Cannes 2021. Recensione: TITANE, il film Palma d’oro di Julia Ducournau

Titane di Julia Ducournau. Con Agathe Rousselle, Vincent Lindon, Laȉs Salameh, Garance Marillier. Concorso. Vincitore della Palma d’oro di Cannes 74.
Entusiasti (finalmente la Palma a una donna, finalmente a un horror!) vs detrattori (questa Palma è una vergogna!). La cosa buffa, in my opinion, è che nel mentre Titane si pone come manifesto della nuova fluidità dei generi e dei ruoli, finisca poi, attraverso la parabola del suo/della sua protagonista Alexia/Adrien, paradossalmente col confermarli, quei generi e quei ruoli. Però che enorme Vincent Lindon, lui sì un titano.
Voto 6
Si è scatenata la guerra di religione da quando gli hanno dato la Palma un presidente di giuria in tutta evidenza non troppo compos sui e una giuria tra le più scombinate degli ultimi festivàl (scusate, qualcuno mi può spiegare perché la pop singer Mylène Farmer, diva in area francofona ma sconosciuta fuori, sia stata chiamata a farne parte?). Se poi preferite che anziché guerra di religione si dica guerra culturale o kulturkampf che sta ancora meglio, diciamolo. Fatto è che siamo al si brucino i cassonetti! si alzino le barricate!, con frattura insanabile tra gli entusiasti – finalmente la Palma a una donna dopo 28 anni di ininterrotto dominio maschile!, finalmente a un film di genere perdipiù horror! – e i detrattori – ma che è questa robaccia? ma vi pare una cosa da festival? Insomma, la solita quanto fasulla opposizione binaria rivoluzionari/parrucconi, avanguardisti/retroguardisti che costringe a schierarsi anche chi non ne avrebbe voglia.
Prima di dirvi come la penso permettete una breve digressione: l’italian pop degli anni Sessanta, che oltre che della nostra canzone furono anche la Golden Age del nostro cinema, è un talismano a Cannes. Un porte-bonheur. Bong Joon-ho nel suo Parasite mise incredibilmente il Gianni Morandi di In ginocchio da te e sappiamo com’è andata: Palma e pure Oscar; quest’anno Julia Ducournau usa a commento musicale del più efferato massacro del suo Titane Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli ed è ancora Palma (per l’Oscar ancora non è detto: spero di no). Sicché signori registi aspiranti alla gloria avrete capito che fare per i vostri prossimi film, il repertorio pop dei nostri Sixties è immenso e tutto a vostra disposizione, da Rita Pavone a Nada passando per Pino Donaggio. Fate la vostra scelta.
Dopo questa nota di alleggerimento veniamo al film e alla sua (insostenibile?) pesantezza. Tale per via della dominante estetica metal (hurlant!, ovvio: siamo in Francia), per i rimandi al cyber-punk e immaginari limitrofi (compresi il David Cronenberg di Crash e il Paul Verhoeven di RoboCop e Total Recall), per il suo inoltrarsi attraverso il/la protagonista nel postumano e transumano. Un turbinio di choc visuali. A spiazzarci è già la stessa Julia Ducournau, intendo lei in persona, levigata giovane donna di anni 37 di soave biondità dietro alla quale si fatica a indovinare la cineasta cultrice dell’horror estremo che è: clamorosa smentita di ogni facile fisiognomica che postuli una corrispondenza tra volto e interiorità, apparire e essere. Il suo Titane si mostra come un accumulo di eccessi e ben programmate provocazioni, come di chi voglia bucare la crosta dell’indifferenza e épater les bourgeois. Un vecchio artificio, quello del succès de scandale, sempre efficace soprattutto se riproposto come stavolta con furbi adeguamenti al contemporaneo e alle sue voghe immediatistiche e transeunti ma non per questo meno potenti. A proiezione finita di Titane si son visti, coerentemente a quanto appena passato sullo schermo, sciamare fuori dalla sala e sostare davanti al Palais parecchi ragazzi e ragazze, ma più i primi se ancora è lecito distinguere, abbigliati secondo la moda vestimentaria attuale – intendendo la moda secondo Roland Barthes quale sistema di segni con cui “la società si mette in mostra e comunica ciò che pensa del mondo” – del genderfluid, della mescolanza e sovrapposizione e decostruzione di elementi (un tempo) maschili e (un tempo) femminili, qualcosa che è altra cosa dal vecchio e anche glorioso travestitismo. Dicevo coerentemente, perché il film di Ducournau si pone come una celebrazione e manifesto, almeno in apparenza, della fluidità dei generi sessuali, del surf tra le identità. Ha un’identità femminile nella prima parte di Titane la sua protagonista, e un nome femminile, Alexia, creatura ultrasexy ingaggiata da un car show a uso di maschi allupati pronta però a disfarsi di quell’involucro per calarsi nell’androginia e nell’indeterminazione, nella terra di mezzo dei sessi o nella terra del sesso-che-non-c’è. Alexia si fingerà (o è il compimento di un processo di transizione?) nella seconda parte di Titane un ragazzo di nome Adrien, rischiando di far scivolare il racconto in un didascalico e pedante trattato sull’evaporazione dei vecchi ruoli imposti dal patriarcato. Ma questo è a sua volta solo l’involucro del film, la sua pelle per così dire propagandistica e ideologica, la sua ovvia esteriorità. Perché poi Titane – la dimostrazione sta nell’ultimissima parte che nauralmente non si può svelare – Adrien torna alla sua originaria identità di donna, forse per scelta (la danza davanti ai pompieri infoiati) ma più probabilmente per costrizione, per necessità, per invalicabile vincolo fisiologico, biologico, corporale (ecco, è qui che di più non si può rivelare se no è spoiler proprio). Se guardiamo all’inconscio di Titane, anche i film hanno un inconscio e non è detto che coincida con quello dei suoi autori, può anzi travalicarli, possiamo intendere il racconto come una parabola non sulla ormai conclamata fluidità dei generi ma, al contrario, sulla loro inossidabile rigidità, sulla loro ineludibile presenza e persistenza, nonostante tutto. Titane afferma fragorosamente, perfino sguaiatamente, un messaggio e una morale che poi nega nelle sue pieghe, nel suo non detto. Una duplicità, una scissione anche tra apparente e profondo, che avrebbe potuto rendere questo film Palma d’oro assai interessante, fecondo e ricco di significati e stratificazion se solo la sua autrice ne fosse stata consapevole, invece l’ambiguità pare del tutto non voluta, casuale, un’eterogenesi dei fini. Quello che mi ha più colpito in corso di visione – e che forse è il lato autenticamente disperato di questo film, quello che lo salva dall’artificialità – è l’ostinazione di Alexia a scappare dalla propria femminilità fino a ferirsi, mutilarsi, per poi ricaderci, e ricaderci da vittima, in una circolarità che fa di lei una creatura tragica condannata all’immutabilità, all’essere ciò che non vuole essere, nonostante che il suo tragitto venga spacciato dal film come celebrazione dell’essere mutante.
Sarà il caso a questo punto di mettere ordine e di ricapitolare storia e storie di Titane (mi scuso in anticipo per qualche ripetizione). Allora rewind al prologo: a una bambina rimasta gravemente lesionata dopo un incidente d’auto (alla guida il padre: interpretato da Bertrand Bonello, a suggerirci in quale nicchia del cinema francese si collochi Ducournau) viene impiantata in testa una placca di titanio. Sarà per quello che da grande la ritroveremo alquanto inquieta, anzi assassina, anzi assassina seriale? Pur esibendosi per mestiere in fiere di motori quale vamp ultrasessuata per masculi assatanati, lei preferisce l’amore con/tra donne. Ma anche con una Cadillac mi pare vintage (non sono un esperto del ramo, scusate) e mi pare rossa (non mi confonderò però con la Saab rossa di Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi, altro film del concorso?). E l’arduo accoppiamento sul sedile posteriore è una delle scene “che non si dimenticano”. Niente di così nuovo comunque, il pensiero di chi ne ha viste tante al cinema va alla macchina dell’amore in High Life di Claire Denis utilizzata da Juliette Binoche in una sequenza anche più spinta di questa. Il guaio è che Alexia rimane incinta benché non si capisca se ne sia consapevole né tantomeno se lo abbia voluto (vedi all’ambiguità di cui sopra, per ribadire come Titane sia scombinato). Intanto lei, la titana, ha cominciato anche una bella carriera di serial killer, le vittime, ovvio, sono uomini tutti abbastanza turpi e tutti di tossica mascolinità, sicché la nostra, pur sanguinaria e spietatissima, risulta circonfusa di una cert’aura di vendicatrice e giustiziera antimaschilista e antipatriarcale. Assai femminile la sua arma prediletta, uno spillone per capelli, simile al fermaglioo usato da un’altra killer cinematografica, quella del lontano Matador di Pedro Almodovar. Ricercata dalla polizia, che ha aspettato anche troppo a darsi da fare, si fingerà maschio cambiandosi sanguinosamente i connotati in un bagno pubblico (il passaggio di genere per questioni di sopravvivenza e mimetismo lo avevano già praticato con più leggerezza Jack Lemmon e Tony Curtis in A qualcuno piace caldo) e assumendo l’identità di un ragazzo scomparso tempo prima da casa. Il cui padre, non appena la/lo vede, prorompe in un: non ho bisogno del test del Dna per capire che lui è mio figlio, lo so, lo sento, ne sono sicuro! Saremmo nel ridicolo – e difatti in sala qualche risata ci scappa – se a pronunciare quelle parole non fosse colui che oggi è il maggior attore di Francia e tra i meglio al mondo, Vincent Lindon. Che è il vero titano di questo film, la ragione per cui vale la pena vederlo. Nel ruolo di un capopompiere ossessionato dall’invecchiamento e che cerca di arrestare il declino della propria virilità bombandosi di steroidi, Lindon è semplicemente colossale, talmente bravo da farci credere nell’inverosimile rapporto di reciproco affetto instauratosi con Alexia/Adrien. È a questo punto del film – che più avanza e più mostra di essere privo di un disegno coerente configurandosi piuttosto come un accumulo di momenti autoconclusi sconnessi gli uni dagli altri – che Ducournau si inoltra nella descrizione di un universo tutto maschile, ovviamente di mascolinità rozza e tossica, quello della squadra di pompieri capitanata da Lindon, da cui però non riesce a non farsi affascinare (insomma, ci si scaglia ideologicamente contro i maschi ma poi li si feticizza rendendoli massimo oggetto di ogni desiderio). Sarà per loro, gli eroi del fuoco scatenati in un dionisiaco ballo monosessuale che ricorda quello dei legionari di Beau Travail di Claire Denis, che Adrien torna a essere Alexia offrendosi in una sorta di danza totemica, rituale. Dea? Dio? Vittima sacrificale? Non dico di più. Se non che la parte terminale di Titane, dopo tanta irrrisione del patriarcato, finisce col celebrare la figura paterna incarnata da Lindon, ed è solo l’ultimo dei paradossi serviti da Ducournau. Molto rumore, moltissimo rumore, per nulla, verrebbe da dire. Quanto alla Palma, sarà il tempo a dirci se sia meritata. Io dico di no.

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