Michael Collins di Neil Jordan (1963). Con Liam Neeson.

Ci sono film-capolavoro che hanno vinto un festival, ci sono capolavori che non l’hanno mai vinto, ci sono film tutt’al più decorosi, medi se non mediocri, che un festival l’hanno invece incredibilmente vinto e di cui poi tutti si sono dimenticati. È il caso di questo Michael Collins (e dunque vale la pena riguardarlo e farci qualche riflessione visto che siamo alle soglie dell’ottantesima edizione della Mostra di Venezia e già si teme qualche disastro da parte della giuria), inopinatamente insignito al Lido di Leone d’oro all’edizione 1996 da una giuria peraltro prestigiosa presieduta da Roman Polanski. Vero che a scorrere oggi l‘elenco dei film di quel concorso si scorgono sì molti autori illustri ma non molti titoli entrati nella storia del cinema, forse il migliore e allora trascurato è Profundo Carmesi del messicano Arturo Ripstein, ma ci si chiede lo stesso come sia potuto accadere. Sicché diamogli un’occhiata, a Michael Collins, un classico epic con impegno politico dove si ricostruisce il complicato percorso dell’eroe irlandese che combattè per l’indipendenza nazionale contro l’Inghilterra. Regia di un Neil Jordan reduce dal grande successo e miniscandalo di La moglie del soldato, protagonista Liam Neeson. Non solo Leone d’oro, ma pure Coppa Volpi come migliore attore a Neeson. Non un brutto film, ma di quelli sopravvalutati per via del loro contenuto politico cui difficilmente le giurie sanno dire di no. Da rivedere oggi senza pregiudizi, né favorevoli né sfavorevoli. C’è anche, e imprevedibilmente, Julia Roberts.