Venezia 2021. Recensione: LA CAJA, un film di Lorenzo Vigas. Il più sottovalutato del concorso

La Caja (La cassa), un film di Lorenzo Vigas. Con Hernán Mendoza, Hatzín Navarrete, Elián González, Cristina Zulueta, Dulce Alexa Alfaro, Graciela Beltrán. Concorso. Voto 7+
Il film più sottovalutato del concorso. E Lorenzo Vigas il regista il più detestato. È che al venezuelano (ma che al Messico fa produttivamente riferimento) Vigas non si perdona il Leone d’oro 2015 assegnato imprevedibilmente da una giuria presieduta da Alfonso Cuaron al suo Desde Allá, uscito poi da noi come Ti guardo. Fui tra i pochi a apprezzare allora il film e ad andare contro il sentimento prevalente di rigetto. Col passare del tempo il clima intorno a Vigas si è perfino incattivito, come ha dimostrato la perlopiù gelida accoglienza a questo suo La Caja (relegato a fine Mostra in fondo alle classifiche stilate da critici di vario tipo, genere e generazione: damnatio condivisa con i fratelli D’Innocenzo e il loro America latina, pure loro odiatissimi. Perché anche i gemelli romani hanno il torto di aver avuto successo, con l’aggravante di averlo raggiunto presto, neanche trentenni). Brutta bestia il livore, specie quando va a obnubilare ulteriormente la lucidità di addetti ai lavori già provata da quattro-cinque film al giorno e dal perenne corpo a corpo con il mai troppo deprecato sistema di prenotazione online.
La Caja è un buon film, che se a Venezia avesse agguantato un premio non sarebbe certo stato uno scandalo (nel palmarès lo avrei preferito al posto di The Power of the Dog di Jane Campion o di The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaal: due titoli che adesso vedo spuntare nelle Oscar prediction di molti siti americani, e francamente non ho parole). Come in Desde Allá, anche stavolta Lorenzo Vigas indaga le correnti edipiche tra un ragazzino e una figura paterna per niente irreprensibile, anzi di massima irregolarità e pessima moralità. Senza la minima partecipazione emotiva, senza l’empatia (una delle parole equivoche da espungere dal nostro dizionario) che inquina e falsifica tante narrazioni di cinema e non, ma anche senza cinismo. Se mai una giusta distanza per osservare, scrutare, cercare di decifrare quello che si cela sotto la superficie delle relazioni e interferenze tra i due protagonisti, l’adulto che la vita l’ha attraversata e il ragazzo che deve ancora farlo. Un cinema che può sembrare apatico, senza fremiti né abbandoni, e che conferma Vigas autore di una Neo-Nuova Oggettività che non è riduzione a cosa del vivente, ma pudore, consapevolezza di come un eccesso di vicinanza possa contaminare l’oggetto del proprio sguardo. Se nel cinema messicano in cui opera c’è un nome a lui affine, questo è Michel Franco, certo non i tre pesi massimi Del Toro, Cuaron e Inarritù (forse l’Inarritu di AmorePerros sì, ma da allora molto cinema è passato). La Caja, nella sua impassibilità, dipana una storia terrificante di cui, in questi tempi di paranoia da spoiler, non si può svelare il cuore di tenebra, il punto di caduta. Basti dire che ci si trova in uno dei luoghi più infernali del mondo, quella striscia di Messico a ridosso della Frontera con gli Stati Uniti dove tutto è permesso e la legge assente. Dove a comandare e decidere di vita e morte sono i cartelli dei narcos e i trafficanti di clandestini diretti verso gli States. Dove il lavoro nelle fabbriche è regredito a schiavismo, con uomini e donne degradati a carne da catena di montaggio, da sfruttamento intensivo. È lì che arriva, dalla capitale, l’adolescente Hatzin, deciso a ritrovare il padre scomparso sulla rotta Mexico-Usa. Forse vivo, nascosto da qualche parte, forse già negli Stati Uniti, o forse in una delle tante fosse comuni in cui finiscono i molti disperati prima derubati dai banditi di strada o dalle gang che controllano il territorio e poi ammazzati. Restituiscono difatti a Hatzin, in un centro preposto al recupero e identificazione dei desaparecidos, una cassetta con i resti del padre, con, a certificarli, tanto di carta di identità trovatagli addosso. Ma lui continua a sperare, contro ogni evidenza, che il padre sia ancora vivo. E quando per caso incrocia un signore assai somigliante al genitore scomparso si convince che sì, si tratta di lui, e da allora lo seguirà, lo pedinerà, non lo lascerà più. Il signore nega ogni parentela, ha un altro nome, una famiglia, un lavoro che, scopriremo più tardi, consiste nel reclutare tra i disperati che si affollano a ridosso della frontiera la manodopera a basso costo per i padroni e padroncini delle fabbriche della zona. Scopriremo altro e di peggio di lui, mentre Hatzin al suo fianco compirà il suo percorso di formazione. Fino alla prova cruciale, di inimmaginabile ferocia.
Ma quell’uomo è o no il padre di Hatzin? E la convinzione di Hatzin che lo sia è delirio o oscura percezione della verità? Lungo queste rotte di ambiguità, di inganno, autoinganno, disinganno corre per gran parte il film, riproponendo le atmosfere sospese del precedente Desde Allá. Poi una svolta che non si può dire e che farà di Hatzin qualcuno, qualcosa, che mai avrebbe pensato di diventare. Lorenzo Vigas segue i suoi due protagonisti per poi allonantarli dalla macchina da presa, lasciare che si muovano e si perdano in un paesaggio che li riduce a pietra tra le pietre. Puro cinema del disagio, della messa in scacco di ogni certezza dello spettatore, che interroga e lascia dietro di sé una scia di malessere. Anche, cinema dell’inespresso, dove il fuori campo sembra assai più decisivo di quanto vediamo nell’inquadratura, dove il primato del non detto e dell’alluso sulla parola è schiacciante. Cinema non frontale. E come volete che possa trovare cittadinanza e consenso oggi che, come ha argomentato su Libération Luc Chessel (in un articolo poi ripreso da Internazionale) a proposito del Leone d’oro a L’Evénement, a prevalere è invece un cinema fin troppo diretto e senza sfumature. “Insieme alla palma d’oro a Cannes di Titane (il leone d’oro a L’Evénement) indica il consolidamento e il trionfo di un certo cinema francese che potremmo definire post-commerciale”, scrive Chessel, “che riversa le condizioni del cinema d’autore nello stampo di una fattura particolarmente docile, in cui l’esplicito e il frontale regnano sui sentimenti e sui corpi”. Sottoscrivo. Chiaro che in una simile congiuntura un film come La Caja non possa che sembrare inattuale o, semplicemente, non venga nemmeno più individuato dai radar ormai manomessi di pubblico e critica.

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