Recensione: NO TIME TO DIE, un film di Cary Fukunaga. James Bond e il signor Craig

No Time To Die di Cary Joji Fugunaga. Con Daniel Craig, Léa Seydoux, Ana de Armas, Ben Whishaw, Rami Malek, Ralph Fiennes, Christoph Waltz, Lashana Lynch, Naomie Harris.
Identificazione totale di Daniel Craig con il personaggio dell’ex 007 (perché ex lo capirete in corso di film). “Je suis Bond!” e Craig lo è fino in fondo, in questa ultima tappa del processo di decostruzione del mito cominciato con Casino Royale. Adeguamento al nuovo canone del metoo e del fluid? Macché, celebrazione (non credo programmata dagli autori) della mascolinità non-tossica. Avete in mente il Bogart/Rick di Casablanca? Ecco. Voto 6 e mezzo (ma 9 a Daniel Craig)

Dopo il magnifico Vincent Lindon di Titane e il suo capopompiere che si bomba i glutei di steroidi per stoppare il declino muscolar-virile (e per fortuna che c’è lui, ché il resto del film sta ai confini dell’inguardabile), ecco un’altra parabola, la definitiva, sul crepuscolo dell’essere uomo e maschio oggi. Con No Time To Die un simbolo della virilità occidentale come James Bond arriva all’ultima stazione di un processo decostruzionista (decostruttivo?) cominciato con l’avvento di Daniel Craig in Casino Royale. Non rimane più niente, solo cenere, dello 007 di Sean Connery (che del resto era una pura invenzione del duo di produttori Broccoli-Saltzman, lui e quei suoi vezzi e vizi tremendi – il Martini e l’Aston Martin, le truccherie cretine e le conquiste seriali di femmine cosificate, ridotte a bambole di carne -, roba che in Ian Fleming non c’è mai stata, leggere per esempio come è capitato a me Casino Royale. E se il Bond cartaceo ha poco a che vedere con quello primigenio seanconneriano, figuriamoci con quello cazzeggione di Roger Moore, se mai risulta più simile, o meno distante, da quello danielcraighiano introverso, tormentato, cupo).
Piangono dopo questo NTTD i nostalgici e le prefiche dello 007 com’era (ma com’era? quale James Bond si piange?), approvano invece o restano indifferenti alla questione coloro ai quali non gliene è mai importato niente di Bond (per quanto mi riguarda, amo solo delle stagioni pre-Craig il meraviglioso Dalla Russia con amore, l’unico in cui l’agente conneriano esce dal sua bidimensionalità da figurina Panini e dal proprio cliché di cinico femminiere seriale per provare un qualcosa di somigliante a quello che diciamo amore. Nella fattispecie, per la spia Daniela Bianchi: la Bond Girl assoluta).
Questo Bond di No Time To Die Daniel Craig se lo porta in giro con fatica, come un peso insostenibile, ed è un Bond con lo sguardo incerto e circospetto del presibite, che svolge il lavoro come una pratica cui non si può sottrarre per via della leggenda che gli sta addosso, del proprio mito. Un Bond che perfino costeggia, eresia secondo i nostalgici, il metter su famiglia e pronto a infilarsi le babbucce. Si è scritto: gli autori stavolta son scesi a patti, sono dovuti scendere, con i nuovi imperativi metooisti e dunque che vengano smussate le asperità muscolari del character, che lo si risagomi, lo si risani, lo si adegui alle emergenti sensibilità, lo si depuri di ogni tracca della cosiddetta mascolinità tossica.
Ma è davvero così? Per fortuna Bond resiste a ogni processo di neutralizzazione e addomesticamento, la sua essenza virile resiste (se mai è lui a dosarne l’erosione), come resiste lui nel segmento iniziale del film all’accerchiamento dei sicari mandati da non-si-sa-chi. Acciaccato? Depotenziato? Sì, ma solo per via dell’inevitabile declino biologico e del troppo aver vissuto, corso, ammazzato. È Daniel Craig, è il suo corpo – esattamente come il corpo di Lindon in Titane – a dirci lo stato delle cose, di come si possa oggi ri-definire la mascolinità, non solo di Bond. Nella fase del tramonto ecco che 007 (cui è stata intanto sfilata la qualifica per attribuirla a un’arrembante e muscolosa ragazzona priva di ogni carisma e appeal benché assai efficiente nel lavoro di agentessa segreta) ci mostra il lato luminoso dell’essere uomini e maschi, la dignità, la virtù del silenzio e della laconicità, il senso della responsabilità e del dovere, l’accollarsi sulle spalle il fardello delle cose, la disponibilità al sacrificio per salvare il prossimo (in questo caso: il mondo intero). Bond è qui, definitivamente, l’Eroe, la quintessenza e la sublimazione dell’essere uomo. In un film che, volendolo adeguare al canone oggi imperante dell’oltre-maschio, finisce invece con l’esaltarne le peculiari virtù. Il film, questo film, è insieme racconto di una decadenza e una celebrazione della virilità non tossica, non diversamente da illustri precedenti, penso al Grinta di John Wayne o al Bogart di Casablanca. E Daniel Craig ci accompagna in questa parabola abbattendo ogni barriera tra attore e personaggio, pigiando forte sul tasto dell’identificazione, mostrando sé stesso attraverso il character e viceversa, in una performance che non si dimentica (i signori dell’Academy gli diano la nomination, please).
Se mi sono dilungato su declino e, ebbene sì, redenzione di Bond già 007 è perché è l’unica cosa che conti in No Time To Die. Il resto è quasi tutto (quasi) dimenticabile e qualunque. Plot copincollato da precedenti Bond e riproposto nella massima prevedibilità. Con il protagonista che, già in pensione in Giamaica, viene richiamato all’azione non dall’MI6 ma dalla Cia per occuparsi di uno scienziato dal nome russo rapito (o fuggito?) dai laboratori britannici con l’arma segreta chiamata Heracles, una robaccia dalla letalità customizzabile e personalizzabile, nel senso che la si può tarare sul Dna della persona o del gruppo umano presi a bersaglio. I cattivi sono più di uno, a complicare un po’ le cose, ma l’übervillain è uno solo, un signore (Rami Malik, troppo giovane però per la parte) che si è installato su un’isola contesa tra Giappone e Russia a produrre la sudddetta arma tecnobiologica dal nome possente. Donne: si potrà ancora dire Bond Girls? Se sì, l’unica qui è la Ana de Armas agente segreta a Cuba. Mentre Léa Seydoux, promossa a quasi-coprotagonista, è prima sospettata da Bond di tradimento (in ogni senso) e poi riconosciuta e amata come la donna della vita. Inseguimenti, fughe, agguati, sparatorie, insomma il solito repertorio. Matera fa la sua figura in uno dei due antefatti, con inevitabile processione di donne in nero e perfino un gregge di pecore a complicare una fuga, e con cattivi al servizio della Spectre – si pronuncia Specter: le VO servono anche a questo –  che sembrano usciti da Gomorra-la-serie. Non ci fosse lui, Daniel Craig in Bond, sarebbe un film qualsiasi e più che perdibile. Anche perché alla regia c’è il Cary Fukunaga, già responsabile dell’ignobile Beasts of No Nation. Uno di mestiere, ci mancherebbe, che sbriga quel che va sbrigato in un film di 007. Ma senza un’invenzione, un azzardo, una visione, un’idea anche minima di cinema, e nessun lavoro sull’immagine. Non c’è più Sam Mendes dietro la mdp e si sente e si vede. Mendes che in Spectre, chissà perché odiatissimo da molti web-critici, cominciava con un sensazionale piano sequenza a Città del Messico, in una prova generale sul campo di quello che avremmo poi visto in 1917, e poi proseguiva restituendoci una sinistra Roma notturna e sorrentiniana. Qui di simili suggestioni non c’è traccia. Fukunaga fa il compito suo, ma buca ogni occasione di uscire dall’ordinarietà. Quella festa della Spectre a Cuba, per esempio. Un altro ci avrebbe magari provato a cavarne un qualcosa di kubrickiano, una danza degli spettri alla Eyes Wide Shut, lui la derubrica a robuccia da piccolo horror. Per fortuna c’è Craig (e Léa Seydoux, attrice dell’anno per questo film e per i quattro visti a Cannes: The French Dispatch, France, The Story of My Wife, Tromperie).

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