Il Gattopardo di Luchino Visconti, 1962.
Rai 1, ore 21:30, mercoledì 26 agosto 2026.


Di una magnificenza come poche volte nel cinema italiano. Film davvero definitivo, da storia del cinema. Non per niente lo venerano dappertutto e tutti, Martin Scorsese in testa, e compare regolarmente nelle classifiche* dei migliori film di sempre. Luchino Visconti lo girò nel 1963 dal romanzo bestseller di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: capolavoro annunciato e capolavoro fu. La Sicilia subito dopo la conquista garibaldina-piemontese e la caduta dei Borboni, mentre i poteri si disfano e si riorganizzano, e qualcuno cade, qualcuno sale, molti cercano di adeguarsi. In primo piano le vicende della famiglia del Principe di Salina, l’ultimo dei Gattopardi, dinastia in preda a malessere, un bacillo che la destabilizza. Intanto il nuovo avanza, e il nipote del Principe, Fabrizio, sposa la bellissima Angelica, plebea figlia di Sedara, ex fattore ora al vertice come uomo del potere piemontese. Cambiare perché nulla cambi: il motto del Gattopardo entrerà nella coscienza (buona e cattiva) collettiva del nostro paese e resta a tutt’oggi la miglior definizione del trasformismo, una delle nostre malattie genetiche. A rivederlo ci si rende anche conto di come sia il nostro Via col vento, uno snodo cruciale della storia patria visto attraverso alcune vicende private che si fa spettacolo epico ad uso delle masse, un film visceralmente nostro, italiano, ineludibile, che ci rappresenta, specchio in cui non possiamo non rifletterci. Visconti al suo massimo, potente, maestoso, capace di immagini di abbacinante bellezza, solo con qualche rischio qua e là di calligrafismo. Burt Lancaster genialmente reinventato come principe di Sicilia, e dopo che l’hai visto non puoi più immaginare nessun altro in quella parte. Alain Delon e Claudia Cardinale di una bellezza sovrumana. La risata sguaiata di lei a tavola che rompe gli stanchi rituali di una famiglia in decadenza fa capire il rimescolamento della classi in atto e l’avanzata degli ex plebei più di ogni analisi sociale, una scena che ti si stampa nella testa e non va più via. E poi, quella Sicilia interna, infuocata, polverosa, bloccata nei suoi antichi e quasi persi splendori. Come si fa a non amare un film così? Da guardare anche per le comparsate, i caratteri minori, dove a interpretarli trovi però i Giuliano Gemma, i Pierre Clémenti, i Terence Hill, le Ottavia Piccolo, tutti giovani e a inizio carriera, tutti bellissimi, perché nessuno come Luchino sapeva vedere, cogliere e rendere eterna la fragranza precaria della giovinezza. Quel ballo finale poi, in quel palazzo di stucchi e ori e barocchismi a Palermo, su un gran valzerone ritrovato di Verdi, scenografie e costumi di impressionante precisione e cura e perfezione che sono una passerella di quello che era il grande artigianato cinematografico italiano, anzi del gusto italiano tout-court. Sì, è lungo, Il Gattopardo, è fuori misura, i dialoghi sono spesso dilatati, pensosi, sentenziosi, di un sapore letterario arcaico, ma vuoi mettere il piacere. Vincitore a Cannes 1963 e, in una classifica stilata da IndieWire delle migliori palme d’oro, sta al secondo posto dopo Taxi Driver di Scorsese (al terzo La dolce vita).
* Nella lista 2023 dei 250 più grandi film di sempre pubblicata dalla rivista inglese Sight & Sound (la classifica viene aggiornata ogni dieci anni sulla base dei voti di migliaia di critici di tutto il mondo) Il Gattopardo si colloca al 90esimo posto (in quella del 2013 era al 57esimo).
CERCA UN FILM
ISCRIVITI AI POST VIA MAIL
-
-
ARTICOLI RECENTI
- Venezia 2026. WOMAN UNKNOWN di May el-Toukhy – recensione
- Venezia 2026. POSSIBLE LOVE di Lee Chang-dong – recensione
- Venezia 2026. SUCCEDERÀ QUESTA NOTTE di Nanni Moretti – recensione
- Venezia 2026. La mia classifica parziale (12 film su 21)
- Venezia 2026. WILD HORSE NINE di Martin McDonagh: recensione
Iscriviti al blog tramite email