Al cinema. KONTINENTAL ’25 di Radu Jude: recensione (film indispensabile)


Kontinental ’25
, regia e screenplay di Radu Jude. Con Eszter Tompa, Gabriel Spahiu, Adinis Tanta, Șerban Pavlu, Dana Mardare. Adrian Sitaru, Ilinca Manolache. 109′

Il regista Radu Jude

Finalmente viene distribuito in Italia, e in un numero decente di copie, un film del rumeno Rradu Jude, semplicemente uno dei più grandi oggi in circolazione. Con già alle spalle un corpus di opere – tra lungometraggi, corti, film di finzione e documentari – impressionante per come Jude sa affondare il bisturi nelle pieghe e piaghe della contemporaneità e della storia (in primis rumene) e per come inventa immagini e crea visioni. In un intreccio di forme e contenuti esplosivo. Un cinema volutamente esagitato, maleducato, carnale, sporco, non levigato, robusto come un piatto troppo ricco di sapori e ingredienti e però necessario. Questo Kontinental ’25 (allusione a Europa ’51 di Rossellini da cui riprende la figura femminile protagonista mossa, anzi travolta dalla pietas verso gli ultimi) non è forse tra i suoi film colossali come Non mi importa se passeremo alla storia come dei barbari o Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo, ma resta indispensabile. (Intanto l’infaticabile Jude ha realizzato dopo Kontinental ’25 altri due film, Dracula, proiettato a Locarno 2025, e Journal d’une femme de chambre, prrsentato con gran successo e divertimento del pubblico qualche settimana fa alla Quinzaine a Cannes). Voto 8 e mezzo
Ripubblico la recensione scritta al festival di Berlino 2025 dove Kontinental ’25 avrebbe poi vinto il premio per la migliore sceneggiatura. Avrebbe meritato di più.
Nettamente il migliore del concorso, ma non lo darei come favorito al premio finale. Non me la vedo la giuria presieduta da Todd Haynes, autore parecchio lontano per sensibilità da un cinema esplosivo e poderoso come quello di Radu Jude, dare a questo Kontinental ’25 l’Orso d’oro che meriterebbe. Orso peraltro già vinto in passato dal rumeno Jude (oggi tra i dieci registi più importanti su piazza nome imprescindibile se si vuol capire dove stiano andando il cinema e il mondo): correva l’anno 2021, la Berlinale si tenne in marzo anziché in febbraio e soltanto online causa pandemia, con qualche ripresa dal vivo qualche mese dopo. Jude la spuntò allora su tutti grazie a una giuria complosta da soli cineasti con Sesso sfortunato o follie porno di cui in Italia si parlò soprattutto per qualche scena di graphic sex, peraltro per niente gratuita anzi necessaria come innesco narrativo di quello che si rivelerà un affresco in tre capitoli. Fu quell’Orso a dare gloria e fama finalmente al gran rumeno Jude, anche se alle spalle aveva titoli come Aferim!, Scarred Hearts, soprattutto un capolavoro vero come Non mi importa se passeremo alla storia come dei barbari, radiografia senza sconti dell’antisemitismo mai morto e sempre presente nel popolo rumeno (ricordo che un critico dei Cahiers si disse supefatto per come i festival maggiori, Cannes e Venezia, un film così se lo fossero lasciati scappare: se è per questo, si sarebbero lasciati scappare anche i successivi).
Quell’Orso nel ’21 a Sesso sfortunato o follia porno, pur se dato in un’edizione virtuale, potrebbe pesare sulla giuria di oggi, probabilmente restia come tutte le giurie a riconoscimenti troppo ravvicinati nel tempo allo stesso autore (tra le poche eccezioni le due Palme a distanza di cinque anni a Cannes allo svedese Ruben Östlund). Ma se guardiamo ai valori in campo, non c’è gara. Radu Jude è un titano, anche fisicamente poderoso (più che un regista sembra un pugile), che produce cose, che siano di finzione o corti o documentari, sempre colossali, potenti, debordanti, fuori misura per vigore, indignazione, rabbia, sarcasmo. Un cineasta che usa la mdp come un’arma per colpire i suoi bersagli polemici: perlopiù la Romania di oggi sì “democratica e europea” ma che non ha fatto mai i conti con il proprio passato prossimo e remoto, quello dell’alleanza nella Seconda guerra mondiale con Hitler e delle feroci persecuzioni antiebraiche, e ancora di meno con quello più vicino del regime di Ceausescu. Ma le zone oscure non mancano nemmeno nella Romania di oggi, incerta nella sua democrazia, segnata dai una corruzione diffusa, sconciata da una modernizzazione urlata e volgare. Radu Jude non media, non usa il guanto di velluto, va dritto al bersaglio, si espone, accusa e usa il grottesco come ulteriore arma di demolizione, sempre attento però a una dimensione realistica e a una precisione storica in grado di restituire le infinite gradazioni di  una paese frastagliato e anche spaccato lungo faglie che sono culturali, etniche, linguistiche. Un paese oggi travolto da un nazionalismo estremo. Chi ha visto Non mi importa se passeremo alla storia come dei barbari, Sesso sfortunato o follia porno e il suo film precedente a questo, Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo sa di cosa parlo. Chi non ha mai visto un suo film aspetti che arrivi in Italia questo Kontinental ’25, un Radu Jude in purezza. Come mi ha detto un jeune critique ieri, anche lui estimatore di Jude, Kontinental forse non aggiunge niente a quanto ha già fatto e detto, ma resta lo stesso indispensabile. Perché anche ripetere, tornare a colpire certi bersagli – secondo i dettami di un cinema che si vuole necessario – serve a tenere deste le coscienze. Ma anche, perché no, a fare spettacolo e un intrattenimento non alieno dal pensiero, dall’intelligenza, dalla voglia di guardare criticamente al mondo.
E che ci sia qualcosa, anche, di brechtiano e dimostrativo, del Brecht più da kabarett weimariano, in questo e nei precedenti lavori di Jude è più che un sospetto. Come c’è il rischio del manicheismo e dell’eccesso didascalico. Ma la furia e soprattutto il senso del grottesco così neoespressionista lo tengono lontano da ogni cinema-manifesto piatto, declamatorio e esteriormente militante. Ma addentriamoci in questo apologo che è Kontinental ’25. Siamo, oggi, a Cluj, città-capitale della Transilvania un tempo (fino alla prima guerra mondiale) parte dell’Ungheria e poi, con il trattato di Versailles, passata alla Romania e dalla Romania mai restituita. E che dunque ancora oggi si porta dentro quella ferita, con un nazionalismo rumeno che continua a considerare i molti magiari rimasti in Transilvania un’alterità e con una comunità ungherese, almeno nei suoi vecchi esponenti fortemente legata alla propria identità e nostalgica dell’impero austroungarico. Se questa è la maggior lacerazione su cui Radu Jude affonda la sua lama critica, altre ne emergono. Vediamo Orsolya, moglie e madre tra i 40 e i 50 anni, di origine magiara ma ormai perfettamente (almeno in apparenza) assimilata alla società rumena, che in qualità di ufficiale giudiziario deve procedere allo sfratto anzi allo sgombero di un poverocristo installatosi in uno scantinato. È che il palazzo deve essere abbattuto a breve per far posto al solito hotel multistelle e Orsolya, per quanto capisca le difficoltà del pover’uomo (un tempo campione sportivo e poi persosi nell’alcolismo e nella marginalità), non ha potuto impedire l’ingiunzione. Insieme ai due agenti che la accompagnano grottescamente in tenuta antisommossa dà una ventina di minuti all’homeless per raccogliere le sue cose, ma quando torna lo trova morto: suiocidatosi con un cappio di fil di ferro. E qui il film svolta e si focalizza su Orsolya, sul suo senso di colpa, sul suo tormento interiore per non essere riuscita a impedire quel suicidio anzi di averlo determinato con l’esecuzione dello sfratto. Tutti sono dalla sua parte, nessuno la mette sotto accusa, tutti le riconoscono di aver fatto più di quanto le spettasse. Ma a lei non basta, a lei interessa solo il suo tribunale interiore che non la perdona. C’è qualcosa di eroico in questa assunzione di responsabilità da parte di una donna a suo modo straordinaria (nei film di Jude, almeno gli ultimi, sono sempre le donne a smuovere le cose e far saltare le contraddizioni), in controtendenza rispetto allo spirito del tempo che aborre il senso di colpa e lo vede come un relitto giudaico-cristiano da togliere di mezzo al più presto, un inciampo alla totale libertà e autodeterminazione del singolo. E alla sua hybris. (Digressione: in un altro film del concorso, l’indie americano If I Had Legs I’d Kick You, s’è vista una cretina tenutaria di una psicoterapia di gruppo motivazionale esortare le partecipanti a sbarazzarsi del senso di solpa: le si contrapporrà la protagonista del film, una donna oltre l’orlo di una crisi di nervi, che controbatte sostenendo quanto il senso di colpa sia fondamentale e si debba tenerselo caro: che è quello che vediamo fare da Orsolya in Kontinenatal ’25). È questo il nucleo del film, la rivalutazione del senso di colpa, ed è qualcosa, oggi, in un’era di narcisismo selvaggio e onnipotenza dell’Io di profondamente sovversivo. Radu Jude ha detto di essersi ispirato in questo al meraviglioso Europa ’51 di Roberto Rossellini, di cui mima il titolo, e in effetti il parallelo ci sta tutto. Il resto del film si scandisce in vari espisodi, che si aprono tutti allo stesso modo: Orsolya che racconta quanto quel suicidio l’abbia devastata. Cambia di volta in volta l’interlocutore, e i dialoghi vanno man mano a comporre un discorso a più voci e punti di vista non solo sulla morte dell’homeless, ma sul molto altro che le sta intorno. Sulla Romania e la Transilvania oggi, innanzitutto. Quando del fatto si appropriano i media ecco esplodere sui social i nazionalisti rumeni che accusano Orsolya per le sue radiici: puttana magiara vattene, le urlano dietro. Riemergono le fratture e gli odi reciproci, con la madre di O. che accusa a sua volta la Romania di aver rubato la Transilvania agli ungheresi e di non aver mai riparato il torto fatto. Orsolya è in cerca di conforto e, opscuramente, di espiazioone, si confronta oltre con la madre con un’amica, con un prete ortodosso, con un suo ex studente assai intelligente che, nonostante la sua laurea, fa il rider di cibo pronto. Jude dimostra ancora una volta la sua enorme capacità di scrittura, di creare opere-mondo che vanno al di là degli stessi confini cinematografici, di disegnare personaggi – maggiori e minori – memorabili. E ancora una volta, come in certi suoi geniali corti, mescola il realismo più duro, la denuncia più eplosiva a un immaginario pop cafone e insieme patetico. Luci da discoteca ovunque, segni di un consumismo aggressivo e volgare, parchi-gioco sgangherati. Con una parte finale (non è uno spoiler) di inquadrature fisse in muta sequenza  come in un’esposizione, di devastazioni edilizie, di un paesaggio ridotto a abominio estestico da una speculazione selvaggia e ignorante. Si ride, perché Jude sa anche usare l’arma distruttrice della satira e perfino un linguaggio del corpo da slapstick. Ma sono risate assai amare.

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