
Possible Love (Ga-Neung-Han-Sa-Rang) di Lee Chang-dong. Con Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung, Cho Yeo-jeong. Concorso. Voto 8

Possibile anzi probabile Leone d’oro, stando a tutti i sondaggi e le classifiche e pure al passaparola. Se lo meriterebbe, il coreano Lee Chang-dong, veterano di Venezia dove con Oasis ha vinto nel lontano 2002 il Leone d’argento per la regia. Ormai venerato maestro del cinema del Far East, è riplanato quest’anno al Lido (dopo il successo a Cannes di Burning) con un film di quasi tre ore messo in scena con una cura meticolosa dei dettagli, con un lavoro di bulino in ogni fase di lavorazione, a partire dalla sceneggiatura, precisissima. Un film percorso da un afflato umanistico oggi raro e si direbbe fuori moda (lo si è rintracciato a questo festival in pochi altri film, ad esempio nel bellissimo e ovviamente sottovalutato Nessun dolore di Gianni Amelio) che va a trattare anzi ri-trattare un terma centrale nel cinema sudcoreano degli ultimi anni, quello della fine del lavoro (Jeremy Rifkin dixit. E scrisse), della disoccupazione, della dissolvenza soprattutto del lavoro manuale, corporale, fisico, surrogato dalle macchine e dalle diavolerie neo-techno. Era il nucleo drammaturgico di No Other Choice di Park Chan-wook, presentato proprio qui a Venezia l’anno scorso, torna a esserlo in questo Possible Love, incrociandosi con un altro tema distintivo del cinema recente di Seul, quello della diseguaglianze, delle differenze di classe, della marxiana lotta di classe condotta però con altrri mezzi, sul terreno del confronto e scontro tra individui più che nelle piazze. In questo senso, Possible Love sembra quasi una replica in versione non comedy e più drama di Parasite. Anche qui in Lee Chang-dong ricchi e poveri si ritrovano a condividere un pezzo di vita (e, per un certo tempo, lo stesso spazio abitativo), anche qui l’apparente pacifica convivenza è destinata a saltare rivelando le fratture sociali sottostanti. Ma mentre Bong Joon-ho spingeva sull’acceleratore della black comedy grottesca e anche grosssolana, Lee Chang-dong si concentra sui caratteri e le loro storie, siulle interazioni tra personaggi, sulle dinamiche di desiderio e repulsione, sul risentimento di chi ha poco verso chi ha molto e troppo, sulla manipolazione dei ricchi verso i poveri (ma anche viceversa). Con una finezza di analisi e di osservazione del tutto sconosciuta al volutamente) ruvido Bong.
Veniamo a conoscere da subito (a un funerale!) una coppia di proletari: lei, Mi-ok, operaia, lui, Ho-Seok, operaio senza lavoro, licenziato da poco da un’azienda che ha tagliato drasticamente i costi e dunque il personale per essere più appetibile sul mercato (difatti, ha rapidamente trovato un acquirente straniero). I dipendenti sono scesi in sciopero occupando per molto tempo la fabbrica reclamandlo la riassunzione: senza risultato. Sgomberati con violenza dalla polizia, stanno ora cercando tutti in qualche modo di sopravvivere (anche attraverso un gruppo di auto-aiuto) al trauma e alle difficoltà causate dalla perdita del lavoro. A contattare Mi-ok, la moglie, è Ye-ji, una signora borghese assai chic e acculturata che sta girando, lei così socialmente privilegiata, un documentario sulla condizione proletaria e la crisi del lavoro in Sud Corea. Comincerà a filmare l’estroversa Mi-ok, a raccogliere la sua storia di donna del popolo e, attraverso di lei, entrerà in contatto con Ho-Seok, il marito disoccupato, assai più introverso rispetto alla ciarliera consorte e senza la minima voglia di farsi intervistare dalla elegante documentarista, benché lei ci provi in ogni modo. In questo reticolo relazionale si introduce anche Sang-woo, il marito ricchissimo e bello di Ye-ji. Le due coppie, benché così socialmente lontane, finiranno col diventare amiche o simulare qualcosa che assomiglia all’amicizia. Ma per la regista l’obiettivo resta lo stesso: far cadere le difese del marito di Mi-ok e fargli raccontare non solo la sua storia di disoccupato ma anche il drammatico sgombero della fabbrica operato dalla polizia durante il quale lui è rimasto seriamente ferito. Intanto la sua macchina da presa diventa sempre più indiscreta, sfacciata, fino a invadere gli spazi più privati e personali della coppia proletaria e a sopraffarla. Ed è questo uno dei lati più interessanti del film, la riflessione sul cinema, anche quello che si dice militante e dalla parte degli ultimi, come ambiguo strumento di manipolazione del reale e delle persone. Cinema come controllo e, ancora una volta, strumento di potere.
Lee Chang-dong è straordinario nel penetrare nella psiche dei suoi quattro protagonisti, nel farli inteargire e far esplodere tensioni e contraddizioni nascoste. La condiscendenza dei ricchi verso chi non lo è, la differenza di classe ipocritamente mascherata da un una solidarietà che è in realtà un disegno manipolatorio, i sentimenti reciproci di attrazione e repulsione, di desiderio (anche sessuale), di rivalsa. A tutto questo Lee Chang-dong aggiunge una quantità di osservazioni sullo stato delle cose della società coreana, sulle sue dinamiche economiche, produttive, politiche. Film grande e necessario. Anche se non tutto funziona. Non è credibile ad esempio che la coppia proletaria accetti per tanto tempo l’intrusione della macchina da presa della signora regista nella propri vita, una falla di sceneggiatura che doveva essere meglio risolta. Ma sono obiezioni che non vanno a intaccare l’importanza del film. Leone? Sabato sapremo
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