino a influenzare torme di autori successiv come il Sorrentino dei due Pope. Un’allucinata sequenza dove il barocco vaticano si scompone via in via in echi e citazioni della fissità iconografica bizantina e della ieraticità da idolo assiro-babilonese. Altri momenti memorabili: la stanza antico-romana portata alla luce dagli scavi del metrò i cui affreschi si autodistruggono nel momento in cui irrompe, letteramente, l’aria della contemporaneità; la sarabanda dei torvi motociclisti alla Scorpio Rising di Kenneth Anger che si impossessano della città di notte e la profanano come antichi barbari lasciandosi dietro un senso di minaccia; la sequenza della troupe impegnata a filmare sul raccordo anulare flagellato dalla pioggia, in un inferno urbano di macchine urlanti e freaks impazziti che da sola meriterebbe la visione. Fino all’apparizione di Anna Magnani, Roma incarnata, Lupa eterna, selvaggia, magnifica e commovente. Capolavoro, altroché.

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