
Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy. Con Mathilde Arcel, Carsten Bjørnlund, Thorbjørn Hedegaard, Marina Bouras, Mia Plantin, Soy.fia Nolsøe, Flora Yde Sander, Mikael Birkkjær, Joen Højerslev. Concorso. Voto 6+
L’unico film firmato da una donna del concorso, cosa che ha suscitato un turbine di polemiche già prima che la mostra incominciasse. Film danese di una regista dal nome non tradizionalmente danese, May el-Toukhy, difatti di radici egiziane e però nata, cresciuta, professionalmente maturata a Copenaghen. Che qui a Lido ha portato un film di perfetto ambiente e sensibilità scandinavi, con quegli interni borghesi ombrosi e silenziosi, quella luce livida, quel rigore luterano nelle posture, nel comportamento, nella psiche dei personaggi, quella inflessibilità e severità nelle cose pubbliche e private. E si pensa, vedendo gli interni in cui si muovono i protagonisti di Woman Unknown, spazi divisi tra quelli dei padroni e della servitù, a film come Gertrud del gran danese Dreyer e Fanny e Alexander di Bergman. Anche se il lavoro della pur professionale e volenterosa May el-Toukhy non è neanche lonamanente paragonabile a quelle vette.
Siamo nel 1945 a Copenaghen, a guerra appena finita. La Germania, che aveva occupato a lungo la Damnimarca, è stata sconfitta. Come in altre parti d’Europa,si dà adesso la caccia a chi ha collaborato con i nazisti. È l’ora della vendetta, le squadre dei resistenti entrano nelle case, negli ospedali, nelle aule, rapiscono e uccidono. Le donne colpevoli di essere andate a letto con il nemico vengono umiliate in pubblico e rapate a zero, denudate, marchiate con una svastica rossa.
Questo il clima in cui si muovono Christian e Marie. Lui, vedovo, titolare di un’azienda di guanti (cosa di più nordico?) e dunque assai benestante, sta per risposarsi com lei, entrata nel suo sontuoso appartamento quale donna di servizio, diventata poi la sua amante e adesso in procinto di diventare padrona. Ma dietro alla facciata immacolata covano tensioni, potenziali conflitti, cattivi sentimenti: l’invidia delle colleghe nei confronti di Marie l’arrampicatrice; la tacita ostilità dell’élite cittadina verso quel matrimonio tra borghesia e proletariato, mésaillance difficile da accettare; i complicati rapporti tra Marie e la figlia bambina di primo letto di Christian; l’incombere sulla futura sposa del ricordo della prima moglie. Simbolizzato dall’abito da sposa della defunta che Christian vuole che Marie indossi il giorno delle nozze (prima o poi al cinema rispunta sempre qualcosa di La donna che visse due volte di Hitchcok e in questo caso pure di Rebecca la prima moglie).
Ma c’è un incontro casuale in città che riporta Marie al suo passato, a storie che lei ha sempre tenuto nascoste e che, se venissero alla luce, potrebbero rovinare la sua reputazione e indurre Christian a annullare l’imminente matrimonio. Parte il ricatto da parte di chi sa (Marie ha avuto un figlio da un soldato tedesco occupante) e minaccia di dire tutto. Da qui si sviluppa un intreccio piuttosto interessante in cui Marie, sotto minaccia del ricattatore, è costretta a trovare una soluzione per allontanare da lei il sospetto di colaborazionismo. E troverà la soluzione, ma sarà un’infamia perpetrata ai danni di un innocente. E sarà una tragedia. Non è il caso di andare oltre. Va detto però che la storia e la sua costruzione in sede di sceneggiatura è quanto di meglio offra il film. Un intreccio solido, curato, credibile, con una torsione che non ci si aspetta e che fa narativamente decollare il racconto: mettendo a fuoco quello che è, al di là della singola vicenda di Marie, il tema vero e molto più largo di Woman Unknown, il collaborazionismo in Danimarca (e in Europa) durante la seconda guerra mondiale. Tema tra l’altro che è stato anche al centro del festival di Cannes lo scorso maggio con film come Notre Salut e La Troisième Nuit.
Ci sarà una cena a casa di Christian con altri esponenti dell’élite cittadina in cui la questione sarà apertamente posta: collaborazionista è stato solo chi si è apertamente schierato col nemico? O anche chi, come lo stesso Christian e altri imprenditori, ha continuato sotto l’occupazione a produrre e fare affari, magari con gli stessi tedeschi? Anche se magarifinanziava in parallelo anche la resistenza in modo da assicurarsi a fine guerra l’impunità? E ancora: che dire di quella larga zona grigia di danesi che non hanno collaborato ma neanche hanno resistito cercando semplicemente di sopravvivere? Anche loro hanno delle responsabilità o vanno assolti? Domande che valgono anche per altri paesi, Italia compresa, e scomode ancora oggi a tre quarti di secolo dalla fine della guerra.
Woman Unknown non è un gran film, anzi è cinema piuttosto medio e mediocre. Certo professionalmente messo in scena, formalmente ineccepibile, un buon prodotto pensato per il pubblico arthouse di tutto il mondo e che funzionerà molto bene. Ma cinema nella sua esenza inerte e poco personale, senza uno sguardo originale, che non si assume mai rischi e non va oltre il compito diligentemente eseguito. Però quello che il film racconta è importante, le domande che osa porre sul collaborazionismo, su dove sia (se esiste) la linea che separa la colpa dall’innocenza, la complicità dall’estraneità, restano una qjuestione sensibile ancora oggi. Per questo Woman Unknown è un film da vedere. Credo che un premio, magari quello per la sceneggiatura, se lo prenderà, se non altro per placare le discussioni sull’assenza quasi totale di donne registe nel concorso. Anche perché abilmente e sottilmente gli autori introducono un sottotesto femminista che potrebbe parecchio piacere alla giuria: che in fondo a pagare per collaborazionismo sono state, soprattutto le tante donne accusate di aver fatto l’amore con un tedesco e poi rapate a zero e messe alla gogna. La scena finale di Woman Unknown suggerisce che fosse proprio proprio questa l’intenzione-interpretazione da parte degli autori (interpretazione che non condivido, anche se sicuramente le donne hanno pagato, sul loro corpo, in proporzione molto di più degli uomini che avevano collaborato con i nazisti). Sarebbe il caso di leggere e rivedere Marguerite Duras, che fu amante di un tedesco e mai lo nascose, e che di quella parte oscura della sua vita fece materia per i suoi libri e i suoi film.
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