Il raggio verde di Eric Rohmer, 1986. Rai 5, ore 23:00, lunedì 20 luglio 2026.
Siamo al quinto e penultimo appuntamento con il ciclo rohmeriano Commedie e proverbi in onda ogni lunedì in seconda serata su Rai 5 (a questo link il programma completo). E stavolta tocca a Il raggio verde, anno 1986, sicuramente il film più popolare di Rohmer, quello che ha incassato cifre fino a quel momento impensabili per una autore rispettato ma di nicchia come lui, quello che l’ha reso conosciuto e amato anche al di fuori della cinefilia. Effetto anche del Leone d’oro giustamente assegnatogli a Venezia in quell’anno, quando dirigeva Gian Luigi Rondi (che clamorosamente rifiutò Velluto blu di Lynch) e presiedeva la giuria Alain Robbe-Grillet. Si innescò perfino un piccolo rito vacanziero, quello di sedersi sulla spiaggia per cogliere l’attimo davvero fuggente del raggio verde, il momento in cui quel raro fenomeno ottico poteva prodursi. Con discussioni se la cosa fosse possibile o solo un’allucinazione, un autoinganno (risposta: sì, esiste e sotto trovate la spiegazione scientifica). A crearlo letterariamente era stato Jules Verne in un suo romanzo minore, e dei suoi meno avventurosi, del 1882 in cui una certa signorina Helen Campbell decide di rimandare le nozze con un tizio che non le piace troppo finché non avrà visto il raggio verde, quel particolare fenomeno che si sprigiona quando il sole inabissandosi in mare esala per così dire come ultimo respiro visivo quella particolare coloritura. Una strategia insomma per ritardare il matrimonio, non dissimile da quella adottata da Penelope con la sua tela mai finita per tenere lontani dal talamo e dal trono i Proci.
Un secolo dopo Eric Rohmer riprende quel dispositivo narrativo utlizzato da Verne (ponendo in esergo un verso di Rimbaud: “Ah, venga il tempo/ In cui i cuori si innamorano”) e lo pone come innesco di un suo film. Anche qui al centro c’è una giovane donna, Delphine, assai nevroticamente rohmeriana e indecisa a tutto, pure lei in cerca del miracolo raro del raggio verde, trasparentissima metafora (in un autore realista che dalla metafora solitamente rifugge) di quella perfezione esistenziale e amorosa che vorrebbe raggiungere ma che continuamente le sfugge. Delphine sembra adottare il sistema di conferma della Miss Campbell di Verne: capirà di essere arrivata alla svolta e alla persona della sua vita quando vedrà le rayon vert, il segnale che “è possibile leggere nei propri sentimenti e in quelli altrui”.
Parigi, estate. L’impiegata Delphine si ritrova alle prese con il problema delle vacanze: dove passarle? e con chi? Programma di partire con un’amica ma poi tutto salta. Pensa di andare nella casa di solito vuota di un amico, che però stavolta è occupata da lui. Finisce in montagna, lei che ama il mare. Scappa, torna a Parigi. E intanto in tutto questo vagare, partire e ritornare si dipana una trama di incontri fugaci, di amicizie altrettanto precarie, di incontri casuali che sono delle sliding doors, porte aperte verso l’ignoto, nuove tracce del destino. Per caso sente alcune signore che parlano del Raggio verde di Jules Verne e da lì si innescherà la ricerca di quel “miracolo”, per caso incontra un ragazzo che la porterà su una spiaggia di Saint-Jean-de-Luz. Lo vedrà, il mitologico raggio? (meglio non rivelare).
Marie Rivière, attrice rohmeriana come poche/pochi altri, figura non solo come protagonista ma anche come coautrice della sceneggiatura: molti dei dialoghi sono stati infatti imporovvisati sul set da lei e dagli altri interpreti su un canovaccio predisposto da Rohmer. Film imperdibile anche per chi se lo è già visto più volte. Con quel tocco rohmeriano che molti dei suoi ammiratori-epigoni hanno imitato e cercato di eguagliare (e qualcunio gli è andato molto vicino, come il sud coreano Hong Sangsoo).
Postilla. Chi volesse saperne di più sul fenomeno del raggio verde troverà una spiegazione dottamente scientifica a questo link.
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