L’uomo della Mancha di Arthur Hiller, 1972. ♦️♦️♦️
Rai Movie, ore 21:10, venerdì 14 agosto 2026.

Rai Movie ci sta felicemente sorprendendo in questa torrida estate 2026 con capolavori strabilianti quanto poco visti in tv come Querelle de Brest o repêchage di film dimenticati. O di clamorosi flop che però, o proprio per quello, meritano di essere recuperati e storicizzati. Questo L’uomo della Mancha è un film praticamente scomparso dopo il flop di pubblico e critici alla sua uscita: era l’anno 1972 e già il clima, tra Nuova Hollywood e giovanilismi e ribellismi, non era certo favorevole a un titolo come quello, un musical ossificato e sussiegoso benché apparentemente ironico tratto da un mezzo successo di Broadway di dieci anni prima. E credo che ai ragazzacci cinefii di allora sia apparso come un Ufo, un dinosauro di un’era cinematografica passata e perduta.
Stranamente L’uomo della Mancha, ovviamente si tratta del Don Chisciotte di Miguel Cervantes (essendo l’unico altro possibile uomo della Mancha Pedro Almodovar, di cui però allora nemmeno si sospettava l’esistenza), ha parecchi punti di contatto con un film arrivato recentemente in sala, Il prigioniero di Alejandro Amenabar: in entrambi c’è un Cervantes incarcerato, e un Cervantes che intrattiene i propri compagni di sventura con la sua abilità affabulatoria e incantatoria. Ma andiamo per odine. In L’uomo della Mancha – diretto dall’Arthur Hiller fresco reduce da un successo sensazionale come Love Story – vediamo lo scrittore (uno spiritato Peter O’Toole) e il suo fedele servo (James Coco) imbastire spettacoli di piazza. Verranno arestati su ordine dell’Inquisizione. E una volta dietro le sbarre per rendere meno grama la propria prigionia e quella dei compagni Cervantes metterà in scena le avventure tra il reale e il fantastico di un cavaliere del vecchio ordine e del suo scudiero, Don Chisciotte e Sancho Panza. Chiaro che a interpretarli saranno lo stesso Cervantes e il suo servo. Stravagante. Lambiccato. Con passaggi tra il piano del reale e quello della messinscena non sempre ben oliati. La pre-produzione e lo stesso tournage furono assai travagliati. A dirigerlo era stato chiamato, su richiesta di O’Toole, Peter Glenville, che però si sbarazzò di tutte le parti musicali allarmando la produzione che lo sostituì prontamente con il più disponibile Arthur Hiller. E musical fu al cinema così com’era stato a teatro. Dulcinea, cui è dato uno spazio enorme, è una Sofia Loren che canta con la propria voce, mentre Peter O’Toole è doppiato. Il film oggi è poco più di una curiosità per studiosi del cinema e cinefili in vena di riscoperte. E per essere uno degli epic fail hollywoodiani (mica ci sono solo I cancelli del cielo e Cleopatra). Però, per tutti e nonostante tutto, c’è quel magnifico attore che risponde al nome di Peter O’Toole. Per me una leggenda. Capace di inanellare tra Sessanta e primi Settanta una sequenza di interpretazioni impressionanti: Lawrence d’Arabia, Il leone d’inverno, Becket e il suo re, Come rubare un milione di dollari e vivere felici, Lord Jim (il mio O’Toole preferito), La notte dei generali. E non gli hanno mai dato l’Oscar.
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