Al cinema. ALIEN: ROMULUS di Fede Alvarez. Recensione. Così si banalizza un mito

Alien: Romulus di Fede Alvarez (2014). Con Caileen Spaeny, David Jonsson, Archie Renaux, Isabela Merced, Spike Fearn, Aleen Wu.
Efficace, efficiente. Guardabile. Ma questo nuovo Alien con un cast ragazzinesco e anonimo (a parte la Caileen Spaeney di Priscilla e Civil War) ha perso ogni aura, ogni possanza mitologica e misterica dei precedenti firmati Ridley Scott (e Cameron, Fincher). Quindi anche la capacità di terrorizzare davvero (di quel terrore che confina con il sacro, qui del tutto assente). Un horror ben fatto e al giusto grado di intrattenimento, ma inesorabilmente qualsiasi. Voto 6-

Secondo i custodi dell’ortodossia alieniana (alienista?) questo sarebbe il capitolo numero sette. Mi fido. Sempre gli stessi avvertono che trattasi di un interquel (finora scusate, mi ero fermato banalmente nel mio dizionrio cinefilo a sequel, prequel, midquel, ma interquel non l’avevo mai incontrato), ovverossia qualcosa che in questo caso sta tra il film fondativo e primigenio e Aliens: scontro finale, che se ricordo bene era il secondo del franchise (con alla regia James Cameron). Perché stia là in mezzo non saprei né voglio sforzarmi di saperlo, mi sfiancano come poco altro queste ossessioni da nerd, io mi attengo al film, solo al testo che si spalanca davanti ai mie occhi. Però qualcosa vorrei dire sui due precedenti, Prometheus e Alien: Covenant, entrambi diretti da Ridley Scott. Benché siano stati entrambi flop clamorosi, a me erano assai piaciuti per le loro ambizioni, il loro titanismo,  per come puntavano a creare universi possenti e misteriosi, per la visione di cinema anche megalomane che scaturiva da ogni inquadratura. Cinema espanso e superiore, come tale voluto e realizzato. Dominato da sbalorditive scenografie, rifugi, antri, cattedrali di chissà quale culto pre- o post-umano. Da figure gigantesche di pietra, papuasiche, mascheroni incombenti che ricordavano quelli del (bellissimo e dimenticato) Zardoz di John Boorman. Con interpreti ecellenti in grado di farci capire cosa volesse dire essere non solo attori ma star, Michael Fassbender, Charlize Theron, Katharine Waterston, Idris Elba, James Franco. Invece in Romulus, ed è elemento di sconcerto per lo spettatore abituale della saga, ecco un cast di ragazzini/e da teen movie o da horror qualunque, di quelli con studenti in vacanza che finiscono sempre nella casa sbagliata in mezzo al bosco. Che i produttori abbiano voluto, secondo indicazioni del marketing, abbassare d’età il target? Che è poi quel pubblico 15-24 (e, in misura minore, 25-35) che riempie le sale dei Marvel-movies e che al franchise Alien potrebbe dunque garantire un futuro di almeno altri due decenni. I risultati dei primi giorni al box office, in America e da noi, stanno dando loro ragione. Ma certo allo spettatore non Gen-Z tutte quelle facce anonime sullo schermo non possono non creare un certo disagio. Per fortuna c’è Caileen Spaeny, l’unica identificabile tra tanti sconosciuti, attrice in impetuosa scesa dopo Priscilla (con tanto di Coppa Volpi vinta a Venezia 2023) e Civil War di Alex Galand. Almeno lei una goccia di carisma la instilla tra quei suoi compagni ragazzini che si aggirano con lei per galassie e minacciose astronavi. Fede Alvarez, il regista a me sconosciuto chiamato qui a dirigere, lavora con diligenza e impegno, si vede che si è preparato e ha studiato i precedenti, di cui coglie però solo gli elementi esteriori, il dato visibile, tangibile, non l’anima, non l’interiorità, non l’aura, non la possanza mitologica. Non sbaglia mai, ma non inventa niente, non ci mostra niente che già non sappiamo. La storia? Una ricomposizione di frammenti dei film anteriori, onde comunicarci, attraverso la loro riconoscibilità, una rassicurante sensazione di déjà vu, un ritorno dell’identico. Un gruppo di teenager della galassia, siamo nell’anno 2142, stufi di lavorare in una sinistra colonia miniraria e di essere sfruttati, malpagati, ultimi nella scala sociale (metafora dellac ondizione giovanile ogg in Occidente?), decidono di recuperare un relitto vagante nello spazio pare ricco di “capsule di stasi criogeniche”, se ho ben capito la tecnologia in grado di congelare le funzioni vitali degli umani durante i lunghi viaggi nello spazio. Il piano è di salire su quelll’astronave alla deriva, impossessarsi delle capsule e venderle sul mercato clandestino: l’occasione per cambiare vita, finalmente. Non sanno quello che tutti già sappiamo, che su quella spaceship rugginosa, piena di rostri e ganci e catene, divisa in due moduli gemelli e speculari, Romulus e Remus, si annidano le spore malefiche di Alien. Non si può raccontare di più, anche se quel di più è del tutto prevedibile.
Bisogna riconoscere che come puro intrattenimento Romulus funziona. Non ci sono i labirinti narrativi dei due precedenti, né i loro pensosi dialoghi, ma nella semplificazione si perde anche quel senso di arcano, di magico, di trascendente. Tutto qui è ridotto a un funzionante ma in fondo banale film horror per platee in cerca di (sacrosanta, intendiamoci) evasione che non tiene pensieri né vuole tenerne. Il regista è abile, sa dosare pause e acceelrazioni, vuoti e pieni, sa imprimere un buon ritmo e evitare tempi morti e cali di tensione. Ma rispetto ai film-matrice e anche agli ultimi due di Ridley Scott, per quanto fallimentari al box office, questo sembra un manufatto cinematografico a scartamento ridotto. Alien: Romulus è un prodotto efficiente, ma inesorabilmente piccolo, anonimo, senza ambizioni, senza volontà né capacità di creare mito, né di confrontarsi col cosmo profondo e di redigere una propria cosmogonia. Un film medio. Ma forse di questi tempi e con questi pubblici era, è l’unico modo per non fare morire la saga Alien: impoverendola, sottraendole complessità, abbassandola al rango di horror come tanti. Espungendone ogni traccia di mistero, di sacro, di numinoso, ogni dimensione arcana e stupefatta. Prometheus e Covenant, nonostante la loro sentenziosità, sapevano essere ancora grande cinema, Romulus (benché tra i produttori figuri ancora Ridley Scott, chiamato suppongo a apporre il suo sigillo di garanzia) non lo è né, e questo è peggio, cerca di esserlo.

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