Film stanotte in tv: IL TAGLIO DEL BOSCO di Vittorio Cottafavi/ sab. 27 giu. 2026

Il taglio del bosco di Vittorio Cottafavi, da Carlo Cassola (1963). Rai 3 Fuori orario, ore 0:50, sabato 27 giugno 2026.
Chi sta a Bologna al festival del Cinema Ritrovato se lo può vedere in sala, su grande schermo, fresco di restauro e nelle migliori condizioni di suono e visione possibili. Per chi non sta a Bologna Fuori orario, la fascia cinefila di Rai3, lo manda in onda stanotte a partire dalle 0:50 (tardi, ma dura solo 59 minuti, ce la si può fare e comunque da domani dovrebbe essere disponibile, almeno per qualche giorno, su Rai Play).
Forse i boomer più boomer se lo ricordano. Il taglio del bosco venne trasmesso, era il 1963, sul secondo canale della Rai in bianco e nero nell’ambito del ciclo Racconti dell’Italia di oggi (a cura di Raffaele La Capria!), uno di quei progetti volti all’educazione-elevazione culturale del pubblico, prodotti di impegno che allora in tv non erano infrequenti e che oggi sono, semplicemente, impensabili. Che tempi, vien da dire in perfetto stile boomeristico.
Vittorio Cottafavi, quando porta su schermo uno dei testi più noti di Carlo Cassola, Il taglio del bosco, ha già alle spalle un corpus di film (per il cinema) consistente, diversificato su vari generi, dal peplum al melodramma allo storico-avventuroso. Opere di cui si erano accorti i critici francesi, i soliti Cahiers, non certo gli italiani. Dalle nostre parti Cottafavi veniva considerato un minore, tutt’al più un buon mestierante, anche perché attivo in quegli anni Sessanta perlopiù in televisione e dunque ritenuto – secondo un pregiudizio allora dominante – autore di rango inferiore rispetto ai cinematografari puri. (Però, riguardiamoci la sua versione delle Troiane con una monumentale Anna Miserocchi e poi ne riparliamo)
È in un simile contesto che realizza questo racconto per immagini televisive che vuole essere però, ostinatamente, cinema. Per filmare la storia di un uomo che, devastato dalla morte della giovane moglie, si ritira nei boschi a fare il taglialegna, Cottafavi abbandona gli studi televisivi, si immerge in ambienti di massimo realismo della Maremma, sceglie per il protagonista un attore professionista – un giovane e già bravissimo Gian Maria Volontè – circondandolo però di veri legnaioli. Ne esce un film severo, intimo, introverso dove il lutto e il dolore del protagonista Guglielmo trovano un’eco simbolica nel silenzio sacrale della natura, E dove il lavoro diventa un rito di elaborazione della perdita. Siamo, più che dalle parti di un neorealismo fuori tempo massimo, in quello del cinema austero à la Bresson. C’è anche una sottile rivoluzione in questo Cottafavi, il ritratto di un uomo del popolo lontano però da ogni retorica e agiografia realsocialista (nel senso di realismo socialista), un uomo tormentato, infragilito, non immune dal male oscuro. Guglielmo non è un eroe proletario, è solo sé stesso, il suo personaggio non rappresenta né gli interessi né i destini (il sol dell’avvenire!) di una classe ma solo la sua soggettività. Operazione dirompente rispetto alle rigide ortodossie à gauche di allora, ma non del tutto nuova nel cinema italiano. Ci aveva già provato a rappresentare, non senza polemiche, un uomo del popolo fallato e antieroico Michelangelo Antonioni con Il grido. Quanto allo scrittore del Taglio del bosco, Carlo Cassola: oggi è autore quasi dimenticato, liquidato dalla maggior parte dei lettori e degli addetti ai lavori come datato (non gli giovò certo l’avvento sulla scena del Gruppo 63 con i suoi avanguardisti che lo apparentarono spregiativamente a Liala). E però c’è chi, come il critico Matteo Marchesini, che Cassola in anni recenti lo ha pienamente rivalutato riconoscendogli lo status che si merita. Sarebbe il caso di rileggerlo senza preclusioni ideologiche di alcun tipo e di ridare un’occhiata, oltre che a questo film-tv, anche a La ragazza di Bube di Luigi Comencini tratto dal suo romanzo più famoso.

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