Film stanotte in tv: il bellissimo IL CRATERE di Silvia Luzi e Luca Bellino (sabato 27 marzo 2021)

Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino, Rai 3/Fuori orario, ore 3:35. Da domani su RaiPlay.
C’è un cinema italiano assai indipendente, semisommerso, letteralmente underground, ai limiti dell’invisibilità. Eppure vitale, sempre più diffuso,che dal basso, anzi dal profondo, sta ridefinendo lentamente la nostra stessa filmica. Il cratere, dell’anno 2017, presentato alla Settimana della Critica di Venezia, ne è un caso esemplare. Un film ‘giovane’ che unisce all’osservazione neo-neorealistica e ipernaturalistica di ambienti derelitti un linguaggio visivo assai consapevole e mediato, che poco ha da spartire con il giovanottismo delle mdp impazzite e ipercinetiche e molto di più, inaspoettatamente, con le forme rarefatte di un Antonioni. In un combinato disposto raro nel nostro cinema indie che fa di Cratere un caso a parte. Anche se il mero dato narrativo e di contesto ambientale sembrerebbe inserirlo nella nuova onda napoletana tesa a scandagliare disagi e a restituire il turgore dramatico e melodrammatico di tante vite desolate e deviate in criminalità.
Come in Indivisibili di Edoardo De Angelis, Il cratere (gran bel titolo, che rimanda all’epicentro simbolico di un’eruzione di forze e rabbie a lungo represse e dimenticate) si parla di aspiranti cantanti neomelodici e di famglie che quell’aspirazione cercano di capitalizzare in agognato, rapido salto sociale. La tredicenne Sharon accompagna il padre Rosario nella sua miseranda riffa nei mercati rionali, vedendo biglietti, sistemando i pupazzi in palio. Ma coltiva il sogno di diventare una stella della scena neomelodica campana, spalleggiata anzi sospinta a coltivare ossessivamente il sogno dal padre-impresario. Siamo all’ennesima variazione sull’archetipo Bellissima, con un genitore che non esita a sfruttare quella figlia bella e ambiziosa. Si passa da una sgangherata tv locale all’altra tra improbabili talent vesuviani, da uno studio di incisione all’altro, ma il successo non si lascia mai agguantare , mentre si rafforza sempre più l’ossessione di Rosario, convinto che solo da Sharon potrà arrivare la svolta della sua, della loro, vita. Critica dello società dello spettacolo lumpenproletaria che si salda a quella dei corpi esposti in fiera, offerti all’occhio cannibale del pubblico, secondo una genealogia che ci porta a Freaks di Todd Brwning, La donna scimmia di Ferreri, Venere nera di Kéchiche. Con un finale elusivo, che affida alle vdeocamere, ai sistemi digitali di controllo, la missione forse impossibile di registrare il cosa-è-successo, e di restituircelo. Impossibile, perché il reale e il vero sono solo ombre su uno schermo (e anche qui non si può non pensare a Antonioni, soprattutto a Blow-up). Silvia Luzi e Luca Bellino usano i modi apparenti del neorealismo napoletano per andare parecchio in là nell’esplorazione delle forme cinema e per consegnarci quasi un saggio teorico sul cinema come depistaggio e illusione, mescolando arditamente – in questo inserendosi in una tendenza forte degll’ultima decade – il documentaristico alla finzionalizzazione. A interpretare Sharon e Rosario sono Sharon Caroccia e Rosario Caroccia, figlia e padre nella vita. A suggerirci quanto siano labili anzi da tempo evaporati i confini tra reale e rappresentazione.

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