

Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti (2023). Con Nanni Moretti, Margherita Buy, Silvio Orlando, Barbora Bobulova, Elena Lietti, Jerzy Stuhr.
Rai 3, ore 21:20, martedì 24 settembre 2024.
Volendo segnalarne la messa in onda stasera su Rai 3 (credo sia la prima tv), pensavo di ripostare la mia recensione. Cercandola (senza risultato), mi sono reso conto di non averla stranamente mai scritta: né dopo l’anteprima stampa a Milano, né dopo la proiezione a Cannes 2023, né in occasione dell’uscita del film nelle nelle sale italiane. Vorrà pur dire qualcosa. Ecco, la (orribile?) verità è che Il sol dell’avvenire non sono riuscito a farmelo piacere – ce l’ho messa tutta, credetemi – e quindi ho inconsciamente rimandato il mio commento fino a dimenticarmene (ci sono delle volte in cui a srivere di un film che non si è amato è piacevole e anche liberatorio, altre volte invece è una fatica, te lo devi imporre, ed è questo il caso). È che io non sono mai stato un entusiasta di Nanni Moretti pur riconoscendone la centralità nel nostro cinema degli ultimi trenta-quarant’anni. È dai tempi almeno di Bianca e Sogni d’oro che non ce la faccio a interessarmi ai tormenti di Moretti e del suo elter ego Michele Apicella, alle sue idiosincrasie, al suo cinema autoriferito (poi, certo, dentro ci stanno anche cose bellissime, come il giro in Vespa nella Roma vuota d’agosto di Caro Diario o le parti più personali e intime di Mia madre, il lavoro tra i suoi recenti che preferisco). Solo che non ho i recettori e i sensori predisposti, non riesco, pur rispettandole, a sintonizzarmi sulle ossessioni e nevrosi di Nanni, come lo chiamano i suoi devoti, né sulle sue indignazioni. Il morettismo mi è estraneo, non mi ci ritrovo, non mi ci rispecchio. C’est ça. C’est tout. Sicché, questo Il sol dell’avvenire che segna il ritorno pieno del regista-attore romano al suo mondo, anche ai suoi riconoscibili tic, totem e tabù, mi ha lasciato indifferente, mentre altrove e in altri ha suscitato commozione, divertimento, identificazioni prepotenti.
Due sono i livelli su cui si struttura Il sol dell’avvenire. Il primo è quello dell’oggi, con la coppia composta da Giovanni di mestiere regista (Moretti, ovvio) e dalla moglie Paola (Margherita Buy), produttrice di sempre dei suoi film ma non di quello che adesso sta girando, e vorrà pur dire qualcosa (difatti, tra i due è crisi strisciante). Paola è invece assai impegnata a seguire il tournage di un film di un giovinastro gasatissimo, un pulp sanguinolento all’italiana che indigna il probo (dal punto di vista dello stile e dell’approccio al cinema) Giovanni. E qui si va dritti al secondo livello, dentro il film che Giovanni sta girando, a creare quell’effetto di cinema sul cinema e di making of di cui gli insuperati modelli restano il truffautiano Effetto notte e il Fellini di Otto e mezzo. Un film che si confronta con un evento fondamentale del secondo Novecento e i suoi riflessi sul nostro paese. Siamo nel 1956 difatti, rivolta d’Ungheria in corso contro il governo comunista filorusso e successiva invasione di carrarmati dell’Armata rossa a normalizzare la situazione. Mondo occidentale indignato. Ma il Pci a Roma nicchia. Il film di Giovanni ci mostra la spaccatura dei comunisti italiani calandosi nel quotidiano di una coppia di militanti di una borgata romana, entrambi togliattiani di stretta osservanza e però stavolta lei schierata dalla parte dei rivoltosi di Budapest e contraria all’invasione sovietica, lui invece in prudente attesa che il partito prenda una posizione ufficiale. Seguono schermaglie e discussioni, interne ed esterne alla coppia. (Attenzione: spoiler!) Sappiamo come andò a finire, che il Pci non disobbedì a Mosca, anzi ne approvò le scelte. Ma Moretti (e Giovanni) ribalta tutto e, alla maniera del Tarantino di Ingloriuos Basterds e C’era una volta a Hollywood, riscrive-reinventa la storia e rappresenta quello che nella realtà non accadde: un Pci che si ribella ai diktat di Mosca e si schiera con i rivoltosi. (Fine spoiler) Intanto, fuori dal set, Giovanni se la deve vedere con una moglie sempre più estranea, decisa ad andarsene a vivere da sola. Il resto è Moretti, con le sue posture, la sua maschera apicelliana, le sua accensioni indignate contro questo o quello, i suoi modi e manierismi, le sua battute. Ma, in my opinion, è l’asse drammaturgico dell’operazione a non funzionare, quel raccontare e perfino struggersi di fronte alle lacerazioni e smarrimenti, ai dubbi e pencolamenti italocomunisti durante la rivolta di Budapest. Ma perché mai ci si dovrebbe appassionare oggi a quei dubbi quando di dubbi non ce ne sarebbero dovuti essere? Quando c’era solo una scelta decente e possibile davanti allo scempio dell’invasione sovietica: opporsi, dire di no. E non fu fatto. Riprendere la questione adesso in questo film e volgerla in autocritica mi sembra, oltre che tardivo, inutile e anche autoassolutorio. Quanto al finalissimo, ecco il solito alle zusammen tipo il gran girotondo di Otto e mezzo: stavolta una sfilata-manifestazione con dentro tutti gli attori del film e molti di quelli dei film passati di Moretti. I nostalgici del suo vecchio cinema (e non solo di quello) si saranno commossi. Io, purtroppo, no.