Recensione: TRE PIANI, un film di Nanni Moretti. Incongruo mélo

Tre Piani (titolo internazionale Three Floors), un film di Nanni Moretti. Con Nanni Moretti, Margherita Buy, Alba Rohrwacher, Riccardo Scamarcio, Adriano Giannini, Anna Bonaiuto, Stefano Dionisi, Denise Tantucci, Elena Lietti, Paolo Graziosi, Alessandro Sperduti, Tommaso Ragno. Voto 5
Al cinema da giovedì 23 settembre.

Recensione scritta a Cannes 2021 dopo la proiezione del film in concorso (e all’uscita molti, increduli, a dire: ma non sembra Moretti! Ma non è più lui! Ma cosa gli è capitato?).
Più che delusione, smarrimento. Nanni Moretti, che si fosse morettiani spinti o no (io in questa seconda categoria) era una certezza. Un totem del nostro cinema, un autore immediatamente riconoscibile. Qui invece non lo si riconosce più, zero delle battute che al pari di quelle di Woody Allen l’han reso leggendario e sono entrate, e non si esagera, nel patrimonio condiviso della nazione, e solo in un momento, uno solo, ritroviamo il suo sarcasmo rabbioso, ruvido, ispido, inesorabile, quando il suo personaggio rivolgendosi allo sciagurato figliolo gli sibila un “sei un cretino” che raggela il rampollo e tutti noi. Ma è un momento, per il resto Moretti abbandona ogni morettismo e si butta in un film-affresco, film-mosaico, di molti frammenti e personaggi e storie nel segno del melodramma di famiglia (e famiglie) con rischiose affinità ahinoi con una serie qualunque di Rai 1 magari di produzione Lux. Che vien da urlargi dietro parafrasando una sua ceebre battuta (non da film però): fa’ qualcosa di morettiano! Un cambio, anzi una svolta nella storia di Nannì Morettì come lo chiamano affettuosamente qui al festivàl: per la prima volta il soggetto non è suo (Tre piani è l’adattamento romano di un romanzo dell’israeliano Eshkol Nevo di buon successo internazionale), per la prima volta ogni traccia di commedia benché acida e puntuta viene piallata via. Verrebbe da applaudire dopo che per decenni – una vita – ci si è lamentati del suo rifare se stesso, del suo iperpresenzialismo su schermo (e Dino Risi a coniare il celebre e presto adottato da moltitudini di spettatori “Moretti scansati che voglio vedere il film”), del morettismo debordante inteso come cifra ironica e sguardo peculiare sul mondo, sulla vita, su malvezzi e vizi dell’litalianità. Invece no, perché se il regista-attore-mattatore finalmente va oltre quei colossali selfie ante-litteram che erano i suoi film (per carità, non erano solo quello, meglio precisarlo) si perde poi qui in terra per lui incognita, in un cinema di cui sembra maneggiare poco i meccanismi e la lingua.
I tre piani del titolo sono quelli di una palazzina della Roma borghese, silenziosa, appartata, discreta, lontana dalle montagne di spazzatura e dalle orde di turisti prepandemici, dove abitano le famiglie il cui intersecarsi a ndrà a costruire la rete narrativa del film. Quattro famiglie, non tre come si è scritto da più parti. Un severo, austero magistrato (lo stesso Nanni) sull’orlo del pensionamento con moglie devota e figlio che ha sempre combinato guai e continua a combinarne (è lui nella sequenza iniziale a investire ubriaco una povera donna che strava attraversando la strada); una coppia di trenta-quarantenni, entrambi impegnati in lavori di alto profilo, con una bambina che, in mancanza di baby sitter, viene spesso affidata agli anziani vicini, ovvero la terza famiglia dei “tre piani”; infine una giovane donna insicura con marito perennemente assente: ha appena partorito e lo stress pre e post parto le scatena annebbiamenti cognitivi, allucinazioni, fors’anche – teme lei – la caduta in quella follia che ha già rovinato la vita di sua madre. Le figure sono tutte sulla scacchiera, al loro posto, mentre il regista-demiurgo comincia a spostarle, in un gioco a incastro sempre più coomplesso che mette progressivamete a rischio le certezze di tutti, ne svela la parte oscura, sbilancia gli equilibri interni e esterni alle famiglie e dello stesso “tre piani” inteso come insieme autoreferente, luogo di raccolta e aggregazione.
A non funzionare sono certe goffaggini narrative, non saprei se dovute al romanzo originale di Nevo (che non ho letto) o all’adattamento. Tutta l’ultima parte, quella della riabilitazione del figlio degenere, è francamente irricevibile, perfino imbarazzanti le allucinazioni e le derive psicotiche della moglie-madre-casalinga inquieta (possibile poi che il marito se ne stia sempre via, anche quando lei deve partorire?) e si potrebbe continuare, ad esempio con lo Scamarcio tentato dalla lolitesca vicina. Certo, siamo in Moretti, non proprio in una soap opera nonostante le rischiose somiglianze. C’è, ancora evidente nonostante tutto, il suo sguardo di altoborghese anche sprezzante e duro sulla volgarità. C’è il rigore del suo fare cinema, un cinema classico che messo accanto qui a Cannes a certi scatenatissimi tipo Kirill Serebrennikov, Sean Baker, perfino Catherine Corsini che pure non è mai stata una spericolata della mdp, sembra museale e inattuale, cristallizzato a decenni fa e mai aggiornato, mai un refresh. Una macchina da presa a scarsissima mobilità. Un cinema scabro, sobrio, nobile, ma come ingessato. Moretti non si abbandona mai, pur nei momenti a maggior tasso di melodrammaticità, al sentimentalismo, resta in lui il pudore e il controllo del gran borghese. E questo, come il suo mantenersi a distanza dai propri personaggi e dai loro tormenti, va ascritto a suo merito, differenzia Tre piani dalla povertà di ogni plebea serialità televisiva. Ma non riesce a salvarlo. Forse Moretti si sarebbe dovuto concentrare sull’unica delle storie che sembra interessargli davvero, quella dello scontro tra l’intransigente padre magistrato e il figlio viziato e irresponsabile, lasciando perdere lolite, mariti sporcaccioni o assenti, alienazioni tardo-antonioniane di mogli sole che non gli appartengono. E non aiuta che in Tre piani ci siano troppi bambini e ragazzini, che recitano come i bambini del cinema italiano (non dico altro). Intanto, per quanto mi riguarda, aggiungo qualcosa al mio voto iniziale, 4 e mezzo, dettato dalla delusione, e do un 5 (meglio che lo dica, perché poi, come è già sucesso, qualcuno mi scrive rimproverandomi la discrepanza di certe valutazioni).
Nota. Certo qualcuno dovrebbe tentare una sorta di antropologia morettiana – tipo per capirci quella tracciata da Michele Masneri e Andrea Minuz dei Vanzina in certi pezzi sul Foglio – attraverso i segni, modi, i costumi, gli interni dei suoi film, gli arredi, attraverso le figure, specie femminili (tendenzialmente asessuate, racé, aristocraticamente prosciugate, perfino più che in Bresson) e i loro vestiti. C’è ancora il tailleurino in Tre piani, perfino il twinset da sciura vera, gonne sempre al ginocchio e anche un qualcosa sotto, seno debitamente occultato. Tant’è che Margherita Buy solo quando – attenzione, spoiler – resta vedova ha il coraggio di comprarsi un vestito a fiori. A marito magistrato vivente non aveva mai osato, lui non l’avrebbe permesso.

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