The girl with the Needle (Pigen Med Nålen – La ragazza con l’ago), un film di Magnus Von Horn. Con Vic Carmen Sonne, Tryne Dirholm, Besir Zeciri, Tessa Hoider. In programma su Mubi. Voto 5 e mezzo
Avrei potuto titolare “tutti si aspettavano Vermiglio e invece”. Questo difatti quel che è successo scorso giovedì 23 gennaio quando l’Academy ha comunicato le nomine all’edzione 2025 del premio-più-odiosamato-del-mondo. Si sapeva, tutti gli Oscar-watchers lo avevano detto e predetto, che tre dei cinque slot disponibili nella categoria migliore film internazionale (fino a qualche edizione fa migliore film in lingua straniera) erano già di fatto occupati dai favoriti Emilia Perez, finto messicano in realtà ultrafrancese di produzione, Io sono ancora qui del brasiliano Walter Salles e Il seme del fico sacro dell’iraniano Mohamed Rasoulof presentato dalla Germania, il paese che ha accolto il regista dopo la sua fuga dal regime teocratico degli ayatollah. E così è andata. Il quarto posto se l’è preso l’animato lèttone (lèttone!) Flow. Meritatamente per come racconta le (dis)avventure di un gatto coraggioso e curioso in uno scenario terracqueo post-apocalisse. Film dato a Un certain regard a Cannes e uscitone senza premi, e però via via consolidatosi come una delle belle scoperte dell’anno, sicché non ha stupito ritrovarlo nella cinquina. Restava contendibile nei pronostici solo la quinta casella. Troppi in Italia, col solito sguardo provincial-sovranista, davano per scontato che la spuntasse Vermiglio, quando sarebbe bastata un’occhiata ai rivali per rendersi conto della difficoltà. In corsa, per dire, c’erano titoli forti come il portoghese Grand Tour, uno dei favoriti dalla critica di quest’annata e l’ennesimo dei successi arthouse lanciati dall’ultimo Cannes, il norvegese Armand (migliore opera prima sempre in zona Croisette), l’Orso d’oro della Berlinale 2024 Dahomey, il tosto indiano Santosh (però battente bandiera britannica: qualcuno lo porti in Italia please), pure uscito dalla fucina cannense. Ecco, con simili concorrenti se la doveva vedere il film invernal-montano di Maura Delpero vincitore a Venezia del Leone d’argento (troppo grazia, signori della giuria) e già così sarebbe stato un miracolo farcela. Poi dal gruppone è emerso in fotofinish quello che pochi avevano pronosticato, il danese The Girl with the Needle. Uno di quei film perentoriamente arty nel loro bianco e nero “rigoroso” e un filo ricattatorio, presentato pure quello a Cannes 2024 (dove se no?), addirittura nel concorso principale e presto dimenticato. Invece mese dopo mese ha trovato i suoi affezionati estimatori, soprattutto tra i critici dell’anglosfera, arrivando dove nessuno a Cannes avrebbe immaginato: alla nomination. Bye bye Vermiglio. Avviso: il danese dei miracoli lo potete trovare su Mubi, che ringrazia l’Academy per l’insperata promozione. Intanto, ri-posto la recensione scritta a Cannes 2024 dopo la proiezione stampa.
Dalla Danimarca il secondo film del concorso. Scarso entusiasmo nella platea-stampa con qualche applauso di cortesia per questo dichiaratissimo, anche troppo, omaggio al cinema espressionista tedesco del primo dopoguerra, da cui si riprendono in primis il bianco e nero fortemente contrastato e derammatizzante, quindi il clima cupo in cui affondare personaggi travolti da oscure forze psichiche. E, naturalmente visto che siamo nel profondo Nord, riferimenti allo storico cinema svedese-danese, vite spazzate via dal maelstrom come in un Victor Sjöström e, come in un Dreyer o in un Bergman, tribunali della coscienza di luterana inflessibilità a condannare e punire. Purtroppo il regista Magnus Von Horn, al suo terzo lungometraggio e alla terza presenza a Cannes dopo passaggi con i lavori precedenti alla Quinzaine (ancora des Réalisateurs e non dei Cinéastes come adesso) e a Un certain regard, concede troppo spazio al più corrivo dei mélo, intridendo di sentimentalismo una vicenda di suo massimamente crudele. Molto accurato, molto diligente, questo La ragazza con l’ago (che è quello delle macchine da cucire della fabbrica tessile in cui lavora la protagonista Karolina, ma anche il lungo ago da maglia che servirà a qualcosa di ben più cruento), eppure mai davvero personale, troppo comodamente accucciato da una parte in un’estetica garantita da cinema arthouse per pubblico arthouse, dall’altra pericolosamente pencolante verso un’altra estetica, quella da Netflix da serie “alta e autoriale”, ma pur sempre Netflix. Siamo in una Copnehaghen lercia, affaticata e affamata del 1918, a prima guerra mondiale appena finita, quel grande massacro che, seppure non abbia visto la Danimarca partecipare, ha colpito duramente anche qui. Ciminiere che sputano fumi, fabbriche e macchinerie e vapori assai steampunk, anche per preparare la scena a torbidi misfatti alla Jack the Ripper. Karolina è una giovane donna con marito disperso non si sa dove, costretta a lavorare per pochi soldi in un’azienda tessile e a vivere in un tugurio. Un perfetto personaggio da romanzo popolare, un “giglio infranto” attraverso il quale Magnus Von Horn ci porta nei cunicoli più melmosi della città, nelle miserie ma anche nei palazzi di una società brutalmente classista. Rimasta incinta del suo bel padrone e ovviamente poi da lui rifiutata, si ritrova con un figlio da cui non è riuscita a liberarsi e che non riuscirà a mantenere. Non bastasse, è tornato dal fronte il marito, con la faccia devastata da una qualche granata (non è ben chiaro perché sia andato in guerra non essendovi entrata la Danimarca), ridotto a una creatura che incute terrore alla vista, costretto a coprire la propria devastazione con una maschera di caucciù. E qui, oltre che nell’espressionismo, siamo nel cinema del deforme o non-con forme tra The Elephant Man di Lynch e Freaks di Todd Browning, esplicitamente citato con tanto di carrozzone circense in cui viene esibito il pover’uomo. Disperata, Karolina si rivolge a una signora che si è offerta di aiutarla: piazzerà, come ha già fattio in casi analoghi, il neonato presso famiglie che non hanno figli e lo spacceranno per proprio. Traffico clandestino di infanti. Karolina non solo accetta di cedere la sua bambina, ma diventerà nel ruolo di balia-nutrice dei neonati comprati e venduti collaboratrice dell’ambigua mezzana (interpretata da un’irriconoscibile e minacciosa Tryne Dirholm, la Nico del film di Susanna Nicchiarelli). Scopriremo attraverso le loro storie qualcosa di ben più più grande, più losco e indicibile. Siamo dalle parti di M, il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, niente si può dire di più se non che il melodramma con fanciulla sventurata si trasforma in un noir dei più torvi. Purtroppo Magnus Von Horn non ha il coraggio della radicalità stilistica, né di guardare davvero in faccia l’orrore e di restituircelo. E però buona messa in scena e solido mestiere. Con almeno una scena grandisssima, quella dell’assassin* che in tribunale si assume non solo la responsabilità dei propri atti, ma li rivendica orgogliosamente: “Ho fatto”, dice rivolgendosi al pubblico che la vuole subito a morte, “quello che voi avete pensato ma non avete mai avuto il coraggio di fare”. Poi, forse pentito di quella scena sanamente disturbante, Magnus Von Horn corre ai ripari con un finale melenso che abbassa il tono del film e lo riporta al feuilleton qualsiasi.