Al cinema. ROBIN HOOD – IL PREZZO DEL SANGUE di Michael Sarnoski: recensione. Il lato oscuro del mito

Robin Hood – Il prezzo del sangue (The Death of Robin Hood) di Michael Sarnoski, 2026. Con Hugh Jackman, Jodie Comer, Bill Skarsgård, Noah Jupe.
Ci si aspettava l’ennesima versione della leggenda stucchevole e populista del bandito buono che rubava ai ricchi per dare ai poveri ecc.e cc. Invece qui Robin Hood è un vecchio fuorilegge in fuga in un Medioevo oscuro e dsolato. Un predatore che nella sua vita criminale ha ucciso e sterminato e adesso è braccato da chi vuole vendicarsi dei suoi misfatti. Un film barbarico di buio e fuochi notturni, di fango e sangue che si evolve poi in parabola (un po’ troppo edificante) di redenzione. Comunque da vedere. Voto 7+
Non solo Odissea e Spider-Man – Brand New Day. Questa è stata al cinema anche l’estate di qualche scoperta, come l’inaspettatamente buono Robin Hood -Il prezzo del sangue, titolo che va italianamente a edulcorare (ma perché?) l’incisivo originale La morte di Robin Hood. Si direbbe dal titolo, quello italiano intendo, l’ennesima versione con qualche timido aggiornamento della storia o leggenda zuccherina e populista dell’uomo che in certe foreste britanniche rubava ai ricchiper dare ai poveri e bla bla bla. Invece grazie al cielo qui siamo da tutt’altra parte, la lggenda dolciastra e consolatoria viene azzerata, non reinterpretata: proprio demolita e al suo posto ecco un altro Robin Hood, sanguinario, assassino seriale, violento, selvaggio, barbarico, una belva senza pietà né legge se non quella del proprio tornaconto e della propria sadica ebbrezza. Non un’operazione revisionista, ma, come scrive IndieWire, piuttosto la storia di un revisionismo. Nel senso che lo sceneggiatore e regista Michael Sarnoski fuoriesce dalla narrazione consacrata e immagina un altro personaggio che con quello mitizzato ha in comune solo il nome. Per il resto è, letteralmente, un’altra storia (anche se secondo alcuni ci sarebbero degli elementi in comune con la ballata folk La morte di Robin Hood). Spiazzati i critici all’anteprima stampa e imagino ancora di più i  padri e le madri di famiglia che già avevano programmato di portare i pargoli in sala o nelle arene estive ad abbeverarsi al rassicurante equalizer della foresta di Sherwood invece hanno dovuto fare retromarcia. Perché non si possono esporre le innocenti creature a un tale tripudio di violenza, alla sinfonia del massacro orchestrata da Michael Sarnoski e caldamente supportata da Hugh Jackman che, olre a prestare la propria faccia al devastato e invecchiatissimo main character, ci ha messo quale produttore un bel po’ di dollari. Quanto a Sarnoski: è il regista di Pig con Nicolas Cage, film-cult per le legioni di estimatori dell’attore già discusso Oscar per Via da Las Vegas.
Inghilterra, tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo. Un vecchio che si trascina nel buio di un paesaggio desolato e selvaggio viene raggiunto da una giovane donna apparentemente amichevole: in realtà cercherà di ucciderlo, ma sarà lui, più lesto e intuitivo nonostante gli anni e gli acciacchi, a ucciderla. Scopriamo che è un bandito di nome Robin Hood, famoso per la sua crudeltà, per la lunga scia di morti che si è lasciato dietro nel corso della sua carriera criminale. La ragazza che lo ha scovato e raggiunto era solo una delle tante persone in cerca di vendetta per i misfatti da lui commessi. Hood è in fuga, braccato dai nemici e dai propri demoni: fragile, vulnerabile, ma ancora in grado di lottare e, se necessario, uccidere. Quella che via via emerge, attraverso flussi di memoria e racconti, è una vita oltraggiosa segnata dal sangue, la storia di un predatore che non ha rispatmiato nppure gli inermi, le donne, i vecchi, i bambini. Stremato, malato, solo, Robin approderà su un’isola dove sorge un monastero di monache che vuol essere un’oasi di pace in un mondo in guerra, un posto dove si ha cura degli orfani, dei lebbrosi, degli umiliati e offesi e si prega Dio. È qui che il bandito (un possente Hugh Jackman) viene accolto, mentre i suoi tanti nemici in cerca di vendetta continuano a dargli la caccia. A occuparsi di lui una giovane monaca, Brigida, e sarà grazie a lei che qualcosa in Robin cambierà.
Michael Sarnoski si muove su un terreno scivoloso, quello ai confini tra cinema di genere e l’autorialità di un cinema più riflessivo (sulla storia, sul mito), anche se via via è il secondo a prevalere. Attraverso la figura rovesciata rispetto alla tradizione del suo Robin Hood il regista mette in scena una sua idea, magari non nuova, magari fin troppo allineata al cliché dei secoli bui ma precisa, di Medioevo, di cosa fosse allora l’Europa, soprattutto quella nordica lontana dal Mediterraneo. Tutto è oscurità, fango, violenza, nebbia, caligine, fuoco e fumo. Un’umanità regredita allo stato di natura. Un landa desolata dove è sempre aperta la partita tra Bene e Male, e spesso è il secondo a prevalere. Siamo in una civiltà ancoraincompiuta, ibrida, che si è lasciata da poco alle spalle il cosiddetto paganesimo ed èp assata, anche attraverso conversioni di massa forzate, al cristianesimo. E del mondo di prima si avvertono ancora gli echi nel personaggio di Brigida. monaca cristiana ma anche sacerdotessa druidica che alterna i riti antichi a quelli di nuovo conio. In questa condizione liminale, di passaggio tra due ere, due culture, il film di Sarnoski ne ricorda un altro, certo più più isolto e coerente, più convintamente autoriale, l’ormai lontanoi Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn. Con quel Mads Mikkesen che, in nome del suo mondo barbarico, cerca di resistere all’avanzata del cristianesimo civilizzatore. Ma si pensa anche ad altri film sul Medioevo nord eropeo, pure sospesi tra antichi riti e i nuovi venuti da Roma, come La fontana della vergine di Ingmar Bergman, si pensa all’inferno sulla terra tuitto fango e sangue del capolavorissimo Hard to Be a Good di Aleksej German. C’è in questo Sarnoski un afflato spiritualista inizialmente occultato dalla violenza-spettacolo ma che, nell’ultima parte, si impadronisce del film trasformandolo in parabola di redenzione. Con il bandito che, avvicinandosi alla fine, cerca il riscatto dal suo passato omicida, anche se gli sarà impossibile liberarsi del tutto dai propri demoni. Una parte molto bene messa in scena dal regista, ma che inevitabilmente stinge nell’agiografia, sottraendo al film quel senso del buio, della forza oscura che lo aveva caratterrizzato fino a quel momento. Ma è qui che emerge il personaggio di Brigida, monaca e maga che dà la vita e la morte, che guarisce e può uccidere, grazia anche alla meravigliosa Jodie Comer che la interpreta: attrice di sublimata bellezza fino a qui sottovalutata che meriterebbe molto di più e di meglio. Aveva già dato prova di quanto fosse capace nel bellissimo quanto sfortunato The Last Duel di Ridley Scott dov’era una signora medioevale contesa da Matt Damon e Adam Driver. È anche per lei, oltre che per la performance di Hugh Jackman, che vale la pena vedere Robin Hood – Il prezzo del sangue.

 

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