ODISSEA di Christopher Nolan – recensione. Ulisse eroe borghese

Odissea (The Odyssey) di Christopher Nolan, 2026. Con Matt Damon, Anne Hathaway, Zendaya, Charlize Theron, Robert Pattinson, Tom Holland. Lupita Nyong’o, John Bernthal, John Leguizamo, Samantha Morton, Mia Goth, Elliott Page.
Nonostante il titanismo dell’operazione (espansione schermica formato Imax, budget iperbolico ecc.), paradossalmente
The Odyssey seglie la cifra del riduzionismo rispetto al testo originario. Scompare il mito, il divino, il maestoso, l’oltremisura lasciando il posto a un dramma da teatro borghese ‘neoclassico’ novecentesco. Un Ulisse da salotto. Peccato, perché in Odissea c’è un nucleo possente, quello sulla guerra, sul massacro di un popolo e di una civiltà, che non ce la fa però a egemonizzare il resto della narrazione. Voto 5 e mezzo

Meglio sgombrare subito il campo dalle false o inutili questioni: le braccia non eburnee di Elena o le infedeltà rispetto testo di Omero (Nausicaa, Feaci e lotofagi spariti, tutti riassunti nella sola figura di Calipso; Ulisse/Odisseo che non solo non si rifiuta di consumare il loto psicotropo ma ne assume dosi massicce; abolizione del fondamentale joke sulla parola Nessuno nell’episodio di Polifemo; Circe da seduttrice trasformata in maga paranoica e furente femminista-suprematista vendicativa e misandrica, e si potrebbe continuare). No, la questione è se il trattamento operato da Christopher Nolan su Omero – clin d’oeil alla geopolitica odierna, adeguamenti alla cultura woke-intersezionale, trattamento del lato avventuroso e fantastico del poema omerico secondo i codici del fantasy da blockbuster, riduzione dell’afflato epico e cosmico allo strettamente umano – funziona o meno. A mio parere, poco. Come ha sottolineato Richard Brody sul New Yorker, in questa mastodontica ma non davvero grande trasposizione cinematografica (questo lo dico io) dell’Odissea tutto si ri-dimensiona alla nostra minuscola misura, gli dèi vengono piallati via (resta solo Atena, una ragazzetta interpretata da Zendaya che non si si capisce bene come mai ogni tanto compaia accanto al protagonista) e con loro ogni dimensioine che trascenda le pure individualità, ogni senso dell’immenso, del sovraesteso, del sopra-umano, del mistero, del sacro, del mito. Del divino. Forse inconsapevolmente, Christopher Nolan si riallaccia alla tradizione molto novecentesca e già polverosa di riportare alla modernità la tragedia classica greca e tutte le narrazioni connesse e interconnesse, ma a una modernità piccola piccola, chiusa nei tinelli e nei salotti più o meno perbene. Dalla tragedia (e dall’epica) si passa al dramma borghese assai verboso, al family drama di tanto cinema e tanto teatro. Tipo Il lutto si addice ad Elettra di Eugene O’Neill, dove la chiave non è solo riportare quegli eroi e quelle eroine al Novecento (anche lì, come qui, c’è Agamennone), ma ingabbiarli in una rete interpretativa psicologistica e pseudopsicanalitica, di un freudismo per le masse e per la spettacolarità di Broadway e Hollywood. Difatti in questa Odissea la parte meno riuscita è quella, dilatata oltre ogni necessità narrativa, di Itaca, con i tormenti del giovane Telemaco per via dell’assenza della figura paterna (e qui si pensa ad Amleto, soprattuto alle versioni registiche più psicanalitiche) e del suo rapporto ça va sans dire edipico con mamma Penelope. D0mina il salottino borghese, con tutti i drammi interiori di chi lo abita. Non c’è mai non dico senso del tragico, ma neanche della minaccia. Anche i Proci sono in fondo in Nolan solo dei parassiti che gozzovigliano alle spese della vedova bianca con marito disperso chissà dove, ma non hanno niente della malvagità e della protervia del testo originario (o di come me lo ricordo o me lo immagino). Solo dei fastidiosi e invadenti ospiti, con un Antinoo (un Robert Pattinson miscast) che più che un villain è un ragazzo pavido. ambiguo e manipolatore, che più che al corpo di Penpelope – per il quale non mostra mai il minimo interesse – mira al matrimonio per poter finalmente compiere in quella minuscola Itaca il suo piccolo salto di status. Non fanno mai paura, i Proci, né a Penelope né a Telemaco, e nemmeno a noi in platea. Mentre Christopher Nolan può sbizzarrirsi, grazie agli incastri già in Omero, nella sua adorata opera di decostruzione e intarsio della linea narrativa, di dispersione dello spazio-tempo su piani differenti, della manipolazione degli archi temporali, più flessibili di quelli faticosamente addomesticati da Odisseo. Sicché da Itaca si passa agevolmente in questo magniloquente ma non maestoso film ad altri luoghi e altre nicchie, ed ecco Odisseo ospite della ninfa Calipso (Charlize Theron), stanco, invecchiato, desideroso sì di tornare a casa ma infiacchito dagli agi (e dalle droghe) di quel confortevole rifugio. Si ciba del loto come altrove si fa con il papavero da oppio, un po’ per tenere a freno i suoi demoni di reduce di guerra, un po’ perché Calipso glielo somministra come uno psicofarmaco in grado di perforare le sue difese, di indurlo a ricordare e a scavare nel suo passato e nel suo inconscio. Calipso nuova compagna di vita ma anche psicoterapeuta che lo mette faccia a faccia con i suoi traumi, come Ingrid Bergman con Gregory Peck in Io ti salverò (o come Montgomery Clift con Elizabeth Taylor in Improvvisamente l’estate scorsa). E Ulisse anzi Odisseo (nella versione inglese così è chiamato) a Calipso tutto racconta, non più al re e alla regina dei Feaci come in Omero. Sicché da qui si diramano due direttrici narrative, come in ogni psicoterapia: quella del presente – il rapporto paziente-terapeuta, qui tra Odisseo e Calipso – e quella drl passato, del ricordo, della guerra a Troia e della vita a Itaca prima che tutto succedesse.
Il processo di psicologizzazione di Odisseo, la sua riduzione da eroe a uomo addomesticato nel tinello ora di Calipso ora di Penelope, olre che farmi venire in mente una regia alla Scala di due-tre anni fa di Michieletto di una Medea dove la tragedia si consumava in un appartamentino assai ordinario, finisce con il banalizzarne la figura. Paradossalemnte, e nonostante il dichiarato gigantismo dell’operazione e tutta l’enfasi posta sull’Imax e la quantità di metri degli schermi espansi, qusta Odissea è all’insegna della riduzione dall’immenso al minimo e al casalingo. Di epica se ne respira poca, in questo teatro borghese dove a dominare è più lo scontro di caratteri abbastanza qualunque che tra dèi preposti al destino degli umani (come nell’Odissea omerica e soprattutto nell’Iliade).
C’è però nel film di Nolan un nucleo possente, un film davvero fuori misura che resta però ingabbiato e non ce la fa a egemonizzare tutto il racconto. È quello con e su Ulisse alla guerra, la guerra di Troia. L’assedio. L’inganno atroce del cavallo. Ecco, la guerra nella sua infamia. Nel suo essere sangue e carne putrefatta. Nelle sue conseguenze sugli umani e le cose. Nel suo marchiare le vite e provocare la morte di massa. I momenti più alti di Odissea sono quando vediamo un Ulisse larvale, ostaggio dei suoi demoni, schiavo del senso di colpa per quanto è successo là, sotto le mura di Ilio e dentro le mura. Nolan riesce a attingere la sfera sublime del cinema quando, forse troppo tardi nell’economia del film, mette finalmente in scena la caduta di Troia, la sua conquista, l’irruzione degli Achei, la distruzione di una città, di una civiltà, lo sterminio di un popolo. Con, se vogliamo, uno sguardo antibellicista fin troppo nostro contenporaneo, ma che stavolta ce la fa a situarsi all’altezza della tragedia antica e di sempre. No psicologismni, no riduzionismi al quotidiano, solo la vertigine dell’abisso. La lunga sequenza, nella notte e nel fuoco, della distruzione di Troia è qualcosa di memorabile e fa rimpiangere quello che tutto il film sarebbe potuto essere e purtroppo non è. L’assalto torna in loop nella mente di Ulisse, la occupa, la distorce. Come in quei film in cui reduci dal Vietnam (anche da altre guerre, ma soprattuto dal Vietnam), vittime di Post-Traumatic Disorder, sono tormentati dai ricordi di massacri, delle violenze perpetrate e subite. Simone Weil ha scritto che “il vero eroe, il vero soggetto, il vero centro dell’Iliade è la forza. La forza che è usata dagli uomini, la forza davanti alla quale la carne degli uomini si ritrae”. Ecco, quella forza che secondo Weil diventa la sola misura dell’umano e del disumano, dall’Iliade sembra a tratti tracimare in questa Odissea nolaniana. Purtroppo non tutto il film è a questa altitudine. E anche quando non si autoriduce nelle angustie dello psicologismo da tinello cade nel finto-colossale dei blockbuster, in cui le avventure di Odisseo sembrano più odisseee in uno spazio ahinoi non kubrickiano o escursioni nel fantasy più spiccio. Polifemo ridotto a un mostro disossato, più repellente che terrificante, per niente somigliante al gigante monocolo che ci siamo sempre immaginati. Circe che trasforma i compagni di Ulisse in porci perché, proclama, gli uomini in quanto portatori di mascolinità tossica già sono degli esseri schifosi e tanto vale farli diventare subito tali e darli in pasto al povero Ulisse (una Circe che fa proprio il femminismo più fanatico e punitivo). I Lestrigoni che qui sono un specie di Robocop cannibali. Meglio la discesa all’Ade, di cui Nolan inverte il movimento facendo riaffiorare i defunti sulla Terra (sequenza girata in Islanda): peccato che poi si trasformino pure loro in una sorta di orda zombesca. Resta, al netto di tutto questo, il racconto posssente della guerra. Ma temo non basti a far guadagnare a Odissea un posto di rilievo nella storia del cinema.
Nota. L’immaginario è più da saga norrenica che da mito mediterraneo, nonostante le location siano perlopiù in questo ‘mare nostro’. Quanto a décor e costumi l’affinità mi pare più con la tradizione del peplum hollywoodiano, ovvero la classicità vista dall’America. Le architetture sono di linearità, pulizia, eleganza apollinee, il cavallo è rifinito e cesellato, i costumi sono impeccabili: siamo lontani dallo ‘sporco’ dionisiaco, dall’asimmetrico non-apollineo di altre letture figurative dell’antichità greca e romana. Penso al Pasolini di Medea, Edipo re e anche di Il vangelo secondo Matteo (al quale anche la mitologica Odissea televisiva di Franco Rossi deve la sua visione estetica, un’estetica al cui confronto quella di Nolan sembra ingessata e antiquata). Un’antichità barbarica, anche selvatica, sensibile alle suggestieni venute da Oriente e Egitto. Tutto questo non si riverbera mai nell’Odissea di un Nolan che, si vede, viene da altri mondi e altre culture.

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