Il ponte sul fiume Kwai di David Lean (1957). Con Alec Guinness, William Holden.
Un gigante dimenticato, David Lean. Mai una restrospettiva a un qualche festival. Mai un restauro di un suo film maggiore o minore. Mai una biografia che ricostruisca esordi, ascesa, trionfi e caduta nell’oblio di un autore che alla storia del cinema ha pure consegnato qualcosa, giusto? Dico Il dottor Zivago (chi lo liquida con aria di superiorità quale feuilleton venga lapidato seduta stante), l’immenso Lawrence d’Arabia e questo Il ponte sul fiume Kwai. Lean è tra i non molti maestri del cinema con il dono naturale dell’epica, sicché nelle sue mani tutto, anche una faccenda d’amore tra gente qualunquemente anonima come Breve incontro, diventa una storia bigger than life, una partita privata non molto dissimile per tattiche, strategie, mosse, imboscate, da una battaglia sul campo. Di che cosa fosse fatto, David Lean lo dimostrò in questo suo atipico bellico-prison movie del 1957 che sarebbe diventato un successo enorme e l’anno successivo avrebbe ottenuto una paccata di Oscar, compreso quello per il migliore film. Tratto da un romanzo del francese Pierre Boulle, ma svoltato in una storia tra prigionieri inglesi (con partecipazione di un americano) e sadici giapponesi in un campo malese durante la seconda guerra mondiale, scacchiere del Pacifico. Tra fango, polvere, sudore, malattie e angherie, i prigionieri se la passano male. Ma il loro comandante, il colonnello Nicholson, decide, dopo che i giapponesi hanno fallito nella realizzazione di uno strategico ponte ferroviario, di costruirla loro la Grande Opera. Per dimostrare al nemico di che stoffa ben superiore siano fatti i sudditi di Sua Maestà. Naturalmente la decisione sarà alquanto discussa e verrà bollata dai suoi oppositori interni come collaborazionismo. Ma quel che conta nel film sono le relazioni tra padroni del campo e prigionieri, anticipando già un qualcosa dei giochi di attrazione-repulsione e di stilizzato sadismo di Furyo di Nagisa Oshima (anche se qui manca ogni sottinteso e sottotesto omosessuale: non era mica tempo e Lean non era il regista giusto). Lo scenario del campo di prigionia asiatico-tropicale si impresse nella memoria dello spettatore globale e non sarebbe mai più andato via. Tanto da rispuntare nei suoi climi e nelle sue crudeltà e sopraffazioni dove meno te l’aspetti, ad esempio nel cantiere di scavi sull’isola giapponese del recente remake di Tomb Raider. La marcetta fischiata che fa da motivo guida nel film conquistò il mondo. Strepitoso Alec Guinness quale quintessenza dell’indomita britannicità. Con lui Jack Hawkins e William Holden.
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