
L’hangar rosso di Juan Pablo Sallato. Con Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Stuardo, Aron Hernández. 2026.
È nelle nostre sale un film cileno che è stato, lo scorso febbraio, uno dei successi a sorpresa della Berlinale. Siamo nei giorni del golpe di Pinochet. Il capitano Silva, una leggenda del paracadutismo nazionale, si ritrova di fronte a una terribile alternativa: collaborare alla repressione in atto (arresti di massa, torture) dei sostenitori di Allende. O opporsi e rischiare la vita. Stavolta il racconto non è focalizzato sulle vittime, ma su un uomo collocato dalla parte dei carnefici che deve decidere se diventare o no lui stesso un aguzzino. Voto tra il 7 e l’8
Un successo a sorpresa dell’ultima Berlinale (febbraio 2026). Presentato senza grancassa e la minima promozione in apertura della sezione Perspectives – dedicata alle opere prime e fortissimamente voluta dalla direttrice (direttore?) artistica Tricia Tuttle -, ha riscosso un consenso compatto e diffuso, il che non è così frequente ai festival. Film cileno, di anima cilena anche se girato nella vicina Argentina, segna l’esordio nel cinema finzionale dopo molto documentarismo del quarantottenne Juan Pablo Sallato. Un debutto dove il mestiere si nota e dove si coglie anche una precisa visione di cinema, uno sguardo personale, un forte consapevolezza formale e stilistica. Non un film d’impeto e di viscere, ma riflessivo, meditato, filtrato attraverso una sapienza cinematografica matura. Adeguatamente supportato dalla stampa e da una buona distribuzione potrebbe anche scavarsi una nicchia interessante nei mercati più importanti (leggi Usa) e trovare una sua strada nella prossima stagione dei premi. Stiamo a vedere.
Ci sono certo in L’hangar rossomolti richiami a un cinema già visto. Innanzitutto, inevitabilmente, a quello del connazionale Pablo Larrain e a uno dei suoi primi titoli, Post Mortem, anche se lo sguardo così rigoroso e a suo modo classico di Sallato se ne discosta. Ma simile è il clima del Cile sotto scacco dei militari dopo il golpe di Pinochet e la morte alla Moneda di Salvador Allende (era anche quello un maledetto 11 settembre, però del 1973). Simile anche in Sallato e Larrain l’approccio freddo, apparememente impassibile e distaccato ma che è invece giusta distanza rispetto a un oggetto del racconto tanto incandescentee
10 settembre 1973, il giorno prima. Siamo nell’accademia militare in cui una leggenda dell’aviazione cilena e del paracadutismo (cosa c’è di più macho?), il capitano Jorge Silva, addestra i cadetti. Un soldato che gode del massimo rispetto, delle alte sfere come dei suoi allievi. Inattaccabile, dedito al suo lavoro come a una missione, anche morale. Ma là fuori qualcosa sta sucedendo. Silva viene convocato dai superiori e incaricato di gestire l’accademia nell’imminente passaggio di potere. In particolare cadrà sotto la sua responsabilità un hangar che, scoprirà di lì a poco, verrà adibito a scopi che non sono la custodia degli aerei. Lì infaffti verranno convogliati e reclusi dopo l’arresto centinaia di sostenitori di Allende considerati nemici dal nuovo regime. L’hangar rosso diventerà l’epicentro degli interrogatori, delle torture di massa, delle uccisioni. E Silva è chiamato a dare la sua piena collaborazione. Per un militare come lui dire di no è pericoloso, può essere considerato un’insubordinazione, con tutte le conseguenze del caso.
La tensione dl film sta (anche) nell’attesa della scelta di Silva, nel come il regista ci sprofonda nella sua psiche e nei sui dilemmi, tensione che è narrativa e nello stesso tempo di natura morale. Rispetto ai codici del cinema politicamente impegnato, in particolare dei molti film già visti sul golpe antiAllende, c’è uno scostamento importante che fa di L’hangar rosso qualcosa di diverso se non di radicalmente nuovo. Stavolta al centro della narrazione non ci sono le vittime, ma un uomo collocato dall’altra parte, quella dei carnefici. E che deve decidere se diventarlo lui stesso. Un uomo diviso, educato come ogni militare, mestiere-missione in cui Silva crede profondamente, all’obbedienza, alla lealta verso i superiori, al rispetto delle gerarchie. Ma Silva sa anche distinguere tra bene e male e incomincia a chiedersi se l’obbedienza sia sempre una virtù. Non è un conflitto interiore così presente oggi al cinema o in altre narrazioni. La vulgata dominante, è quella- ispirata a un dogmatico pacifismo – di considerare il militare, l’uomo armato, chiunque esso sia e a qualunque forza combattente appartenga, come portatore dal Male. Un essere intrinsecamente bacato e malato di autoritarismo, un maschio tossico, un potenziale persecutore, aggressore, oppressore. Il regista Juan Pablo Sallato ha invece il coraggio di dirci (basandosi oltretutto su una storia vera) che anche sotto la divisa possono esserci uomini perbene. Che esistono anche soldati buoni, pur senza rinnegare il proprio essere soldati e senza deporre le armi. Viene in mente, sarà il comune bianco e nero, un vecchio film Usa dei primi anni Sessanta che nessuno ricorda, un tipico prodotto dell’era kennediana, Sette giorni a maggio (genere fantapolitica, si diceva allora), dove il colonnello dei marine Kirk Douglas si opponeva in nome della democrazia al generale golpista Burt Lancaster (regia di quel grande professionista che era John Frankenheimer).
La forza di L’hangar rosso sta anche nel come la lacerazione del capitano Silva diventa cinema: attraverso uno stile asciutto, secco, sobrio che riflette l’economia espressiva del suo protagonista, la sua emozioonalità trattenuta, quindi molti primi piani a riempire lo spazio angusto del formato 1.66:1, a imprigionare Silva, a ingabbiarlo e imporgli dei limiti fisici, in una sorta di traduzione in immagini dei vincoli posti alla sua libertà dalle regole militari. Tutto è ordinato e fermo nella messa in quadro, anche qui a riflettere l’ordine ferreo del contesto. Come ha già rilevato qualcuno, Sallato sembra guardare parecchio al seminale Il figlio di Saul di Laszlo Nemes. Domina come in quel film un senso di clautrofobia, di ermeticamento chiuso, dove il focus è tutto sul protagonista mentre quello che gli sta intorno è sfumato, fuori fuoco, invisibile se non fuori quadro. E se Nemes allontanava dalla vista sua e nostra l’orrore del lager, in L’hangar rosso Sallato analogamente evita di induiare isu scene di tortura esplicite: niente voyeurismo o pornografia del sangue e della sofferenza. Grande performance di Nicolás Zárate, linementi affilati, spigolosi e quasi geometrici, poker face che ricorda Alfredo Castro, l’attore feticcio di Larrain. Vedo dalla classifica degli incassi di Cineguru che ieri, venerdì 10, L’hangar rosso si è piazzato al decimo posto. Certo gli euro incamerati non sono quelli dei Minions o di Toy Story, e nemmeno quelli el disgusgtoso (non p giudizio, è una constatazione) La casa, il rogo del male, ma già l’essere entrato in Top Ten è di questi tempi grami per il cinema d’autore un piccolo successo.