Film stasera in tv: OPPENHEIMER di Christopher Nolan/ merc. 5 agosto 2026

Oppenheimer di Christoper Nolan, 2023. Canale 5, ore 21:20, mercoledì 5 agosto 2026. Prima tv.
Evento! Va stasera per la prima volta in tv uno dei film centrali degli ultimi anni, per il gigantismo produttivo, per la resa spettacolare, per la – dichiarata e mantenuta – ambizione, per come ha convinto sia il grande pubblico (un miliardo di dollari al box office globale) che i critici più malmostosi. Per come ha poi stravinto agli Oscar 2024, portandosene via ben sette, tra i quali quelli per il migliore film, la migliore regia, per l’ attore protagonista (Cillian Murphy) e non protagonista (Robert Downey Jr.). Chiaro che Canale 5 si gioca, nonostante si sia in agosto, mese certo non propizio agli alti ascolti e al raccoglimento familiare intorno al piccolo (ora non più) schermo, una carta così importante come Oppenheimer per sfruttare subito e prima che svanisca la scia dell’ultimo successo nolaniano, quell’Odissea che continua a portare spettatori in sala – anche se adesso deve misurarsi con la concorrenza del nuovo Spider-Man – e a scatenare hype e dibattiti, confronti, scontri, dotte e meno dotte conversazioni. Ma credo che la vera ragione di questa insolita, per un blockbuster di tale portata, messa in onda estiva stia nella ricorrenza proprio in questi giorni del ricorso in guerra alla prima bomba atomica, quella sganciata (per l’esattezza: era il 6 agosto del 1945) su Nagasaki da un aereo americano. E nella storia e anche nella narrazione della “bomba” sappiamo quanto fondamentale sia stato il ruolo di Robert Oppenheimer.
Oppenheimer il film, dunque. Biopic assai nolaniano, quindi gigantesco e insieme intimo, grandioso nella immensità degli spazi e delle storie ma anche focalizzato su microdettagli significanti, che rappresenta nella filmografia del suo autore se non una svolta certo un passaggio verso un cinema meno comncettuale, più accomndodante verso le grandi platee. Gli sperimentalismi cerebrali pur se coniugati alla spettacolarità di film come Inception, Interstellar o Tenet qui si asciugano, si mimetizzano per meglio dire (perché Nolan resta Nolan) dentro un racconto immediatamente accattivante e catchy su un uomo che ha fatto e anche cambiato la storis e che di quella frattura si è fatto intimamente carico fino a destabilizzarsi. Oppenheimer che, facendola spiccia e semplificando il complesso iter tecnoscientifico “che ci stra dietro”, inventa la bomba atomica e fornisce al governo degli Stati Uniti la super-arma che, utilizzata su Hiroshima e Nagasaki, Giappone, metterà la parola fine alla Seconda guerra mondiale.
Il regista (inglese, non americano) naturalmente frantuma come suo solito la linearità narrativa, scompone il tragitto esistenziale e professionale, privato e pubblico del suo protagonista in segmenti, in blocchi che ora si sovrappongono, ora si succedono e antepongono in un vorticare di flashback e flash-forward, mantenendo così in tensione, senza cedimenti, una narrazione di amplissimo respiro per come copre un arco vasto sia per dimensione temporale che per densità di avvenimenti (e di personaggi: un’infinità). Ritratto di una singola personalità e insieme affresco di un mondo, di un’epoca. Che è cosa oggi che riesce a pochi autori.
Fisico assai promettente, Oppenheimer perfeziona la sua formazione in Germania, a Gottinga, con il premio Nobel Bohr. Per poi raggiungere l’America e lì, data prova del suo valore, venire ingaggiato dal governo per il progetto Manhattan, la messa a punto di un ordigno che, sulla base delle più recenti scoperte, sia in grado di sfruttare l’energia atomica e liberare una potenza distruttiva mai vista. Siamo nel 1943, gli Usa temono che la Germania nazista abbia avviato analoghe ricerche e sia molto vicina all’obiettivo, sicché non c’è tempo da perdere. Si sceglie Oppenheimer come responsabile del progetto: a lui toccherà costruire uno staff adeguato e nel più breve tempo possibile, in un labratorio segreto a Los Alamos nel New Mexico, arrivare alla “bomba”. La bomba definitiva. Sappiamo com’è andata, e le scene dei test decisivo nel deserto nel New Mexico sono tra i momenti più avvincenti del film (Nolan ci ha tenuto a dire di non essere ricorso a effetti speciali in digitale, a quella CGI che lui, purista del cinema in pellicola, non sopporta). Ma c’è un prima e soprattutto un dopo quello scoppio. Il prima è il processo di formazione di Oppenheimer in cui hanno peso fondamentale due donne, entrambe di simpatie comuniste (e questo, quando arriverà più tardi il maccartismo, finirà col pesare negativamente su di lui). Il dopo sono i sensi di colpa – e qui come si fa a non pensare all’Ulisse tormentato dai ricordi della distruzione di Troia delll’ultimo Nolan? – che attanagliano il fisico nucleare dopo le morti a decine, centinaia di migliaia di Nagasaki e Hiroshima. E quando il presidente Truman opta per un rafforzamento delle ricerche e un’ulteriore corsa verso armi ancora più distruttive (la bomba all’idorogeno), Oppenheimer non ci sta, comincia a vacillare. E questo gli costerà carissimo.
Una parabola esemplare come poche altre del Novecento che il regista affronta con la sua solita muscolarità non disgiunta però dall’attenzione alla zone d’ombra, ai dettagli psicologici, ai percorsi tortuosi della mente. Con sequenze quasi lisergiche che cercano di rendere conto in forma visuale dei tormenti di Oppenheimer. Film immenso, kubrickianamente alto e popolare, d’autore e grand public. Con qualche rischio di autocompiacimento, con qualche eccesso tonitruante certo. Ma non si può non vederlo. Oltre agli oscarizzati Cillian Murphy e Robert Downey Jr. (enorme nella parte dell’ambiguo amico-nemico Strauss), ci sono tra gli altri Emily Blunt, Florence Pugh, Matt Damon, Bennie Safdie, Kenneth Branagh, Josh Hartnett, Rami Malek. Compare in corso di racconto e piuttosto marginalmente anche il fisico italiano in esilio americano Enrico Fermi (lo interpreta Danny Deferrari), che solo più tardi, e grazie alle sue precedenti ricerche a Chicago, verrà chiamato a collaborare al progetto Manhattan..

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