The Hours di Stephen Daldry, 2002. La7 Cinema canale 29, ore 21:15, domenica 12 luglio 2026.

Uno film nato per farsi detestare, geneticamente antipatico per il suo proporsi come prodotto culturalmente superiore. Perché tratto da un libro forse troppo premiato e sopravvalutato (The Hours di Michael Cunningham, che tuttora vive di quella gloria). Per come usa un monumento della letteratura novecentesca, Virginia Woolf, intrecciandovi intorno un racconto plurimo di esibita e sofferta autorialità, di sussiegosa altitudine intellettuale. Sicché sì, per molto tempo l’ho detestato e l’ho evitato, nonostante il gran successo di pubblico che gli è piovuto addosso e la valanga di premi, compreso l’Oscar a un’irriconoscibile e però bravissima Nicole Kidman, trasformata dai maghi del make up in Virginia Woolf, quale migliore attrice protagonista. Anche se poi nel film tripartito di protagoniste ce ne sono altre due, Julianne Moore e Meryl Streep che invece l’Oscar non lo hanno preso (altri riconsocimenti sì e parecchi).
Poi un mio amico una sera mi ha costretto – è da sempre un suo film di culto – a vederlo e così mi sono seduto davanti al televisore rassegnato al supplizio. Bene. Mi sono dovuto ricredere, a riprova che i pregiudizi è sempre meglio non coltivarli. The Hours è buono, molto buono, diabolicamente ben scritto e costruito (è uno di quei film nei quali la scrittura e la struttura contano più della messinscena, peraltro qui assai corretta di quello Stephen Daldry che si era fatto largo con Billy Elliot). Nel frattempo intorno a The Hours, che è del 2002, un quarto di secolo fa, sono successe parecchie cose extrafilmiche, la più clamorosa l’arresto, condanna, detenzione di Harvey Weisntein per i ben noti fattacci, Weisntein che di questo film è stato il produttore e il distributore con la sua Miramax (un brand che allora dominava il circuito arthouse di mezzo mondo). E però non è successo che The Hours sia diventato un classico di quelli d’acciaio, imprescindibili, finendo invece con lo scivolare nella zona dell’oblio collettivo. Sicché stasera la sua visione o rivisione serve anche a pesarne reale consistenza e tenuta a 24 anni dall’uscita trionfale in sala.
Ecco la storia, anzi le storie. Si incomincia per la verità con un prologo, anno 1943, con Virginia Woolf che cammina verso il fiume dove, dopo essersi riempita le tasche di pietre, si immergerà e affogherà. (E mi chiedo, tra parentesi, chi oggi e con il pubblico di oggi avrebbe il coraggio di mandare in produzione un film che comincia con un suicidio e prosegue con complicati e anche cervellotici flashback e flashforward, credo nessuno.) Il primo dei tre capitoli o segmenti di The Hours si apre subito dopo – a proposito, le ore sono le parole con cui si conclude, nella reinvenzione di Michael Cunningham, la lettera lasciata da Virginia suicida al marito – : siamo nel 1923, nella casa di Richmond dove il marito ha portato Virginia su consiglio dei medici nella speranza di alleviare le sue continue depressioni (secondo alcuni si trattava più propriamente di sindrome bipolare). Ma Virginia è più che mai sofferente. Riceve la visita della sorella Vanessa e dei nipoti, vuole con tutte le sue forze tornare a Londra, incomincia nonostante tutto a scrivere quello che diventerà uno dei suo testi sacri, La signora Dalloway.
1951, Los Angeles. Laura Bloom (Julianne Moore in un personaggio e in atmosfere affini a quelli di Lontano da paradiso) è l’ennesima incarnazione della figura della moglie insoddisfatta e oscuramente tormentata, tra Emma Bovary e la Vitti di Deserto rosso. Legge La signora Dalloway, è incinta del secondo figlio, ha un marito che le vuole bene ma che lei non ce la fa ad amare. Vorrebbe uscire dalla gabbia. Progetta di suicidarsi in una camera d’albergo, ma non ci riesce.
2001, New York. Clarissa (Meryl Streep) – di professione qualcosa tipo agente letterario o editor – sta organizzando una festa per il suo caro amico Richard, poeta appena insignito di un premio. Amanti ai tempi del college, adesso somo legati da un’amicizia d’acciaio. Richard è gay, è molto malato, sta per morire di Aids. Clarissa ha una figlia e una compagna. Succederà qualcosa di straziante. E ci sarà un’inaspettata visita da cui capiremo come tra questo episodio e il precedente di Los Angeles c’è un legame (meglio non dire quale). E Virginia Woolf cosa c’entra? C’entra perché Mrs Dalloway è il nome confidenziale con cui Richard chiama Clarissa.
Una narrazione ingegnosa e assai sofisticata, pure troppo: a labirinto, a gioco di specchi, con rimandi e allusioni e clin-d’oeil da un segmento all’altro, da un personaggio all’altro, ma sempre nel segno di Vrginia Woolf, la divinità che a tutto presiede e tutti sovrasta. Un’operazione così smaccatamente intellettuale e prestige da respingere, in teoria, chi osa avvicinarsi. Invece, come dicevo, il film miracolosamente funziona e anche i dialoghi così letterari e pretenziosi diventano via via funzionali al racconto, non più una belluria, un vezzo, un esibizionismo, ma una necessità linguistica. C’è sentimentalismo, ma sublimato in un’estetica più chic che kitsch. Qualcuno ha fatto giustamente notare come le tre donne-guida siano tutte lesbiche e come gli uomini siano quasi tutti gay. A testimoniare che The Hours resta, in versione carta e in cinema, uno dei testi fondativi della allora nuova cultura queer e lgbtqi+ insieme al più importante Angels in America. Si esce dalla visione convinti e definitivamente asserviti al mito di Virginia Woolf. Poi i capolavori, quelli che in ogni dettaglio, in ogni inquadratura portano il segno del loro autore e di una diversa visione di cinema, sono certo altra cosa e non abitano dalle parti di The Hours.